Tutti i soldi del mondo un film di

Non tutto il male viene per nuocere. Se il venticinquesimo film di una carriera iniziata esattamente quarant’anni or sono (con il folgorante I duellanti) e poi costellata da capolavori assoluti (Alien e Blade Runner bastano come esempi?) non sarà il miglior regalo per l’ottantesimo compleanno, Ridley Scott potrà comunque consolarsi certo che questo suo piatto biopic su un noto fatto di cronaca nera dei primi anni ’70 entrerà in ogni modo  nella storia del cinema.

Peccato però che lo farà dalla porta di servizio e non per meriti strettamente   cinematografici ma per i noti strascichi del Weinstein-gate, il mega scandalo scoppiato in autunno a seguito delle denunce di molestie subite da molte collaboratrici e attrici fatte oggetto di attenzioni indesiderate da uno degli uomini più potenti di Hollywood.    Scandalo che ha dato la stura a una cascata di accuse da parte di molte altre star e registi, tutti accomunati da bulimia sessuale e da scarso rispetto per il prossimo nella persona di chi non poteva o non voleva rinunciare a una scrittura finendo col cedere a sordidi ricatti.

Uno dei tanti nomi coinvolti — anche se indirettamente — nella buriana mediale è stato quello di Kevin Spacey cui Ridley Scott aveva affidato nel suo biopic sul rapimento del nipote il ruolo cruciale del plurimiliardario americano J. Paul Getty, forte non solo di un curriculum più che invidiabile ma soprattutto della popolarità planetaria regalatagli dalle serie TV di House of Cards. Essendo il bubbone delle molestie seriali esploso a            lavorazione terminata, la produzione e Scott hanno deciso di gonfiare il già pingue budget di altri dieci milioni di dollari, richiamando alla base il resto del cast per rigirare con l’89enne gloria canadese Christopher Plummer tutte le scene in cui compariva Spacey.

E se già ne Il gladiatore Scott aveva dovuto ricorrere agli artifizi del digitale per  completare il girato con le scene in cui appariva Oliver Reed deceduto durante le riprese, il suo Tutti i soldi del mondo entrerà appunto nel guinness dei primati della storia del  cinema per essere stato il primo film in cui non solo la figura di una super star è stata   sottoposta a un trattamento di damnatio memoriae per immagini (non ostante in molte  sale italiane durante le vacanze di Natale circolasse ancora il trailer ufficiale con Kevin Spacey), ma anche per aver costretto la troupe a rigirare tutte le ventidue scene in cui il reprobo molestatore seriale andava cancellato per assecondare il perbenismo di facciata che governa la putredine di Hollywood e poter presentare il film al rush finale per gli Oscar senza incappare in censure preventive.

Partendo da una sceneggiatura originale di David Scarpa,Tutti i soldi del mondo ripercorre in maniera romanzata il celebre  rapimento di cui fu vittima a Roma nell’estate del 1973 John Paul Getty III

Fin qui tutto gossip e dintorni. Ma che dire del venticinquesimo film di Ridley Scott?  Partendo da una sceneggiatura originale di David Scarpa a sua volta incentrata sulla ricostruzione a metà tra la fiction e la storia fatta da John Pearson nel 1995 nel volume Painfully Rich: the Outrageous Fortunes and Misfortunes of the Heirs of J. Paul Getty mai edito in Italia, Tutti i soldi del mondo ripercorre in maniera romanzata il celebre  rapimento di cui fu vittima a Roma nell’estate del 1973 John Paul Getty III, nipote di quel J. Paul Getty che all’epoca — come si dice nel film — era «l’uomo più ricco della storia» e non solo del mondo.

Ma anche il più avido, visto che per buona parte dei cinque mesi in cui durò il disperato tira molla tra la madre del rapito e i sequestratori (prima una banda di balordi che poi    decisero di «vendere» l’ostaggio alla ‘ndragheta calabrese), si rifiutò di pagare i 17      milioni di dollari di riscatto asserendo che un cedimento avrebbe incoraggiato altri      delinquenti a fare lo stesso con i restanti tredici nipoti della sua dinastia. Accettando alla fine di pagarne quattro solo quando i nuovi interlocutori fecero pervenire alla redazione de “Il Messaggero” romano l’orecchio destro reciso al ragazzo non solo come prova della sua esistenza in vita ma anche come strumento di persuasione circa la brutalità delle   proprie modalità operative.

Puntando quasi tutto sul tesissimo rapporto tra l’odiabile patriarca (interpretato con  grande grinta dal quasi novantenne Plummer chiamato a lavorare diciotto ore al giorno per rifare in dieci le scene in cui appariva Spacey) e la combattiva madre del rapito  Abigail Harris (una bravissima Michelle Williams) coadiuvata dall’ex agente CIA e capo della sicurezza di Getty Fletcher Chace (che qui ha la faccia monoespressiva di Marc Whalberg), il film di Scott e la sceneggiatura che cerca di dargli credibilità perde di vista aspetti nodali del fatto storico che intende ricostruire prendendosi libertà inaccettabili e proiettando il dramma sugli scenari di un’Italietta tutta lisi stereotipi francamente   inaccettabile ai giorni nostri.

Se si volessero elencare le imbarazzanti inaccuratezze a livello storico che il film  affastella come se nulla fosse, si perderebbe una giornata intera. Basti però citare i due momenti cruciali dell’intero affaire per capire l’irresponsabile disinvoltura con cui lo script si accosta a fatti storici ormai ampiamente consolidati. E cioè il rapimento del sedicenne Getty e la sua liberazione: che qui vediamo sequestrato mentre va a zonzo tra le rovine romane conversando in perfetto italiano (ma questo è quanto si vede nella    versione nelle sale nostrane) con prostitute dal cuore d’oro là dove a essere sequestrato fu invece nel pieno di Piazza Farnese, e poi liberato come se si fosse nella concitazione ipercinetica di una scena d’azione della peggiore fiction televisiva, mentre il ragazzo fu ritrovato da un camionista sull’autostrada Salerno-Reggio.

Irritante poi la rappresentazione (o meglio, il tentativo di ricostruzione socio-ambientale) dell’Italia di quegli anni di austerity. Possibile che anche un autore sensibile e raffinato come Ridley Scott non possa prescindere dal raffigurare il nostro paese con una sfilata di vecchie Giuliette Alfa Romeo, Vespe che sfrecciano a Trastevere, paparazzi fuori tempo massimo usciti dalla Dolce Vita, e stornellari che allietano col mandolino pigri        commensali seduti in trattoria? Che dire poi della scena in cui i tutori dell’ordine nostrani — descritti come al solito alla stregua di un manipolo di fancazzisti inefficienti —        irrompono in un presunto covo di brigatisti? Per far capire allo spettatore chi siano i brutti ceffi (inizialmente ritenuti coinvolti nel rapimento Getty) campeggiano alle pareti    stendardi col nome della banda armata bene in vista.

Il risultato di tutto questo è un prodotto piatto e privo di personalità che avanza a ritmi da miniserie su Rai 1 in prima serata, incapace di decidersi tra l’approccio di finzione a un fatto storico, il tentativo di ricostruzione di un’epoca e la rievocazione accurata di un evento di cronaca nera. Un polpettone difficile da digerire già di per sé ma che risulta  ancora più ostico da mandar giù se si pensa che a dirigerlo sia stato un regista che ha   ridisegnato la fisionomia di almeno un paio di generi cinematografici chiave (l’horror e la fantascienza) con opere epocali con cui hanno dovuto fare i conti tutti quelli chiamati  dopo di lui a dire qualcosa di nuovo in un ambito in cui si poteva ormai solo più citare anche quando si pensava di creare.

E a poco serve chiamare in causa la scusa del travagliato iter produttivo che ha  caratterizzato la genesi di Tutti i soldi del mondo. Travaglio che forse, a conti fatti, sarà la vera ancora di salvezza di un flop non indifferente nel quale a salvarsi è solo la prova maiuscola di chi non doveva esserci. Ovvero il gran vecchio Christopher Plummer che domina la pellicola come un potente deus ex machina capace di offuscare tutti anche se appare solo in una porzione relativamente ridotta di pellicola. La cui sinistra  caratterizzazione di un uomo sinistro sempre sospeso tra bulimia egoistica dell’accumulo e scarsa propensione agli affetti non può non indurre lo spettatore medio a chiedersi quanto sarebbe bello se si potesse un giorno vedere un confronto tra il “suo” Paul Getty e quello consegnato al rogo del presunto molestatore seriale sostituito in corsa.