Un ragionevole dubbio un film di

Il britannico Peter P. Croudins (alias Peter Howitt) attore, autore di lavori teatrali quali The Caretaker e Party Time, ha debuttato alla regia cinematografica con il campione di incassi Sliding Doors (1998), interpretato da Gwyneth Paltrow. Era stato salutato come autore emergente, come sceneggiatore in grado di dare una svolta al cinema britannico e internazionale; per lui si era parlato anche della regia di un James Bond.
Ma dopo l’opera prima, è riuscito a realizzare solo pochi titoli, per di più privi di interesse, quali la commedia pseudo spionistica Johnny English (2001) con Rowan Atkinson, S.Y.N.A.P.S.E. – Pericolo in rete (2001), che accendeva un minimo di curiosità solo perché si occupava dei problemi di sicurezza su Internet, Laws of Attraction – Matrimonio in appello (2004), scialba commedia con Pierce Brosnan e Julianne Moore. Poi un film non distribuito in Italia, Dangerous Parking (2007) ed ora questo thriller di impronta giudiziaria.

Sceneggiato da Peter A. Dowling, anche regista del mediocre horror thriller Stag Night (2008), questo legal thriller è poco interessante, spesso addirittura ridicolo, con uno sviluppo ovvio e alle volte non credibile che irrita l’intelligenza di chi lo visiona. Sicuramente era impossibile non accorgersi della debolezza dello script, non si poteva nemmeno ipotizzare per questo progetto il successo artistico o commerciale anche perché nessuno dei responsabili sembra ci creda davvero. La colpa maggiore l’ha il regista che non ha saputo sfruttare le poche trovate che Dowling gli aveva offerto. Non è stato in grado di creare nel cast coesione, non ha dato sostegno agli attori nella costruzione dei vari personaggi, ha ridotto a livello di brutto telefilm la parte in tribunale, non ha dato un minimo di drammaticità nemmeno all’investimento del uomo.

Viene da pensare che se gli autori avessero visto qualche telefilm di Perry Mason con Raymod Burr forse avrebbero evitato le tante ingenuità presenti. Ad esempio, la figura del avvocato d’ufficio del uomo accusato di omicidio platealmente aiutato davanti al giudice dall’avvocato dell’accusa o il terrore di essere stato scoperto che porta l’assistente procuratore quasi ad un’autodenuncia sempre in aula.

L’inizio è accettabile e la presentazione del protagonista fatta con un minimo di professionalità. È un giovane procuratore distrettuale, bravo e molto motivato con moglie e neonata che lo attendono a casa; lo si vede in azione mentre vince l’ennesimo processo, andare a festeggiare coi colleghi ubriacandosi, prendere l’auto, distrarsi, travolgere un passante, chiamare l’ambulanza e fuggire.

Dopo questo, il film si dimentica di ogni cosa e, con grande confusione, tira a campare verso un finale più che prevedibile ed ovvio, già in parte anticipato nel trailer.
Assolutamente privo di credibilità Ryan Robbins nel ruolo del fratellastro dell’avvocato. Esce di carcere, lui se ne vergogna ma lo cerca quando vuole fare qualcosa di illegale, rischia di essere ucciso e, nel finale, viene finalmente accettato anche dalla cognata che non sapeva della sua esistenza. Da notare che la donna era collaboratrice del procuratore, che aveva vagliato il curriculum del futuro marito e, quindi, probabilmente doveva anche sapere se lui aveva oppure no fratelli o quant’altro.

L’attrice canadese Erin Karpluk, con esperienze televisive, culla la bimba, sorride e, alla fine, rischia di essere uccisa. Peccato che il suo volto non esprima altro se non una gradevole bellezza.
Il britannico Dominic Cooper, padre di famiglia e ottimo avvocato, vive in maniera ridicola il dramma di dovere convivere con l’uccisione di un uomo. Col suo viso da bravo ragazzo nulla sembra turbarlo; non ci fossero i dialoghi e il suo inserimento in scene drammatiche che non vive, sembrerebbe interpretare un’allegra commedia per famiglie.

Racconta di essere nato nelle zone sbagliate, in quelle dove prolifera la delinquenza e di essere riuscito a sfuggire da quello che poteva sembrare essere un destino impossibile da controbattere, che lui aveva saputo vincere divenendo uomo che fa rispettare la giustizi. Ma di tutto questo nulla vi è nello sviluppo del film.

Samuel L. Jackson offre il suo volto truce all’accusato di un investimento forse trasformatosi in terribile esecuzione, ma non prende mai troppo sul serio quello che dice e quello che fa. Subito si capisce che nasconde qualcosa ma gli inquirenti non danno peso a fatti che sarebbero chiari anche ad un dilettante. Se la ride (metaforicamente) e attende che la sceneggiatura lo trasformi in cattivo. Sono alcuni anni che il pur bravo attore accetta di tutto, rischiando di perdere così la fiducia degli spettatori.
Gli altri interpreti non rimangono nemmeno nel ricordo anche perché Peter A. Dowling ha scritto dialoghi praticamente solo per i personaggi principali.

Che il regista abbia firmato con uno pseudonimo la dice lunga sulla sua fiducia nel prodotto finale, che lo sceneggiatore abbia detto che non è stato rispettato quello che ha scritto ancora di più.
Budget da 8 milioni di dollari, ambientato a Chicago ma con riprese realizzate nella città canadese di Winnipeg iniziate nel novembre 2012, rimontato varie volte da due differenti professionisti, è una coproduzione canadese tedesca per ora uscita solo in Italia, in Kuwait, Olanda ed in un ridotto numero di sale statunitensi.

TRAMA

Giovane e affermato assistente procuratore di Chicago, divenuto padre da pochi giorni, di ritorno da una serata con i colleghi che hanno festeggiato l’ennesimo suo trionfo professionale, guida in stato di ubriachezza e investe un pedone. Chiama un’ambulanza da telefono pubblico e scappa. Il giorno successivo scopre che un uomo è stato arrestato per l’omicidio del passante che ha investito. Non se la sente di confessare ma fa di tutto per dimostrare l’innocenza dell’accusato: ottiene che gli venga assegnato il caso e l’uomo viene assolto. Da quel momento, l’avvocato inizia a scoprire fatti molto gravi che gli fanno giudicare in maniera differente l’uomo che lui ha fatto scagionare. Per lui, oltretutto, non solo il rischio di perdere il lavoro e di finire in carcere ma anche di vedere costantemente in pericolo la famiglia che adora.