viaggio a kandahar

Viaggio a Kandahar un film di

viaggio a kandaharIl crescente interesse internazionale per la cinematografia iraniana, esteso anche ad ampie fasce di pubblico, trova un ulteriore punto di forza nell’attualità del conflitto arabo-occidentale nei territori mediorientali dell’Afghanistan. Nel caso di Viaggio a Kandahar, l’ultima opera di Mohsen Makhmalbaf, autore di punta di questa cinematografia insieme ad Abbas Kiarostami, cronaca e fiction si rivelano coincidenti. Questa la ragione primaria del successo che il film sta ottenendo un po’ dovunque in Italia. Esiste nel cinema di …, rispetto all’apparente povertà di Kiarostami, una particolare cura formale che secondo alcuni rasenta spesso il manierismo. Sospetto, a parer nostro, infondato in quanto la poetica di questo autore resta comunque radicata nello spirito degli umili e della terra che li circonda la quale, nella fattispecie di Viaggio a Kandahar, è il puro deserto, un vuoto senza architetture.

viaggio a kandaharIl viaggio dall’Iran all’Afghanistan di una giornalista trasferitasi in Canada, che vuole raggiungere la sorella per indurla a rinunciare al triste proposito del suicidio durante l’ultima eclissi del secolo, nelle mani di Makhmalbaf (che è anche montatore) diventa un pretesto per mostrare i luoghi dove oggi si sta combattendo una guerra assurda, e la condizione umana che vi regna. Il ritmo del road movie è continuamente spezzato da brani di vita quotidiana (vedi la scuola dei Taleban) e da incontri con personaggi “di passaggio”, che tuttavia non diventano mai veramente parte integrante di una verità oggettiva. Sono infatti il gusto e la forma anedottica, unite forse ad un’insufficiente visione critica, laddove la condizione reale esigerebbe uno sguardo “forte”, a comprometterne la drammaticità e l’equilibrio stilistico.

Tuttavia nel film non mancano momenti in cui l’ispirazione sa trasformare il realismo della guerra in piccola tragedia famigliare (si veda la sequenza in cui il mutilato inscena con pochi gesti l’umanità di una dolente figura femminile). Un sospetto di manierismo può forse sorgere a proposito della sequenza della corsa degli zoppi mentre dall’alto vengono paracadutate protesi di gambe, girata con il ralenti, per amplificarne il pathos ed l’impatto visivo spettacolare, pur tuttavia in un’ottica di pura pietas.
Inoltre risponde ad una precisa scelta poetica l’aver interrotto la narrazione prima dell’arrivo a Kandahar (che è il luogo desiderato, ma mai mostrato). Lo stesso personaggio della sorella, nella sua programmatica assenza, resta nell’ombra ad evocare il dolore senza volto di migliaia di donne afghane, le cosiddette “teste nere”. Infine il regista rinuncia anche a mostrare l’eclissi, non solo per affermare la volontà di un finale aperto, ma per una semplice ragione narrativa e di senso: mostrare l’eclissi avrebbe forse reso implicita la morte della sorella, mentre l’intento di Makhmalbaf è proprio quella di lasciare una speranza nell’immensità del dolore.

Quello che avrebbe potuto essere un potente saggio in prosa della condizione femminile afghana è invece un canto di speranza di una donna che affronta l’ignoto e il caso per affermare il diritto alla vita.