Viva la libertà un film di

La forza del destino di Giuseppe Verdi sottolinea l’inizio ed il finale del bellissimo film diretto da Roberto Andò. La prima dell’opera era stata ospitata da San Pietroburgo e ci viene spontaneo pensare alla Leningrado tanto importante nel periodo del comunismo sovietico, quasi a volere fornire una specie di omaggio a un periodo politico e sociale a cui si dovrebbero ispirare, o quantomeno, che dovrebbero ricordare gli uomini della sinistra italiana.

La vicenda del partito all’opposizione che cambia radicalmente sembra anche questo ispirato a Verdi che aggiunse la famosa sinfonia, inserita nella colonna sonora, per la prima alla Scala e cambiò completamente il finale dove c’era il suicidio di Alvaro, dopo la morte di Leonora: in pratica, la speranza al posto del karakiri anche politico.
Queste probabilmente sono coincidenze, come coincidenze sono da intendersi tante situazioni che animano il film compresa la contestazione per il governo in essere e una sinistra che si suicida sbagliando strategie, col terrore di vincere e di essere costretta a dimostrare di avere le capacità per governare. Ma non solo, tutto avviene a pochi giorni dalle elezioni con fratture all’interno del partito notevoli che vengono appianate da un non politico di professione.

L’artificio dei gemelli che si scambiano un ruolo è presente dai tempi della commedia dell’arte e prima ancora, ma Andò lo legge in maniera diversa, assolutamente originale poiché chi subentra non imita, non diviene il clone della persona sostituita, ma un’esteriorità perfetta che si riempie della personalità, delle idee, del modo di vivere dell’altro che, probabilmente, avendo l’innocenza del ‘matto’ e la serenità di un filosofo in cerca di contenuti che permettano una convivenza tra tutti come quella che gioiosamente aveva vissuto assieme ai suoi compagni di degenza. Inutile dire che ogni cosa risulta credibile e, perché no, godibile anche per l’usuale bravura di Toni Servillo. Dà vita a due personaggi completamente diversi tra loro, con scelte di vita che venticinque anni prima li avevano posti su posizioni tanto antitetiche da non permettere loro più una frequentazione, facendo cambiare al filosofo il cognome proprio per evitare inutili paralleli e paragoni con il fratello più noto. Hanno solo un episodio da adulti, un Festival di Cannes, che li unisce e, nello stesso tempo, li separa definitivamente.

Oliveri è l’uomo politico, il funzionario di partito che ha votato la sua vita a una causa a cui forse non crede più. Spera di essere aiutato dall’appoggio di chi gli sta vicino ma quando diviene un perdente al suo fianco gli resta solo il fedele portaborse. Fugge con l’intenzione di concedersi solo una pausa di riflessione, ma riscrive la sua vita in cui i sogni forse possono divenire realtà, dove la sua passione per il cinema può divenire un onesto lavoro, in cui una vecchia amica potrebbe convincerlo a tentare questa nuova avventura. Il marito della donna, un regista cult orientale, gli dice che “la politica e il cinema non sono così lontani: il genio e il bluff coesistono”, gli fa capire che potrebbe realmente cambiare.

Ernani è il filosofo che ha saputo vivere positivamente anche i tanti anni trascorsi all’interno di una struttura per la salute mentale. Lì a trovato amici, persone semplici o anche dei geni incompresi come forse è lui. Accetta con ironia e piacere di interpretare il ruolo del fratello confessando al collaboratore di Oliveri che da ragazzi lo faceva spesso; la sua sana follia gli permette di vedere il mondo con gli occhi del fanciullino, di superare limiti imposti dalle consuetudini, di cercare un nuovo dialogo con gli elettori citando Brecht, rifiutando giochi di correnti dicendo che “l’unica alleanza possibile è con la coscienza della gente”. Convince ma intimorisce tutti perché le sue verità sono lette con ammirazione e timore. Quando dice che “la paura è la musica della democrazia” è rivoluzionario perché è frase non certo nuova che non si sentiva più da anni.

Tornando a Verdi, Ernani è il capo di un gruppo di banditi che vuole spodestare il re Carlo per vendicare l’uccisione del padre, della persona da cui lui è nato. Il filosofo fa lo stesso con le ideologie a cui crede, uccise dai politici e che lui cerca di fare rinascere: da qui il dubbio che le scelte di Andò non siano occasionali sorge più che spontaneo.

Valerio Mastandrea non è da meno di Servillo: film dopo film con questo suo non apparire, nascondersi all’interno dei propri personaggi si è costruito una vigorosa struttura di attore che gli permette di dare vita con bravura a qualsiasi ruolo. È un idealista, è fedele al partito, è l’uomo ombra del Segretario, è forse l’unico amico che l’uomo politico ha all’interno del suo entourage. Non condivide più le sue scelte ma non le contesta, si rende conto che non è più la persona giusta ma non lo tradisce. Poi giunge il fratello folle, e in lui vede rinascere i suoi ideali, la fiducia di essere dalla parte giusta, la speranza di un rinnovamento che doni fiducia agli elettori.

Grande ritorno, anche se in un cammeo, del novantaduenne Gianrico Tedeschi che con pochi sguardi e battute dà vita all’ideologo del partito, alla persona che crede nel suo ideale nonostante tutto, a chi ci si rivolge per avere sicuri consigli. Bello il personaggio, splendida la sua prova.

Il finale è quanto di più aperto si possa immaginare. Il filosofo scompare nel nulla, rientra dalla Francia il fratello, sembra che tutto torni alla normalità ma il politico canticchia come il gemello l’aria de “La forza del destino”: è ancora il filosofo o è il fratello che ha avuto la contaminazione di sana follia dal gemello?

Roberto Andò ha firmato un film sicuramente molto interessante in cui inserisce parte delle sue conoscenze di vari mondi che coesistono al suo interno di artista completo. Scrittore intenso aiutato a capire le proprie potenzialità da Leonardo Sciascia, regista teatrale, lirico, aiuto di Francesco Rosi che lo invogliò a proseguire il percorso cinematografico che lo portò a collaborare con Cimino, Fellini (che vediamo nel video a difesa dell’opera d’arte in cui il maestro fece un intervento contro le logiche commerciali rimasto nella storia) e tanti altri prima di essere lui stesso direttore di un film (opera prima Diario senza date,  ambientato a Palermo ed interpretato da Bruno Ganz).

La sua sensibilità di autore gli permette di firmare un film a metà tra politico e di critica di costume, con toni da commedia e contenuti altamente drammatici, con una direzione degli attori che crea un amalgama perfetta in cui si inseriscono le varie eccellenti individualità.

Si diverte a fare ballare a piedi nudi la Merkel assieme al filosofo, rende gradevole anche le scene in cui il Capo dello Stato dimostra sconforto e disagio per la situazione in cui la sinistra si è cacciata, inserisce molti riferimenti a persone ‘realmente esistite’ che rendono ancora più gradevoli ed intelligenti i dialoghi soprattutto col tormentone legato alla passione per il cinema del protagonista che potrebbe fare riferimento ad almeno tre recenti leader della sinistra. Il messaggio politico vero del film, a nostro avviso, può essere nella frase detta dal filosofo durante un comizio: “dobbiamo fare in modo che nessuno possa mai dire che i tempi erano oscuri perché loro hanno taciuto!” E questo può valere per qualsiasi forza politica, economica, sociale.

Lo stesso distributore, 01 Distribution, propone questa settimana anche Il principe abusivo. La differenza tra i due prodotti è notevole: qualità opposta ma anche numero di sale in cui sono programmate, pochissime per Andò. Politica commerciale o semplicemente politica?

TRAMA

Leader del principale partito d’opposizione, a pochi giorni dalle elezioni e con sondaggi che lo dipingono in caduta libera, sparisce e si rifugia in Francia da amica di gioventù dove rivive anche la sua vera passione, quella per il cinema. Intanto, in Italia il segretario dell’uomo politico scopre che esiste un gemello, filosofo e per lungo tempo ricoverato in clinica psichiatrica, che potrebbe sostituirlo per tranquillizzare gli animi. Tutto bene se lui non fosse più gradito dell’onorevole.