Un giorno devi andare un film di

Silenzi, distese placide di acqua argentata, lembi di terra coperti da una vegetazione fitta e scura. Quello di Giorgio Diritti, apprezzato autore de Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà, è uno sguardo ampio che abbraccia un paesaggio maestoso e imponente, che fin dal principio del film si impadronisce delle inquadrature. E’ qui, in Amazzonia, che si trova Augusta, su una barca scalcinata cullata dalle onde lievi e pigre del fiume. Un giorno devi andare è la storia del tentativo coraggioso di questa donna di superare dolore e sofferenza attraverso un modo rinnovato di rapportarsi alla realtà e agli eventi privati della sua vita.

La perdita di un figlio, e la conseguente sterilità, mandano alla deriva il matrimonio di Augusta: per questi motivi la donna sente il bisogno di staccarsi dal suo passato, e sceglie di allontanarsi dal suo mondo per scoprirne un altro, prendendo così anche le distanze dal proprio intimo dolore per poterlo, pian piano, finalmente comprendere e superare. Viaggia accanto a suor Franca, una donna ferma e decisa, convinta che per gli indios i sacramenti cattolici siano importanti quanto il cibo, che scarseggia paurosamente nei villaggi malandati sulle rive del fiume. Ma Augusta non cerca risposte nella fede e neppure certezze precostituite: si interroga su tutto, mette a confronto i suoi valori con valori nuovi, si sforza sinceramente di comprendere le ragioni dell’altro. Capisce quindi molto presto che il suo viaggio deve necessariamente cambiare direzione, e parte da sola verso la favela di Manaus, dove prende in affitto una stanzetta a casa di Arizete, madre e nonna affettuosa e instancabile circondata da ragazzi e bambini. Qui fa amicizia con le persone del luogo, insieme a loro fa i lavori più umili e si diverte a giocare con i ragazzini della comunità, riuscendo finalmente a ritrovare un po’ di serenità. Ma un evento drammatico la spinge a dare ancora una nuova svolta al suo viaggio: il bambino di una sua giovane amica, Janina, scompare all’improvviso. A questo punto Augusta torna ad esplorare le rive del fiume – stavolta in completa solitudine – con le sue spiagge bianche e silenziose, mentre Janina – compiendo un percorso speculare e opposto – arriva in Italia, accolta nella famiglia di Augusta e nella comunità religiosa di suor Franca in un Trentino freddo e nevoso. La tappa finale del percorso della protagonista coincide con la sua totale immersione nella Natura, con il compimento del suo voler “essere terra”, dopo aver compreso definitivamente che il suo sentimento di maternità non può essere annientato con la perdita del suo bambino, ma continua a esistere – saldo, imprescindibile, in qualche modo innato – nella sua generosità e nel suo prendersi cura degli altri. La definitiva riconciliazione di Augusta con gli eventi che hanno segnato la sua vita avviene infine grazie alla presenza – di nuovo – di un bambino, che con piccoli gesti spontanei riesce, per così dire, a “restituirla” al mondo, strappandola dall’isolamento (fisico e psichico) nel quale rischiava di cadere.

Un giorno devi andare è un film che possiede davvero molti pregi, e riesce a miscelare con equilibrio l’analisi di diverse tematiche trattate con attenzione, tatto, intelligenza: la maternità (vissuta e negata), la religione (la fede, il dubbio), il confronto tra due mondi (l’Occidente e i paesi in via di sviluppo). Quest’ultimo argomento prende forma con l’alternarsi dei luoghi (il Brasile e l’Italia) in cui vediamo i personaggi del film: da una parte un mondo lacerato eppure vitale – dove la protagonista cerca un nuovo equilibrio interiore – dall’altra l’immobilità dell’Occidente metaforizzata da un Trentino inerte sotto la neve, dove la madre di Augusta pensa alla figlia lontana mentre i giorni sembrano scorrere lenti e tutti uguali. La descrizione degli ambienti diventa pretesto per un discorso anche sociale e politico soprattutto rispetto alla rappresentazione delle favelas, mai oleografica, priva di edulcorazioni e stereotipi, protesa verso una solida e asciutta oggettività ma non priva di poesia.

Ancora, qualche riga va spesa – oltre che per la splendida fotografia – per l’ottima interpretazione della protagonista Jasmine Trinca, che dona al suo personaggio (costruito in maniera ponderata, sapiente, complessa) una spontaneità e una sensibilità particolari.

Trama

Augusta è una giovane donna con un passato doloroso: la perdita di un figlio e la conseguente sterilità e quindi il fallimento di un matrimonio. Sentendo il bisogno di un cambiamento radicale parte per l’Amazzonia dove suor Franca, un’amica della madre, tenta di evangelizzare gli indios nei villaggi poveri e disastrati che sorgono lungo le rive del fiume. Non condividendo appieno il sentimento religioso della suora, Augusta sceglierà presto di proseguire da sola verso la favela di Manaus. Da questo momento in poi il viaggio diventerà per lei vera occasione di conoscenza (di se stessa, degli altri e del mondo) e tappa necessaria per restituire un senso alle cose.