Uomini di Dio un film di

É possibile per un piccolo gruppo di religiosi cristiani vivere in armonia in mezzo a una popolazione di maggioranza musulmana? Può un manipolo di uomini divenire il simbolo del dialogo interculturale e della pace? Un prete deve saper distinguere tra l’idea di martirio e quella di sacrificio esistenziale per l’applicazione del bene? Le domande appena esposte sembrano essere alla base di Uomini di Dio, opera di Xavier Beauvois che al Festival di Cannes 2010 si è aggiudicata il Gran Premio della Giuria. A nostro avviso il film tende inizialmente a non fornire delle risposte precise, nette. E questo è un bene. L’autore si  concentra infatti più che altro sulla questione del dubbio umano e sulla rappresentazione di un confronto intellettuale, fatto anche di sentimenti e ripensamenti, che coinvolge  alcuni sacerdoti durante la terribile “guerra civile” che sconvolge l’Algeria. Da una parte i fondamentlisti islamici, dall’altra la classe politica al potere. In mezzo, gli innocenti: la popolazione civile, e i frati trappisti protagonisti del racconto.

Xavier Beuvois costruisce l’intero percorso esistenziale degli otto sacerdoti in modo pacato, riflessivo, dignitoso. Cerca di amplificare l’umanità di tutti i personaggi, regalando a ognuno di loro un passaggio significativo, uno sguardo, un’inquadratura. Il film procede con rigore e lucidità, fino a quando entrano in scena in modo veemente i fondamentalisti islamici. É proprio questa svolta (definiamola così) che fa compiere all’opera in questione un salto evidente nell’ovvio, potremmo dire nel banale. I terroristi che imperversano nelle montagne algerine sono infatti rappresentati attraverso meccanismi, anche recitativi, nei quali il concetto di stereotipo regna sovrano. La severità, anche stilistica e visuale, che caratterizza tutta la fase iniziale del film lascia spazio a una sorta di patetismo crescente che trova la sua apoteosi nella sequenza caratterizzata dall’ingombrante presenza della musica di Čajkovskij (Lago dei Cigni). Infine la conclusione didascalica, che ci fa vedere i monaci rapiti dagli integralisti condotti verso il loro martirio mentre nevica sulle gelide montagne algerine.

Xavier Beauvois ha cercato insomma di narrare una storia esemplare di sacrificio, dedizione umana, senso del dovere e tensione verso la pace, per altro ispirata a una vicenda realmente accaduta (ma ciò appare ininfluente ai fini del giudizio critico). A un certo punto del suo percorso espressivo ha però messo in secondo piano l’equilibrio visuale della sua regia e la perfetta impostazione fotografica, semplice e realistica, di Caroline Champetier per lasciare spazio a una narrazione concentrata sulle emozioni più scontate e a un’architettura linguistica meno austera. Così, sembra quasi che il generoso, responsabile e meritorio atteggiamento dei frati della vicenda sia esclusivamente il risultato della forza impareggiabile della loro fede, come se solo nella convinzione religiosa sia possibile compiere simili atti di nobiltà d’animo. E ciò non è evidentemente vero, visto il gran numero di organizzazioni totalmente laiche che da sempre operano, con gravi rischi per i suoi membri, in condizioni del tutto simili a quelle dei sacerdoti di Uomini di Dio.