The Grandmaster un film di

I molti cultori del cinema raffinatissimo ed elitario del maestro di Hong Kong Wong Kar-Wai possono esultare. A sei anni di distanza dal non esaltante Un bacio romantico – My Blueberry Nights (suo primo film girato in terra americana), questo innovativo autore cinese capostipite della seconda ondata degli autori della cosiddetta “new wave” di Hong Kong e capace di innestare stilemi e movenze del cinema orientale su impianti tipici di quello europeo più sofisticato (si è spesso parlato di Godard per trovare qualche assonanza stilistica) torna nelle sale con un prodotto molto particolare e unico nel suo genere. Un prodotto che probabilmente non potrà accontentare tutti ma che di certo farà discutere come del resto tutto il suo cinema.

The Grandmaster è infatti una sorta di anomala biografia di uno dei più grandi maestri di kung fu, ovvero quell’Ip Man che in anni di onorata carriera ebbe alunni del calibro di Bruce Lee e al quale Wilson Ip ha già dedicato due film nel 2008 e nel 2010 (Yip Man e Yip Man 2) in una sorta di saga biografica alquanto romanzata che spinge molto sul pedale dello spettacolo visuale ma è meno attenta all’indagine introspettiva e agli anfratti più remoti di una vita consacrata ad affinare le tecniche di un’arte antichissima di combattimento marziale.

La prima parte del film si svolge a Fo Shan, nella Cina del sud dove Ip Man (interpretato dal super divo di Hong Kong Tony Leung) – poi divenuto leggendario maestro e fondatore della scuola di kung fu Wing Chun – cresce in una famiglia benestante e riesce addirittura a sposare una diretta discendente della dinastia Manchu. Quando nel 1936 le truppe giapponesi invadono la Manciuria e ne costringono gli abitanti a migrare verso sud, a Fo Shan arriva il Gran Maestro delle arti marziali della Cina del nord, Gong Baosen il quale, dopo aver già frequentato in passato la zona al fine di favorire e incrementare gli scambi tra i campioni delle due parti del paese ed evitare che anche lo sport divida quel che la politica sarà destinata a lacerare, ha deciso di celebrare proprio in quella città del sud il suo addio alle arti marziali. La cerimonia rituale che deve sancire il suo abbandono dell’attività prevede un’esibizione del maestro ma anche una sfida con un più giovane rappresentante dell’arte marziale da lui fondata.

Vista la solennità dell’evento, a Fo Shan arriva anche la bella figlia di Baosen, Gong Er (interpretata dalla sinuosa e algida Ziyi Zhang che tutti hanno amato ne La tigre e il dragone), la quale non è però soltanto una magnifica signorina dagli occhi di ghiaccio ma anche l’unica erede della letale “tecnica delle 64 mani”, inventata appunto dal padre che gliel’ha insegnata affidandogliene tutti i segreti. È qui che Ip Man, uno dei giovani apprendisti che durante la cerimonia della fine di una carriera si cimenta in sfide con altri valorosi combattenti, conosce Gong Er e se ne innamora ricambiato.

Ma gli sconvolgimenti della Storia, come si conviene in ogni grande storia d’amore contrastata da eventi esterni, impediscono alle due anime di trovare un terreno comune su cui costruire i presupposti di una felicità stabile. Separati dalla brutalità degli eventi, Gong Er e Ip Man si incontrano di nuovo negli anni cinquanta, a Hong Kong, anche se ormai gli anni trascorsi e le durezze della vita sopportate non inducono più nessuno a essere in the mood for love. Per Ip Man sono infatti anni difficili che soltanto il suo senso di ferrea disciplina morale e interiore gli permette di superare, portandolo ad aprire la propria scuola di Wing Chun a Hong Kong (tra gli allievi ci sarà un certo Bruce Lee che si vede ragazzino tra alcuni degli apprendisti), senza mai permettere che le avversità della vita lo pieghino.

Sarebbe alquanto riduttivo pensare che The Grandmaster sia soltanto una biografia o, anche se molto indirettamente, un grande affresco storico che racconta la Cina negli anni tumultuosi compresi tra l’invasione giapponese della Manciuria e la metà dei difficili anni ’50 piagati dalla guerra civile conclusasi nel 1949 e con la perdita di Hong Kong. Ma sarebbe ugualmente sbagliato pensare che, dato il tema trattato, si sia di fronte a un film classico di kung fu con continui combattimenti e acrobazie digitali inaugurate da La tigre e il dragone e da allora divenute un must canonico nell’estetica del cinema orientale sulle arti marziali. Tutto questo non ostante le coreografie siano state curate da Yuen Wo Ping (suoi i balletti-combattimenti sia appunto ne La tigre e il dragone che in Matrix e in Kill Bill).

Nulla di tutto questo. O meglio, un po’ di tutto questo frullato insieme e raccontato da Kar-Wai con la tipica attenzione maniacale e altamente estetizzante in ogni inquadratura che caratterizza tutti i suoi lungometraggi. Ma se si vuol parlare del suo tocco è impossibile non menzionare il fatto che, ancora una volta e non ostante il tema specifico affrontato nel film (l’arte marziale come filosofia di vita e misura interiore nei rapporti con l’esterno), a prevalere sia l’attenzione verso la relazione di coppia e la difficoltà che due creature unite dal sentimento hanno nel vedere convertita in atto pratico una pulsione che domina le azioni degli umani ma che spesso è negata nel suo realizzarsi materiale dal prepotente imporsi delle contingenze esterne.

The Grandamester è un’opera che ha avuto una gestazione particolarmente difficile. Avendo deciso di celebrare una figura che ha caratterizzato per anni il panorama di una delle più popolari arti marziali praticate in Cina, Wong Kar Wai ha ammesso di aver dovuto trascorrere parecchi mesi a documentarsi sulla materia, affidandosi poi anche allo sceneggiatore Xu Haofeng, autore in proprio di romanzi gong-fu pian e quindi valida spalla nell’impresa. Come se questo non bastasse, a mettere i bastoni tra le ruote ci hanno poi pensato vari intralci di natura produttiva che, uniti al culto del perfezionismo formale caro al maestro di Hong Kong, hanno dilatato in maniera abnorme la gestazione del film portando a otto gli anni in cui la lavorazione si è trascinata tra alti e bassi e continui cambi di scenari.

Il risultato di tutte queste difficoltà produttive è di fronte agli occhi di chiunque si misuri con quest’opera ostica e difficile da catalogare perché sospesa tra la rievocazione epica di un periodo di Storia, il melodramma amoroso, la biografia per immagini e l’introspezione psicologica: deciso a sfornare l’opera che lo consacrasse proprio perché capace di coniugare la sua idea sofisticata di cinema per pochi con l’ansia di regalare al pubblico un affresco potente di uno dei periodi più confusi della Storia della Cina, Wong Kar Wai ha finito con lo strafare. E se n’erano già accorti gli spettatori della Berlinale di quest’anno vedendo il film voluto dagli organizzatori come evento d’apertura della kermesse.

Se i momenti magici non mancano di certo (tutti i combattimenti acrobatici valgono da soli il prezzo del biglietto per la capacità che Wong ha di celebrare il gesto marziale come se fosse una danza ieratica ballata prima dell’ultimo attimo di vita), per i tagli intervenuti in corso d’opera e i troppi ripensamenti progressivi in sede di montaggio non mancano nemmeno molti momenti morti nel racconto, ellissi, salti cronologici e incongruenze logiche (come, per esempio, il fatto che sia Ip Man che Gong Er non invecchiano di un mese anche se i loro incontri si svolgono a distanza di vent’anni mentre gli altri personaggi incanutiscono come Natura vorrebbe).

Quale fosse il modello cui Wong certamente guardava appare chiaro nella lunga sequenza con cui il film si chiude (dopo che l’uso insistito del ralenti e dei primissimi piani sui volti nonché il saltabeccare da un’epoca all’altra nello sviluppo alogico del racconto inducono ad avere più di un lecito sospetto per buona parte del film) : mentre nella Hong Kong del 1960 ormai saldamente in mano inglese e con le frontiere della Cina chiuse Ip Man ripensa al proprio passato e agli incontri magici che ne hanno costellato la vita, in sottofondo parte il tema centrale che Ennio Morricone scrisse per C’era una volta in America di Sergio Leone e che accompagna lo spettatore fino ai titoli di coda.

Ma il suo C’era una volta in Cina non ha a disposizione le 4 ore che Leone aveva per raccontare l’intreccio di delusioni, frustrazioni e rimorsi con cui era riuscito a sintetizzare l’epopea dell’America d’oro nella storia di un amore vanamente inseguito per una vita e di un’amicizia costantemente tradita negli anni. Wong Kar Wai di ore a disposizione ne ha soltanto due e nemmeno un maestro del suo calibro può comprimere in uno spazio così angusto una sintesi del proprio cinema di gelida rarefazione e della grande Storia di un paese complesso come la Cina senza che il risultato finale dia l’impressione di un frullato in cui ci sono troppi ingredienti eterogenei per poter pervenire a un esito che non lasci l’amaro in bocca.

Trama

Nato a Foshan, nel sud della Cina, da una famiglia benestante, Ip Man cresce con l’idea di diventare un virtuoso del kung fu di cui, col passare del tempo diventa un interprete di grande spicco. Quando, dopo che nel 1936 la Cina del Nord est viene invasa dai Giapponesi, Gong Baoseng, il più grande maestro vivente di una delle quattro interpretazioni del kung fu praticate all’epoca, ripara nel sud, sceglie proprio la città natale di Ip Man per celebrare il proprio addio alla competizioni. È in quell’occasione che Ip Man conosce Gong Er, figlia di Baoseng, che rimane impressionata al vedere il padre sconfitto per la prima volta proprio da Ip Man. Tra i due nasce qualcosa che potrebbe somigliare all’amore, ma la guerra civile che sta per scoppiare e i molti rovesci della Storia che si abbattono sulla Cina in quegli anni impediscono ai due di coronare un sogno bloccato sul nascere.