Una questione privata un film di

«Liberamente tratto da…». Ogni qualvolta nei titoli di testa di un film appare questa dicitura, si rischia sempre di provare un brivido sottile non potendo prevedere quanto «libera» si rivelerà essere la rilettura di un libro trasferito sullo schermo. Quando poi al centro dell’adattamento creativo in questione si viene a trovare un testo capitale di un determinato periodo della letteratura di un paese, ecco che allora i brividi diventano motivate paure e lo spettatore si predispone alla visione col fucile critico puntato, pronto a fare fuoco non appena intraveda anche solo tracce impalpabili di un tradimento del testo di partenza.

Una questione privata di Beppe Fenoglio appartiene proprio a tale specialissima categoria di mostri sacri della letteratura

Una questione privata di Beppe Fenoglio appartiene proprio a tale specialissima categoria di mostri sacri della letteratura. Pubblicato postumo dopo la morte del suo autore, questo viaggio nella follia della gelosia amorosa sullo sfondo palpitante della guerra civile di casa nostra è il libro che tutti avrebbero voluto scrivere sulla Resistenza (fu Italo Calvino a esprimersi così quando ne sponsorizzò la pubblicazione dichiarandosene fin da subito un convinto fan) proprio perché tra i tanti romanzi dedicati a quella terribile stagione di odio e dolore è il solo che ne racconti appieno l’anti-epopea scegliendo quasi programmaticamente di subordinare la centralità della grande Storia a favore della storia minima di un cuore in subbuglio per il più antico dei sentimenti.

Già portato sullo schermo nel lontano 1967 da Giorgio Trentin in una sfortunata produzione a basso costo e poi riproposto in due non troppo memorabili film per la TV rispettivamente del 1982 e del 1993, il romanzo di Fenoglio arriva oggi sugli schermi grazie al coraggio dei fratelli Taviani che, giunti alle soglie dei novant’anni ma con uno spirito votato alla novità che farebbe invidia a molti colleghi trentenni, dimostrano di non avere alcun timore reverenziale per un’opera divenuta un cult ormai da decenni e la trasferiscono sullo schermo optando per un approccio molto disinvolto e libero che farà di certo discutere per determinate scelte a dir poco ardite e controcorrente adottate nella trasposizione.

Va detto che Una questione privata sembrava fatto apposta per sposarsi al meglio con la poetica dei fratelli Taviani: non solo poteva permettere di parlare di nuovo della Resistenza (periodo già trattato dai due autori pisani nel documentario San Miniato, luglio 1944 e nel film La notte di San Lorenzo) anche se da una prospettiva molto originale, ma allo stesso tempo offriva loro l’opportunità di riproporre una dimensione tipica di molti personaggi delle loro sceneggiature resi complessi dal ruolo delle emozioni private all’interno dei contesti pubblici di politica e grande Storia. I sovversivi e San Michele aveva un gallo docent a questo proposito.

Perché di questo si tratta anche in Una questione privata. Il partigiano Milton, pur nel pieno della guerra partigiana nelle Langhe piemontesi, perde di vista tutto e tutti quando il rovello della gelosia lo rode trasformandosi in pura follia al pensiero che la donna amata prima del 1943 possa avere avuto una relazione intima col suo migliore amico di sempre. Amico al quale però non può chiedere conferma dell’atroce sospetto: i repubblichini lo catturano proprio nel giorno in cui Milton gli vorrebbe parlare. E i suoi sforzi per trovare in giro per le varie brigate partigiane un prigioniero con cui effettuare uno scambio si rivelano vani.

Anche se chiamato ad affrontare di petto il ruolo che la Storia ha assegnato a lui e alle altre migliaia di giovani che hanno scelto di salire in montagna per combattere la ferocia fascista nel nord Italia, Milton lascia che le fibrillazioni del cuore e il peso di un’ossessione del tutto intima e privata lo scolleghi dagli orrori del conflitto, convertendolo da combattente per la più giusta delle cause in un clone di ariostesco Orlando innamorato acciecato dalla gelosia e mosso non più dalle purezza dei propri ideali ma dal cuore di tenebra di un sospetto che gli offusca la mente.

I fratelli Taviani (qui col solo Paolo in regia, come mai era accaduto prima visto che Vittorio era reduce da un incidente e non era nelle condizioni di poter stare sul set) rileggono Fenoglio mantenendo viva la dinamica di questo capovolgimento. Il loro Milton somiglia molto all’originale nel suo cedere prono alla dittatura di un sentimento che cancella ogni altra urgenza dettata dall’hic et nunc del contesto. La guerra contro gli «scarafaggi» repubblichini diventa un disturbo sullo sfondo, un fastidio accessorio di poco peso se paragonato alla battaglia interiore che il giovane partigiano combatte nel rovello della sua mente.

Non dimentichiamoci però quel «liberamente» di cui si diceva all’inizio. Mossi dalla convinzione che ormai sia bene trattare la Resistenza come un fatto assoluto in sé astraendolo dal contesto storico, sociale e geografico in cui si è svolto, nella sceneggiatura ricavata dalle pagine di Beppe Fenoglio i Taviani hanno infatti scelto di offrirne una lettura astratta e minimale chiamata a scollarla dagli scenari paesaggistici che ne sono stato il teatro necessario ma anche estraniandola dal preciso contesto storico che ne ha fatto da contorno.

Se è vero che anche nel romanzo la Storia viene vista di scorcio (altra definizione azzeccatissima di Italo Calvino a proposito della modalità con la quale Fenoglio presenta la guerra partigiana in quest’opera capitale) perché ciò che conta è solo l’urgenza privata del protagonista, è ugualmente vero che tutto ciò che fa da contorno al folle vagabondare di Milton alla ricerca di un prigioniero da scambiare con l’amico Giorgio avviene in un contesto che può essere soltanto quello delle colline langarole nell’impietoso autunno del ’44.

La conseguenza è uno strano effetto di (forse) involontario straniamento: Milton e gli altri giovani combattono contro i fascisti. Se però al posto loro ci fossero i soldati di un altro esercito, il risultato non cambierebbe. Ciò che conta è il concetto astratto di una guerra e non di quella guerra. Con esiti però vagamente destabilizzanti perché i fascisti nel film ci sono e sono pure molto cattivi, ma non si menziona mai in quale parte del paese la loro cattiveria si esplichi e soprattutto il motivo per cui vi sia in atto un atroce conflitto civile.

A questo va poi aggiunta una duplice scelta di campo fatta dai due autori pisani in parte in linea con quanto detto poc’anzi: ad accentuare l’effetto di straniamento contribuiscono due ulteriori fattori non certo irrilevanti. E cioè il fatto che nessuno dei toponimi delle Langhe in cui Milton si aggira come una belva ferita venga mai menzionato nonché la scelta bizzarra di evitare le Langhe come location per gli esterni (a detta degli autori oggi inutilizzabile perché troppo diversa dalle Langhe del tempo della guerra), a favore della cuneese Val di Maira.

Zona questa delle Alpi Marittime che, trovandosi a quasi 2000 metri sul livello del mare, presenta un incongruo paesaggio alpino che nulla ha a che vedere con la crudele dolcezza delle colline albesi teatro dell’epopea resistenziale celebrata da Fenoglio in tutta la sua opera. E lo stesso dicasi per la scelta di eliminare del tutto la presenza della pioggia a favore della nebbia: mentre quest’ultima è la causa prima della cattura di Giorgio nella fase iniziale del romanzo, per tutto il resto dell’opera è la pioggia a farla da padrona aggiungendo all’odissea di Milton una componente di ulteriore ma necessario e costante disagio.

Come se poi questo non fosse già sufficiente a distanziare di anni luce la rilettura dei fratelli Taviani dagli spiriti e le forme del romanzo di Fenoglio, continuando in un percorso già iniziato in Maraviglioso Boccaccio e in coerente continuità con la scelta di decontestualizzazione operata, Paolo e Vittorio Taviani hanno poi permesso al manipolo di giovani attori reclutati di restare linguisticamente fedeli alle rispettive regioni di provenienza.

E così non basta che Luca Marinelli (pur se superlativo nel dare corpo a un Milton duro e puro nel suo stralunamento dopo tanti villain ultra cattivi interpretati negli ultimi anni), Lorenzo Richelmy e Valentina Bellè (rispettivamente Fulvia e Giorgio, nonché entrambi reduci da produzioni internazionali di grande respiro quale I Borgia e I Medici) parlino con un forte e incongruo accento romano. I partigiani che si muovo intorno a loro — interpretati da giovani attori di belle speranze a tratti però stucchevoli per eccessi di dizione scolastica di forte impronta teatrale —, ma anche la gente comune e i contadini parlano ciascuno col proprio accento in una babele cacofonica di intonazioni che accentua ancor di più il già citato senso di straniamento.

E a quanti hanno amato e continuano ad amare il romanzo di Fenoglio farà ancor meno piacere la scelta operata dai Taviani di rileggere a modo loro il celebre finale «aperto» del romanzo (tale non tanto perché così lo volle l’autore ma per il semplice fatto che l’opera fu edita postuma e quindi mai giunta a una versione definitiva). Rilettura in linea col resto dell’operazione da cui ci si poteva certamente aspettare di più, pur senza pretendere di averne un calco passivo privo di personalità.