The Last of Us – SIC 2016 un film di

Sul finire di Babylon – documentario codiretto nel  2012 da Ala Eddine Slim,  girato nell’inferno  dei profughi al confine tra Libia e Tunisia,  Grand Prix al FID di Marsiglia –  una bandiera nera del Daesh si gonfiava minacciosa nel vento.
Da allora, abbiamo assistito impotenti a tante altre ‘babilonie’, visto alzarsi muri di cemento o di filo spinato e riaprirsi i check-point alle frontiere, mai davvero abolite,  tra le nazioni (‘civili’ e democratiche). Ma con The Last of Us il regista tunisino (qui all’esordio nel lungo di finzione dopo alcuni corti e opere di videoarte) va  in direzione ostinata e contraria e decide di costruire un film puntando “verso altri territori, quelli più universali dell’immaginario”. Un film che, deliberatamente, fugge dalla Storia e dalla geografia, anche se l’idea iniziale, già parecchi anni fa, traeva spunto dalle drammatiche cronache dell’emigrazione forzata e quasi sempre clandestina: “ne ho visti tanti, dalla Tunisia,  di giovani che tentavano di fuggire,  e mi avevano sempre colpito  quelle persone,  straniere e ‘in transito’,  che scomparivano nel nulla”, ha detto il regista durante il  dibattito dopo l’anteprima veneziana.

Ma uscire dalle coordinate spazio-temporali implica un percorso lungo e non lineare. Così,  in realtà, The Last of Us è un doppio film. C’è una prima parte, peraltro più breve, di tono abbastanza realistico e anzi un po’ deja vu, che segue il peregrinare di due uomini, poi di uno solo, dal deserto al mare e da una città  (Tunisi) di nuovo nel mare,  a bordo di una imbarcazione rubata,  verso il sogno di un’Europa che forse non c’è (più). E una seconda, ovviamente il cuore del progetto, annunciata sullo schermo da una didascalia in nero. Da quel momento il viaggio del personaggio N. (Jawver Soudani) entra nel regno dell’ignoto,  facendo rotta sempre più scopertamente verso l’astrazione simbolica.

Nel suo cammino, tra foreste e radure primordiali,  attraversate solo dai suoni della natura e degli animali selvaggi,  N. dovrà superare ostacoli e prove dolorose, prima di incontrare un vecchio cacciatore M. (Fathi Akkari) che lo curerà e nutrirà, prima di morire e lasciare al più giovane il suo bagaglio di saggezza e competenze. A questi non resta che riprendere il cammino, tra paesaggi tanto incontaminati quanto spaventevoli, sino all’ultima tappa dove, guidato solo dalla luce della luna, scomparirà (letteralmente) dallo schermo, per  fondersi con la natura e con il respiro universale che la muove.  Si capirà allora meglio il senso di quella didascalia, posta a cesura delle due parti del film,  che dice di un uomo che “vede se stesso come un fantasma che dopo aver vomitato l’umanità sta salpando verso l’esperienza della luce” .

In realtà, sono quelle della didascalia le uniche parole dell’intero film. Anche qua, per scelta programmatica, il regista rinuncia a ogni dialogo e delega ai suoni e ai rumori della natura,  ma anche alle posture e agli sguardi dei due uomini,  il senso più profondo del  film.

Certo, l’esito è quello di un tipico film “da festival”, che traccia traiettorie zigzaganti o labirintiche e crea atmosfere forse troppo sospese e rarefatte, un po’ estenuanti per lo spettatore. Peraltro, le performance attoriali dei due protagonisti  rendono  in maniera credibile le  movenze,  spesso quasi animalesche, nonché le espressioni ed emozioni primarie,  come la paura e lo stupore, che essi sperimentano.