the_reader-img1

The Reader – A voce alta un film di

the_reader-img1Alla luce dell’evoluzione relativa al rapporto tra la produzione cinematografica degli ultimi venticinque anni e la tematica della Shoah, occorre accostarsi a The Reader con estrema attenzione. Come nostro costume, non terremo in alcuna considerazione il fatto che questo film firmato da Stephen Daldry sia tratto da un romanzo (per la precisione da un’opera letteraria di Bernard Schlink), poiché riteniamo che un lungometraggio di finzione sia sempre e comunque altro rispetto al testo a cui si ispira.
L’elemento che appare evidente analizzando The Reader è che quest’opera sembra voler connettere in un unico impianto argomenti che singolarmente potrebbero generare riflessioni filosofiche di portata gigantesca. Li elenchiamo: il senso di colpa collettivo del popolo tedesco nei riguardi della Shoah, la presa di coscienza individuale dell’orrore, il processo di mimetizzazione dei criminali nazisti nella società tedesca del dopoguerra, la questione del comportamento etico all’interno di un sistema giuridico, il peso spesso parossistico del senso del dovere, la giustizia e l’incapacità di capire quando un modo di agire sfocia nel crimine, la difficoltà di comprendere il senso delle proprie azioni, il giudizio della storia, la fuga psicologica nel racconto, l’attrazione erotica, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, la compenetrazione tra sentimento e ossessione sessuale, il valore della pietà umana (da non confondersi con il perdono), la memoria.
Insomma, all’interno delle sequenze di The Reader sono ingolfati talmente tanti immani fattori che il risultato finale non poteva altro che essere un film di rara e preoccupante superficialità. Per contrapposizione, viene in mente la forza espressiva di un lungometraggio che attraversa lo stesso territorio in maniera ben più efficace, pulita, lucida e tagliente: Music Box di Costa Gavras. Evidentemente, in quest’ultimo caso, deve aver giocato un ruolo centrale lo spessore intellettuale del suo autore, regista tra i più rigorosi e seri del cinema contemporaneo.

The Reader è, dunque, una sorta di opera-mosaico (a livello contenutistico) che intende trovare un proprio centro di gravità permanente intorno a una storia non poi così complessa. Lo sceneggiatore, David Hare, ha provato con discreta professionalità a fornire spessore alla vicenda costruendo un sistema temporale impostato su flash back alternati a una narrazione al presente, però troppo artificiale. La struttura narrativa, così rigida e meccanicistica, era evidentemente necessaria per l’edificazione di un’opera che sarebbe dovuta divenire, in sostanza, solo un prodotto da piazzare sul mercato, in special modo su quello americano. Ma questa non è la sola caratteristica puramente mercantile dell’operazione produttiva messa in piedi dai compianti Minghella e Pollack, e dai fratelli Weinstein. Ve ne sono almeno altre tre: la rappresentazione visivamente troppo morbida delle sequenze a sfondo sessuale (scelta più strettamente registica), l’uso costante e banale del commento musicale, la presenza nel cast della star Kate Winslet. Tutto ciò, unito a una regia corretta ma troppo attenta a non disorientare lo spettatore, ha generato un lungometraggio gonfio di retorica e fin troppo patetico.
Ma ciò su cui si dovrebbe, a nostro avviso, maggiormente riflettere è l’immagine che viene fuori alla conclusione dell’opera del personaggio principale: una ex kapò di Auschwitz, condannata all’ergastolo per la morte di trecento ebrei arsi vivi mentre erano segregati all’interno di una chiesa.
Per tutta la durata del racconto, lo spettatore deve confrontarsi con un personaggio che rappresenta senza mezzi termini quanto di più oscuro, inquietante e intollerabile il genere umano abbia mai partorito. Si tratta, oltretutto, di una criminale nazista che non comprende l’enormità dei propri delitti. Ebbene, il film punta molto su questo aspetto, cioè sul fatto che la condizione di analfabeta della criminale in questione, peraltro amplificata da comportamenti nevrotici e ossessioni di vario tipo, possa essere considerata una specie di attenuante in grado di ammorbidire la portata dell’orrendo crimine commesso. Tale aspetto, inserito in un prodotto di consumo di massa, quale The Reader è, risulta di una pericolosità inaudita. Il personaggio della ex kapò interpretato da Kate Winslet passa dalla condizione di “oggetto/soggetto” erotico, a quella di persona vittima dei propri macroscopici limiti, fino ad arrivare a quella di individuo dimenticato da tutti e abbandonato a una tragica solitudine, quindi da compatire. Ciò rende psicologicamente ed emotivamente possibile l’insostenibile: l’assoluzione morale del personaggio. E tale meccanismo che non può che generare profondo sconcerto.
Ci domandiamo se simili operazioni cinematografiche non abbiano bisogno di molta più riflessione preparatoria e se gli autori si siano resi conto della partita difficile e delicata che stavano per giocare.
La tragedia della Shoah (ma anche delle conseguenze che tale orrore ha lasciato come eredità alla società moderna) è troppo spaventosa per essere innestata in un mero meccanismo commerciale. Il pericolo è quello di generare nel pubblico l’idea che un criminale nazista in fondo non fosse poi così cattivo e che furono solo le circostanze a farlo diventare tale, suo malgrado. Se la critica fosse ancora quella implacabile degli anni sessanta non metterebbe in secondo piano un problema del genere e se pensiamo che nel 1960 Gillo Pontecorvofu attaccato violentemente per un semplice movimento di macchina (una carrellata in Kapò), fa ancora più impressione che un film comeThe Reader non susciti una reale indignazione.

Maurizio G. De Bonis

Nota critica
di Amanda Romano

The Reader – A voce alta di Amanda Romano Terzo lungometraggio del regista inglese Stephen Daldry (dopo Billy Elliot e The Hours), questo The Reader – A voce alta, è un film intenso e coinvolgente.
Progetto a lungo accarezzato da Anthony Minghella, che ne avrebbe volute curare personalmente sceneggiatura e regia, il film è tratto dal libro dello scrittore tedesco Bernard Schlink e racconta l’appassionata storia d’amore tra un ragazzo adolescente, Michael Berg, e una donna matura, Hanna Schmitz, nella Germania dei primi anni 50’. La relazione tra i due è, però, solo il pretesto narrativo per affrontare temi più profondi e problematici, come la rielaborazione del senso di colpa da parte del popolo tedesco per gli orrori dell’Olocausto, il piacere consolatorio dell’arte, il conflitto insanabile tra ragione e sentimento.
Composto di diversi nuclei tematici (molto bella la prima parte, nella quale calde scene d’amore si alternano ad emozionanti letture dei classici), il film rievoca il genocidio degli ebrei nella coscienza di quella generazione di tedeschi che, per prima, si ritrovò a vivere nella Germania post-nazista e che con essa dovette confrontarsi; nella scoperta di quelle colpe che furono dei padri e di tutta una nazione, nei peccati incancellabili di uno Stato che esercitò un diritto relativo e per niente universale e che fu pronto a sbraitare di etica, una volta salito sul carro dei vincitori, non c’è posto per giustificazioni o indulgenze: il nazismo non potrà mai essere rielaborato o espiato, tanto meno da spettacolari processi che puntarono il dito contro meri capri espiatori.
A proposito del controverso punto di vista dal quale è stata rappresentata la Shoà in questo film, si è parlato di negazionismo e, addirittura, di velato tentativo di ispirare pietà verso coloro che si macchiarono di crimini nazisti, ma queste tesi sono del tutto smentite, a nostro avviso, proprio dal personaggio che ha contribuito ad alimentarle: l’impudica aguzzina delle SS Hanna Schmitz. Pur nell’assurdità delle posizioni dichiarate, l’onestà intellettuale con la quale Hanna difende se stessa e le sue ragioni in tribunale, non danno adito ad alcun dubbio sulla piena consapevolezza delle sue azioni, frutto di precise convinzioni (quelle hitleriane) e di un carattere duro e pragmatico. L’analfabetismo della protagonista è solo una delle trovate del racconto, che permette, peraltro, l’innesto di diversi spunti di riflessione, quali l’arbitrarietà delle leggi e dei giudizi degli uomini o l’amore per la letteratura, raffinato filo conduttore che fa da sfondo al rapporto tra i due amanti durante l’intero corso della loro storia. In Hanna non c’è rielaborazione o pentimento (“i morti sono morti” dice a Michael in carcere, “io in questi anni ho solo imparato a leggere”), e questo scagiona il film di Daldry da qualsiasi congettura di bonario giustificazionismo.
Il film, indubbiamente, pone non pochi argomenti e questo tende a indebolirlo, ma riesce ad amalgamarli bene grazie ad una regia forte e disinvolta e a una sceneggiatura densa, quella di David Hare, che cede un po’ il passo solamente nel finale, alquanto patetico e sentimentale. Meritatissimo l’Oscar come miglior attrice protagonista, alla Winslet, la cui eccezionale interpretazione, migliore che in Revolutionary Road, è fatta di espressioni di corpo e occhi: la durezza dell’animo di Hanna si rintraccia, fin da subito, nelle sue movenze ingessate, che rimangono, però, fuori dall’intimità amorosa, dove, invece, diventa donna passionale e docile.

Amanda Romano