Tre manifesti a Ebbing, Missouri un film di

Meglio non farla arrabbiare una come Mildred Hayes (la protagonista di Tre manifesti a Ebbing, Missouri, che ha la faccia di una superlativa Frances McDormand, fresca vincitrice del Golden Globe come migliore attrice e candidata all’Oscar nella stessa categoria). La vita non è stata particolarmente tenera con lei. Dopo essere stata abbandonata dal marito per una squinzia cerebrolesa di vent’anni, sette mesi prima dell’inizio del film ha perso la figlia sedicenne in circostanze spaventose. Qualcuno l’ha rapita, violentata e uccisa prima di darle fuoco.

In tutti quei mesi, a sua detta, la polizia del piccolo centro del Midwest bigotto e razzistoide cui il titolo fa riferimento ha mostrato solo inettitudine e inefficienza. Nessun presunto colpevole dell’orrendo delitto è ancora stato assicurato alla giustizia. Ed è proprio per questo che Mildred non può più accettare lo stato delle cose e lascia che la rabbia che la divora nell’intimo abbia la meglio sulla ragione portandola a un gesto di estrema protesta che nasce da una provocazione nella speranza di poter finalmente arrivare a un qualche risultato investigativo.

Mettendo insieme i pochi risparmi che le restano, affitta tre grossi cartelloni pubblicitari sulla provinciale che esce dal paese e si perde nel nulla della prateria, e con mirabile sintesi sbatte in faccia a tutti lo stallo delle indagini sull’omicidio della figlia puntando il dito contro il capo della polizia, lo stimato sceriffo Bill Willoughby, secondo lei reo di non aver fatto abbastanza per incastrare chi l’ha orbata in modo tanto feroce della figlia (anche se sarà lui stesso a convincerla che le cose non sono andate affatto così).

Nella terra che la pubblicità l’ha di fatto inventata la trovata provocatoria sortisce effetti imprevedibili. Invece di risvegliare le coscienze della collettività e spingere la polizia a ridare fiato a un’inchiesta arenatasi nel nulla, i tre cartelloni portano quasi tutti a dare il peggio di sé, scatenando una guerra a base di colpi bassissimi tra una madre che chiede giustizia (anche se di fatto sembra un pistolero da western spaghetti assetato di vendetta) e una comunità che non riesce a non difendere l’operato dei poliziotti locali (anche se impregnati fino al midollo — tutti salvo Willoughby — di razzismo violento e omofobia a gogo).

Premiato a Venezia per la miglior sceneggiatura e sicuro protagonista nella notte degli Oscar, questo dramma incentrato su un giusto desiderio di giustizia che si converte in sete di vendetta e con infiltrazioni da commedia nera sembra un film scritto e diretto dai fratelli Coen in stato di grazia. Invece a firmarlo come opera terza in qualità di regista e sceneggiatore (dopo il magnifico In Bruges e il meno riuscito 7 psicopatici) è l’anglo-irlandese Martin McDonagh, enfant prodige del teatro internazionale che a soli 27 anni era riuscito a bissare il record detenuto da un certo William Shakespeare di avere quattro diversi spettacoli teatrali rappresentati contemporaneamente nei locali dell’esigentissimo West-End londinese.

Mescolando critica sociale (la violenza come sintassi nei rapporti interpersonali) e feroci rappresentazioni d’ambiente fatte col bisturi del drammaturgo che tanto sarebbero piaciute a un Tennesse Williams (qui gli USA rurali della «Bible belt» bigotta e reazionaria) con uno studio minuzioso dello sviluppo interiore dei personaggi in itinere, questo suo terzo approccio alla realtà del grande schermo lo consacra come un animale da cinema di razza pura, capace di sfornare un copione quasi perfetto in cui nulla è mai in eccesso ma in cui non manca nemmeno mai niente per stemperare con scambi di battute caustiche il peso greve della tragedia che incombe costante sul destino degli umani.

Vedendolo così com’è, quest’inno al giustizialismo deragliato che confonde la vendetta a tutti i costi con il diritto rabbioso alla verità potrebbe sembrare una critica all’America violenta e qualunquista figlia del trumpismo più sfrenato e costantemente alla ribalta per i massacri a catena che ne sono il metronomo della deriva. Ma McDonagh ha più volte ribadito come questa sua sceneggiatura sia stata scritta otto anni fa e che il film è stato comunque girato prima che Trump venisse eletto.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, che lo si voglia o meno, è però anche questo. Ovvero lo sguardo disincantato di un autore europeo che mette a fuoco i tic e le nevrosi di un paese divenuto suo malgrado con gli anni la palestra scenografica in cui generazioni di autori hanno allenato il proprio occhio usando stereotipi lisi e déjà-vu narrativi nella speranza — spesso vana — di poterli convertire in archetipi unici e irripetibili.

Cosa che invece è perfettamente riuscita a McDonagh: scegliendo il più abusato dei non-luoghi del cinema (l’anonima cittadina di provincia americana con rancori che covano sotto la cenere pronti a deflagrare alla prima occasione) per proiettarci sopra un pugno di maschere fisse da commedia dell’Arte di serie B (la madre assetata di giustizia col gusto della giustizia faidate e il poliziotto razzista, violento e alcolizzato, tanto per fare due esempi), trasforma l’uno e gli altri in creature vive capaci di ribellarsi al cliché drammaturgico che li governa emozionando il pubblico con imprevedibili piroette emotive.

McDonagh regala la gloria del riscatto a tutti i suoi personaggi

Come se questo non bastasse, McDonagh si permette anche un lusso ancora più grande a livello di scrittura. Ovvero quello di regalare la gloria del riscatto a tutti i suoi personaggi (ivi inclusa la protagonista che da vittima si converte in carnefice finendo però col redimersi in un finale catartico): negativi in partenza, anche quanti sembrano incarnare in sé il Male alla potenza massima riescono a risollevarsi. E per tutti valga la toccante lettera che il capo della polizia preso di mira dalla protagonista lascia alla moglie prima di suicidarsi sapendo di avere pochi mesi di vita per un male incurabile.

Ma non c’è sceneggiatura al mondo che possa reggere da sola il peso di un film come questo decretandone il successo grazie ai meccanismi perfettamente oliati dei suoi snodi imprevedibili. Il cast che il regista anglo-irlandese ha messo insieme cucendo addosso a ciascuno dei suoi componenti personaggi degni di rimanere impressi nella memoria sarebbe forse capace di salvare dal disastro anche uno script privo del brio salace e del magnifico equilibrio che caratterizza la sceneggiatura di Tre manifesti a Ebbing, Missouri.

Di Frances McDormand (moglie e musa di Joel Coen e tramite ufficioso e volontario tra il cinema di marito e cognato e le brillanti contorsioni di quello di McDonagh) non c’è più molto da dire tranne che, dopo l’Oscar per Fargo e tre nomination, con questa prova in stato di grazia sarà un osso durissimo per tutte le colleghe la notte delle statuette losangeline. La sua Mildred giganteggia michelangiolesca per tutto il film come se fosse l’incrocio perfetto tra un pistolero cocciuto da western crepuscolare dei primi anni ’70 e una virago fuori controllo uscita dalla penna di Quentin Tarantino.

A farle da degno contraltare ci sono però anche un misurato Woody Harrelson nei panni del capo della polizia suicida e soprattutto uno strepitoso Sam Rockwell in quelli dell’agente mammone, razzista e alcolizzato che cerca di rispondere con sussulti di cieca violenza al crescendo provocatorio e ugualmente rissoso che la protagonista confonde con il diritto alla verità sulla morte della figlia. Il suo agente Dixon riassume in sé con tratti gigioneschi da mattatore la quintessenza di un’America in costante e contraddittorio bilico tra il flirt con la violenza come grammatica dell’esistenza e un senso di genuina pietas per la sofferenza altrui.