Tutti i rumori del mare un film di

Paesaggi sfocati che perdono lentamente forma e consistenza, immagini algide e sospese, strade che sembrano non portare in alcun luogo, spazi anonimi e senza senso. E ancora: inquadrature mai convenzionali eppure volutamente non spettacolari, regia misurata ed evocativa, tempi dilatati, attese inquietanti, sguardi nel nulla, silenzi. Una sorta di perdita dell’orientamento esistenziale caratterizza interamente il primo lungometraggio di Federico Brugia.
Tutti i rumori del mare (questo il titolo dell’opera) è un lavoro che intende collocarsi in una dimesione “altra” rispetto al cinema italiano contemporaneo. Si tratta di una prova registica che affonda le sue radici in una ricerca visuale che Federico Brugia ha sviluppato per lunghi anni tra pubblicità, videoclip musicali e fotografia. Il suo stile, dunque, si è strutturato nel tempo. É divenuto chiaro e inconfondibile, tanto che appare evidente ogni qual volta ci si imbatte in uno spot girato dal cineasta milanese. Proprio in ambito pubblicitario Brugia ha realizzato piccoli (grandi) capolavori, così come i suoi libri fotografici 51 e 365 rappresentano dei passaggi fondamentali per quel che riguarda il suo percorso di “artista visivo”.

Nelle note di regia pubblicate sul press book del film si legge che Tutti i rumori del mare è “un film piccolo, piccolo”. Ebbene, a livello produttivo è sicuramente così, ma per quel che riguarda la cifra espressiva che contraddistingue l’intera operazione filmica il discorso è sicuramente diverso e più ampio.
Federico Brugia racconta le vicende di due soggetti sostanzialmente senza identità. Un criminale che ha deciso di vivere un’esistenza “non ufficiale”, oltre le regole e il controllo sociale, e una giovane donna che un gruppo mafioso ungherese intende avviare alla prostituzione. Soggetti senza riferimenti e senza legami divengono nell’opera di Brugia corpi collocati nello spazio dell’inquadratura nell’ambito di una “terribile”, quanto inevitabile, vacuità emotiva. I loro sguardi sono diretti verso un altrove senza speranza. Le loro azioni sono effettuate all’interno di “misteri senza soluzione”. Non c’è via di uscita, forse.

La voce fuori campo del protagonista maschile diviene il filo sottile in grado di collegare non solo sequenze e immagini, ma anche atmosfere rarefatte, pensieri senza direzione, parole che fuggono, gesti sempre uguali, volti senza espressione che Brugia inquadra come fossero paesaggi.
Il contesto ambientale aggiunge ulteriori elementi di vaporizzazione del senso. Le distese gelide dell’Ungheria (in pieno inverno), aree di transito in cui il peso delle identità si smaterializza nella nebbia e nell’umidità, appaiono allo sguardo dello spettatore deserti dell’animo nei quali tutti finiscono per perdersi.

Tutti i rumori del mare è dunque un lungometraggio  basato su una ricerca linguistica che nulla ha a che fare con l’ossessione del mercato o con le “regole” di un cinema da vendere (aspetto quasi paradossale, ma non troppo, per un cineasta che proviene dalla pubblicità).
Quello di Federico Brugia è un cinema senza dimensioni preordinate, non prevedibile. È un cinema aperto e dilatato, che si sviluppa secondo un’evoluzione dai tratti quasi musicali.

In sostanza, pur dovendo ancora elaborare in maniera compiuta il suo percorso cinematografico (con tutta evidenza in fase inziale), l’autore milanese è artefice di un universo visuale che ha ben presente il valore di due fattori senza i quali non può esistere il cinema: lo stile e la poesia.

Trama

Un uomo senza identità lavora con una cosca mafiosa ungherese. Il suo compito è trasportare cose e persone, senza fare domande. Un giorno si trova a dover affrontare un viaggio insieme a una giovane donna che dovrà essere avviata alla prostituzione. Sembra un lavoro come un altro, ma le cose non andranno come al solito e tra i due finirà per stabilirsi un rapporto imprevedibilmente complesso.