UN EROE


UN EROE di Asghar Farhadi, distribuito da Lucky Red, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) con la seguente motivazione:

«Tornato a girare in Iran, Asghar Farhadi ritrova l’ispirazione dei suoi giorni migliori seguendo per due giorni un detenuto in libertà per un permesso. Con uno stile che sembra pedinare la realtà e invece scava nelle sue contraddizioni, la regia allarga l’obiettivo del suo campo d’azione per restituire quel “girare a vuoto” dei fatti che la tivù e i social finiscono per spossessare delle loro radici reali lasciando le persone sole di fronte ai loro problemi».

La recensione di Franco Montini:

Una delle caratteristiche del cinema di Asghar Farhadi è quella di saper cogliere la realtà più profonda, le contraddizioni, i problemi della società iraniana attraverso complicate e anomale vicende private. Ogni volta, pur puntando l’attenzione sul particolare, ciò che emerge è un affresco generale.

Accade anche in Un eroe, dove il protagonista, Rahim Soltani, sta scontando in carcere una pena detentiva in relazione ad un debito che non è riuscito ad onorare. Quando ottiene tre giorni di permesso, Rahim intende utilizzarli per convincere il creditore a ritirare la denuncia nei suoi confronti. L’uomo sembra inflessibile, ma il ritrovamento di una borsa piena di monete d’oro da parte della donna con cui Rahim ha una relazione segreta sembra fornirgli l’opportunità di risolvere la situazione.

Con le monete, delle quali si attribuisce il ritrovamento, Rahim intende estinguere il debito e poter così riassaporare la libertà. Poi, in un mix di scrupoli morali e furbizia, decide di restituire al legittimo proprietario il piccolo tesoro. Una scelta che gli procura un’improvvisa, effimera fama mediatica che lo trasforma in eroe. Tutti, a cominciare dalla direzione del carcere, che deve far dimenticare gli inquietanti suicidi dei detenuti, ne celebrano l’onestà, ma la sua iniziale piccola bugia lo costringe ad inventarne altre, per giustificare i successivi comportamenti e presto, complici le cattiverie dei social media, tutto si trasforma in una valanga che lo travolge, trasformandolo da eroe in reietto, ben al di là delle sue colpe.

Un eroe è un film basato su una sceneggiatura implacabile: ogni mossa di Rahim, precipitato in un meccanismo crudele, non fa che peggiorarne la situazione. Il paradosso è che, per affermare la verità, il protagonista è costretto a produrre prove false, inevitabilmente destinate ad essere successivamente smentite. L’impossibilità di arrivare ad una verità certa e assoluta e, di conseguenza, a poter pronunciare un definitivo giudizio etico/morale su Rahim, è un’altra delle situazioni ricorrenti che emergono nel cinema di Farhadi, sempre immerso in una zona grigia dominata dall’ambiguità. Una scelta determinata anche dalla necessità di sottrarsi alla ferrea censura del regime iraniano.

Rispetto ai precedenti lavori del regista, colpisce la novità dell’attenzione posta sulle devastanti conseguenze dell’informazione affidata alla rete, dove rancori, sospetti, rabbie, invidie vengono moltiplicate ed amplificate a dismisura. In questo senso, pur nelle differenze di cultura e costumi, la società iraniana appare assai simile alla realtà occidentale.

Una breve rassegna della stampa italiana sul film (a cura di Francesco Grieco):

Un aspetto interessante che emerge leggendo le recensioni della stampa italiana su Un eroe è il soffermarsi sul protagonista del film, la cui ambiguità è perfettamente coerente con la complessità di una sceneggiatura in cui Farhadi, come sempre, sembra giocare continuamente a confondere lo spettatore. Lo spiega Fabio Ferzetti su L’Espresso: «Se Farhadi non ha mai problemi di censura è perché lavora sullo scarto tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di capire. Di qui premi, ma anche accuse e insinuazioni. Proprio come l’ eroe del suo film». Massimo Causo su Sentieri Selvaggi ribadisce l’opacità del cinema di Farhadi: «Sembra quasi una fiaba nera, Un eroe, con questo stratagemma della borsa piena d’oro rinvenuta dall’eroe che però deve attraversare una serie di prove per far valere la sua dignità. Ma nel cinema di Farhadi lo scenario non è mai limpido, è dallo sfondo che emergono i contrasti, le pulsioni sociali capaci di deformare la realtà del protagonista e la sua stessa coscienza».

Così, a Marzia Gandolfi che su MyMovies scrive «proviamo un’empatia profonda per il personaggio principale, sempre sorridente e confidente nel tentativo di uscire da una situazione assurda», si contrappone Alberto Pezzotta su FilmTv, che dà una lettura diversa del sorriso del protagonista e, di conseguenza, della sua personalità: «la cosa interessante è che il soggetto di Farhadi potrebbe essere quello di una commedia con Alberto Sordi delle più impietose; solo che al posto di Sordi c’è un attore da cui Farhadi esige un’empatia prossima allo zero, Amir Jadidi. Il suo Rahim, con un sorriso finto e ipocrita stampato sulla faccia, è lieto di fare il fantoccio nelle mani di un sistema ipocrita e bugiardo».

Scettico nei confronti di Rahim è anche Gabriele Niola su Wired: «non sappiamo perché, ma nemmeno noi crediamo fino in fondo a quegli occhi da cane bastonato, al figlio con un difetto di elocuzione. La storia ci dice che c’è la possibilità di un inganno ma la regia ci spinge a cercare nelle immagini un’espressione, un dettaglio, un gesto del corpo che riveli le vere intenzioni delle persone». Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera spiega interpreta in questo modo la tipica espressione del personaggio: «Con la sua aria grigia, di chi si sente sempre schiacciato dai fatti, Rahim è il campione di un Iran che cerca di sopravvivere, pronto ai compromessi, capace di reagire solo di fronte al comportamento intransigente del suo debitore o per difendere la dignità del figlio balbuziente».

C’è da dire che la difficoltà di scoprire intuitivamente la vera natura di Rahim, e quella delle altre figure con cui interagisce, è dovuta alla gradualità con cui la sceneggiatura di Farhadi procede per piccole aggiunte e colpi di scena, con risultati che sta al punto di vista del critico e dello spettatore giudicare autonomamente. E dunque, per esempio, Luca Mosso sul quotidiano Il Manifesto definisce Un eroe «un film riuscito a metà» in cui «il passaggio da un modello vagamente dostojevskiano, dove l’idiota attraversa un mondo che non lo riguarda, a uno di ascendenza renoiriana, in cui tutti hanno le loro buone ragioni, non è indolore, anche perché in quelle che, con l’andare del racconto, degenerano in vicende poco più che mediocri a mancare è proprio il tragico della vita». Un parere diverso esprime Andrea Chimento su Il sole 24 ore: «Nonostante inizialmente fatichi un po’ a carburare, la visione risulta coinvolgente e riesce a crescere alla distanza fino a raggiungere il suo apice nel bellissimo finale». Giudizio positivo anche da parte di Luca Pacilio su Gli Spietati: «una materia incandescente, fatta di umanità palpabile, che si stacca dal controllo millimetrico dei passaggi narrativi e, senza smentirne la precisione (anzi), diventa storia emotivamente coinvolgente».

Qualche perplessità la manifesta Raffaele Meale su Quinlan: «In un certo senso il film appare una versione semplificata dei due veri e propri capisaldi nei quali Farhadi ha squadernato le ipocrisie della società iraniana, vale a dire About Elly e Una separazione. Qui manca quella potenza narrativa, e quella capacità di scioccare al di là della superficie». Chiara Borroni su Cineforum chiede a Farhadi di far progredire il suo cinema: «Ora che si è ritrovato attraverso un film chiaro (benché un po’ verboso e reiterato) che lo ha rimesso a proprio agio potrebbe fare un passo avanti». Trova, infine, solo piccoli difetti nel film di Farhadi Federico Gironi, che su ComingSoon lo recensisce con queste parole: «A voler essere pignoli, può essere che Farhadi a volte tiri le cose leggermente per le lunghe, e che forse A Hero avrebbe potuto essere appena un poco più asciutto. Ma si tratta di dettagli, in un film scritto e diretto da un autore che ha ben chiaro cosa dire e come dirlo, e che non si compiace mai di sé stesso, a dispetto delle sfumature e della stratificazione della storia, rispecchiata nelle immagini da un gioco costante di sguardi a distanza, e di livelli fatti da porte, vetrate, angoli e finestre».