The Party un film di

Un piccolo, raffinato film al servizio di grandi attori, con il classico schema “gioco al massacro in salotto fra invitati che hanno molti rancori repressi e parecchi segreti da nascondere”. Uno spunto drammaturgico che è stato alla base negli ultimi anni di diversi buoni o ottimi film, da “Le prénom” di Alexandre de la Patellière e Mathieu Delaporte (“Il nome del figlio” nell’intelligente versione italiana diretta da Francesca Archibugi) a “Carnage” di Roman Polanski, fino al fortunato (con pieno merito) “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese. Qui Sally Potter, regista inglese non troppo prolifica, cui si devono “Orlando” e “Lezioni di tango”, punta sul bianco e nero e su alcuni interpreti davvero formidabili, come Kristin Scott Thomas, Timothy Spall e Bruno Ganz. Gli attori sono quasi l’unico vero motivo per vedere “The Party”, perché al di là della patina sofisticata e (finto) graffiante, il film si rivela di fatto inconsistente.

Un piccolo, raffinato film al servizio di grandi attori

Il titolo si riferisce sia alla festa che dovrebbe svolgersi, sia al partito di cui la protagonista Janet è appena diventata ministro ombra della salute. La satira di un certo ambiente politico e intellettuale – colto, snob e di sinistra – si rivela superficiale e scontata, così come l’affondo verso il mondo della finanza rappresentato dal personaggio di Cillian Murphy, spregiudicato finanziere (peraltro in crisi amorosa) che si ripete “Non sono un perdente” e ovviamente tira cocaina, nemmeno troppo di nascosto. I caratteri appaiono sterotipati e provenienti da un altro secolo, specialmente la coppia lesbica in cui la donna più giovane è ancora convinta che il maschio sia un nemico.

E il groviglio di relazioni, segreti e tradimenti che è l’altro filo conduttore del film potrebbe essere più interessante, ma finisce per procedere per ellissi narrative e colpi di scena più che sull’approfondimento dei sentimenti dei protagonisti. Poco sappiamo di ognuno di loro all’inizio, poco ne sapremo alla fine, al di là delle rivelazioni che risultano più “meccaniche” che autentiche. Il finale, certo, è divertente, ma non rappresenta né una sorpresa nella vicenda né una novità rispetto a cose già viste al teatro o al cinema. E i dialoghi, poi: dovrebbero essere l’ossatura di un film del genere, invece suonano spesso artificiosi, forzatamente corrosivi, poco spontanei. “The Party” ha una durata brevissima, insolita per un lungometraggio: 71 minuti, poco più di un’ora, il che da un lato impedisce che subentri la noia nel rarefatto gioco in bianco e nero, dall’altro lato limita molto lo sviluppo dei personaggi e dell’intreccio. L’impressione generale è quello di un mero divertissement, non sgradevole, certo, ma con nulla di memorabile o almeno di sincero.

Di “The Party” salviamo Kristin Scott Thomas, affascinante e formidabile per il modo in cui riesce a dare corpo al suo personaggio in bilico fra determinazione e fragilità e Bruno Ganz, che interpreta con sensibilità e ironia un bizzarro guru New Age che forse è il più sano di tutta la compagnia. Gli altri pur eccellenti attori, come Patricia Clarkson, Timothy Spall (pure un po’ troppo gigionesco), Cherry Jones, Emily Mortimer e Cillian Murphy non riescono ad andare oltre i limiti di una scrittura compiaciuta ma mai fluida.