Vittoria e Abdul un film di

Ogni film di Stephen Frears, autore britannico che ha saputo affrontare con bravura temi a dire poco scottanti, merita di essere visto non fosse altro per l’ottima confezione. Purtroppo, nei suoi ultimi lavori si ha l’impressione che prevalga il gusto estetico relegando in secondo piano la scelta di temi di interesse sociale. Sembra quasi si sia convertito al cinema di James Ivory, bello ma innocuo, in cui anche vicende eventualmente drammatiche vengono trattate con una certa lievità, evitando al massimo cadute nel dramma. In questo modo sicuramente ha conquistato gli esteti, ha soddisfatto certo pubblico, ma ha creato disagio in chi ha iniziato ad amarlo attraverso My beautiful Laundrete (1985), Le relazioni pericolose (Dangerous Liaisons, 1988) e Rischiose abitudini (The Grifters, 1990).

È pure vero che, dopo questi titoli, è incappato anche in film non esattamente da porre nella sua biografia essenziale quale il drammatico tendente all’horror Mary Reilly (1996), ma la sua discesa verso il mondo del biografico e della commedia raffinata ci ha privato di una voce forte ed autorevole del cinema britannico più impegnato.

Il buon libro scritto da Shrabani Basu – giornalista nata a Calcutta che ha nel suo curriculum interessanti interviste con personaggi del calibro di Benazir Butto e Salman Rushdie – racconta una storia sconosciuta ai più e che coinvolge un suo compatriota. Nel taglio narrativo del romanzo, in cui unisce cronaca alla leggerezza del romanzo al femminile, ha il predominio la vena rosa, la vicenda umana più che l’attenzione ai particolari storici o il desiderio di fare conoscere realmente i contenuti che racconta.

Il suo trasferimento in Inghilterra trent’anni orsono l’hanno trasformata in una piacevole romanziera confondibile con altri scrittori britannici che ha dimenticato la capacità di documentare. Il lavoro di ricerca fatto dalla romanziera è comunque interessante ed approfondito, tanto da fare apparire quasi dal nulla una vicenda non molto gradita alla Famiglia Reale e che faceva vedere la Regina Vittoria debole nei confronti dei sentimenti, capace di provare amicizia per persone autentiche, al di fuori del rigido protocollo che la costringeva a vivere condannata a non essere mai completamente se stessa.

La foto di Abdul Karim notata nello spogliatoio della Regina nella sua amata tenuta nell’Isola di Wight, la curiosità, la scoperta del diario dell’uomo e, alla fine, il romanzo che, affidato a Lee Hall – sceneggiatore di film di livello quale War Horse (2011) diretto da Steven Spielberg e Billy Elliot (2000) – è divenuto un inno all’amicizia sincera.

Frears si è addentrato con ottimo mestiere nella storia, privata quasi completamente dai riferimenti dei drammi che dilaniavano l’India, di una Imperatrice che non era mai stata in quel Paese tanto vasto quanto importante per gli inglesi.

Nei dialoghi punta molto sull’ignoranza della monarca di qualsiasi cosa riguardasse questo possedimento asiatico. Si stupisce dell’esistenza del mango, scopre che esistono tante lingue parlate, che ci sono grossi scontri tra Indù e il mondo maomettano. È tutto possibile, perché soprattutto negli ultimi anni di regno lei serviva unicamente per rappresentare l’Inghilterra in manifestazioni ufficiali, ma senza la possibilità di decidere alcunché. Ha un figlio – il cinquantasettenne futuro re Edoardo VII – che le ronza attorno in attesa di poterle succedere al trono, politici preoccupati di potere governare senza coinvolgerla, una folla di servitori che non le permette di avere un autentico contatto coi suoi sudditi.

Il regista cura in maniera perfetta la ricostruzione di ambienti e vestiti, utilizza con bravura i primi piani soprattutto di Judi Dench, la quale dona al suo personaggio grande espressività, racconta la vita di corte fin dalla prima scena ambientata nella caotica cucina in cui tutti vivono drammaticamente la preparazione del cibo per i continui banchetti ufficiali.

Fa entrare Abdul in contatto con il mondo di Corte attraverso il suo sbalordimento per qualcosa che in India non aveva mai visto né immaginato potesse esistere. Lui e il suo compagno di ventura, scelti per consegnare una moneta commemorativa alla Regina, sono sopportati dagli altri perché considerati esseri inferiori imposti loro da scelte utilitaristiche che non comprendono.

Molto bella la lunga scena del banchetto con la Regina che è costretta a mangiare tutto quanto le viene posto davanti e tende ad addormentarsi da una portata all’altra. Lei assaggia e basta, le tolgono il piatto ancora pieno e questo provoca l’interruzione del pasto anche per tutti gli invitati. È stanca nell’ultimo periodo della sua vita, ma ha un momento di brillantezza intellettuale proprio quando giungono i due indiani, vestiti da sarti inglesi con abiti lontani dalle loro vere tradizioni, che le consegnano la moneta.

Uno scambio di sguardi proibiti e la nascita di una reciproca curiosità che si trasformerà in amicizia vera. Da questo momento, il film si sviluppa in maniera molto prevedibile, è raffinato ma privo di vero interesse, portando verso un finale in cui finalmente appare, seppure per pochi attimi, il colore del dramma.

Il quarantenne attore indiano Ali Fazal, scelto, come il personaggio a lui affidato, più per l’aspetto fisico che non per meriti, non è in grado di reggere il confronto con la Dench.

Il film è in memoria di Tim Pigott-Smith, qui perfetto responsabile della Corte nei panni di Sir Henry Ponsonby. Attore teatrale che giovanissimo aveva debuttato al Old Vic londinese, ha avuto un’intensa carriera comprendente anche spettacoli a Broadway, televisione e ancora moltissimo teatro classico anche con Judy Dench. È mancato a 70 anni subito dopo le riprese del film.

 

TRAMA

 

Un giovane scrivano che lavora in una prigione, Abdul Karim, è scelto per il suo aspetto fisico per consegnare durante il Giubileo d’oro della Regina Vittoria una moneta commemorativa. Contro ogni regola, incrocia gli occhi della Sovrana che rimane affascinata dal suo carisma. Diviene suo servitore personale, poi segretario, infine Munshi, (maestro spirituale). L’uomo è forse l’unico devoto amico della anziana donna, ma questo rapporto viene osteggiato da tutta la Corte, primo fra tutti il futuro Re Edoardo VII.