believer

The believer un film di

believerPer poter combattere il proprio nemico in maniera efficace, bisogna prima conoscerlo; tuttavia, più si approfondisce lo studio del destinatario del nostro odio, più ci si accorge di quante cose ci accomunano, con un doppio rischio: o si finisce per diventare amici, o si comincia ad odiare anche se stessi. E, se è vero che il nemico più temibile è proprio quello che ci conosce più a fondo, allora è difficile immaginare un avversario più forte di colui che si nasconde dietro il nostro stesso nome, il nostro stesso corpo, la nostra stessa faccia. The Believer sta tutto in questa teoria portata all’estremo: un ragazzo ebreo, cresciuto negli Stati Uniti tra scuole rabbiniche e riti in sinagoga, di intelligenza superiore alla media, che arriva a diventare un nazi-skin, vale a dire il peggior nemico del suo popolo, dei suoi parenti, di se stesso.

L’ebreo-naziskin”: la definizione fa quasi sorridere se ci si ferma ad un livello di interpretazione superficiale, sembra una barzelletta; ma ci sono barzellette, specialmente nella cultura ebraica di cui il film è intriso, fulminanti, geniali, di una profondità allucinante. È dunque necessario andare oltre lo stupore che coglie lo spettatore quando legge che i fatti del film si ispirano ad una vicenda realmente accaduta.

Il film è duro, certo, colpisce con la cattiveria di Danny; le armi del cinema ci sono tutte e sono puntate contro lo spettatore: immagini crude, violente, sanguinose, ai limiti dell’accettabilità ma comunque necessarie; movimenti di macchina veloci, traballanti e ineluttabili come le due fedi opposte del protagonista; una fotografia che non si cura dell’ottimizzazione e dell’abbellimento, ma bada al sodo, andando al cuore del “paradosso” e, da qui, alla mente dello spettatore; la musica concitata e martellante, in cui, involontariamente, ci si trova a sperare che la violenza esploda per liberarsi di un crescendo techno parossistico e insopportabile; la recitazione perfetta di Ryan Gosling, la sceneggiatura che travalica i confini della correttezza o scorrettezza politica, ponendosi in un aldilà in cui tutto può essere detto o mostrato.

Questo film non da risposte ma cerca domande; e, forse, come suggerisce perfettamente il finale, è proprio nella ricerca e nell’indagine che sta il senso di tutto.