The Social Network un film di

Nel febbraio del 2004, il diciannovenne Mark Zuckerberg, studente di Harvard, mette on line il sito thefacebook.com. Alla fine dell’anno successivo il numero degli utenti era già arrivato a 5 milioni e mezzo che, allo stato attuale, sono diventati oltre 500 milioni in tutto il mondo. Una società che vale oltre 25 miliardi di dollari e che fa di Facebook non soltanto un “portento” economico ma una vera e propria rivoluzione planetaria del costume e, soprattutto, dei rapporti sociali. Il film di Fincher, partendo dalla base del libro “Miliardari per caso” di Ben Mezrich, vuole raccontare la genesi di questo fenomeno e lo fa attraverso le differenti prospettive di coloro (o parte di loro) che ne sono stati coinvolti.
Lo sceneggiatore  Aaron Sorkin ha studiato il lavoro di Merzrich, ha creato una propria pagina di Facebook, (arrivando ad oltre 10.000 contatti prima di chiuderla), ha consultato i documenti legali e ha intervistato molte delle persone che vengono poi descritte nel film. Non ha avuto la possibilità di parlare direttamente con Zuckerberg e, per tracciare il suo personaggio, ha attinto da dichiarazioni pubbliche e da reportage per scrivere una storia che non vuole dimostrare alcuna verità ma, attraverso l’incrociarsi dei diversi punti di vista, raccontare in che modo un’idea si è trasformata in una “rivoluzione”.

Con un sapiente incastro di flashback Fincher traccia la parabola ascendente di un fenomeno che, da un lampo di genio, ha saputo creare un business senza precedenti. Zuckerberg, dal cervello brillante ma dal carattere non proprio empatico con il suo prossimo, ha saputo intuire (forse proprio grazie alle sue personali difficoltà di socializzazione) che ciò che la gente vuole è, principalmente, “connettersi”, ovvero entrare in contatto con l’altro, non per mera e naturale conoscenza, ma con uno spirito virtualmente voyeristico che, attraverso le pagine dei profili personali, intoduce nell’universo altrui – autentico o meno, poco importa – fatto di dettagli privati, immagini, video e parole. “Un tempo si viveva  in campagna o in città” – dice Sean Parker/Justin Timberlake  – “ora si vive su Internet”. Nulla di più appropriato per descrivere la “febbre” di Facebook che, proprio come il risultato che ha generato, scaturisce da un processo non privo di aspetti inquietanti. Zuckerberg ha infatti messo in moto un effetto-domino che ha trascinato lui stesso e i suoi (ex) amici sul terreno spietato della battaglia legale fino all’ultimo dollaro. Facebook si è espanso a macchia d’olio, diventando un fenomeno la cui nascita sembra, ora, quasi perdersi nel mito e di cui molti ne rivendicano la paternità. Ci fu plagio? Ci fu inganno? Ci fu furto? Fincher non vuole dare risposte a nessuna domanda quanto raccontare lo stordimento del successo che finisce per alterare l’oggetto stesso di questo successo: i rapporti umani.

Zuckerberg è un genio ma, al tempo stesso, un ragazzo tragicamente solo. The Social Network non vuole celebrarne il talento o mostrarne il lato sensibilmente umano, né schierarsi da una parte o dall’altra dei vari contendenti, quanto rappresentare la determinazione della lotta, la forza del “tutti contro tutti” in cui, anche il naturale cedimento emotivo di qualcuno viene inevitabilmente fagocitato dalla forza, non priva di una certa violenza, dello scontro.
Una regia dal ritmo serrato segna la scansione degli eventi, incastra i tempi e i luoghi, in perfetta sincronia con le battute dei dialoghi. Fincher, come se caricasse un metronomo, segue l’alternarsi del passato e del presente, confronta i punti di vista e, senza intenzione di svelare alcuna verità assoluta, racconta la nascita di un “prodigio” che ha trasformato il modo di comunicare, mettendo in luce un nuovo profilo del nostro secolo, quello che già Einstein intravide nella sua affermazione: “La perfezione della tecnologia e la confusione degli obiettivi sembrano, a mio parere, caratterizzare la nostra epoca”.

Per concessione della testata giornalistica Cultframe – Arti Visive