texas-paravidino

Texas un film di

texas-paravidinoIl Texas è in Basso Piemonte, fra la cittadina di Ovada e il paese di Rocca Grimalda, una zona grigia in ogni senso possibile, non più campagna, non ancora città, ipermercati, birrerie rumorose, distese silenziose, e soprattutto strade, strade, strade, piene di macchine che non si fermano mai.

L’opera prima di Fausto Paravidino – giovanissimo, ma già noto come drammaturgo – descrive con sorprendente esattezza una zona del nostro paese, del nostro ricco e fragile Nord; ma va molto oltre, finisce per evocare situazioni e sensazioni ormai sempre più diffuse e tangibili. Si può sognare o temere di essere su una highway americana nei sabati sera della provincia profonda, quando ci si sente obbligati a divertirsi e invece si gira a vuoto in ogni senso, lungo le strade gelate e nella vita, inseguendo la trasgressione, e non riuscendo invece a liberarsi dai retaggi della famiglia, della terra, di quel che resta delle convenzioni, e non coltivando nessun vero desiderio di andarsene via. Ci sono giovani allo sbando, quarantenni disillusi, anziani amareggiati ma non vinti in Texas; c’è una struttura narrativa che, seppure non nuova, si rivela efficace; c’è un racconto corale che funziona, grazie anche ad attori – molti alla prima esperienza cinematografica – molto bravi.

Ci sono, naturalmente, anche cose che non vanno in questo film che è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia – nella sezione Orizzonti – ed è stato forse fin troppo elogiato prima ancora che si avesse la possibilità di vederlo. Eccesso di ambizione e ingenuità si fondono talvolta in Texas – ma non è questo un difetto comprensibile nelle opere prime? – e rendono ad esempio irritante l’uso della voce fuori campo. Alcuni personaggi, poi, risultano macchiettistici, come molti degli amici del sabato sera. E non tutte le situazioni sono convincenti. Eppure, che forza, che sensibilità si trova in Texas. Un film che forse abbonda in difetti ma che è vivo, pulsante, coinvolgente. Fra gli attori, il più bravo di tutti è Valerio Binasco (che aveva già fornito un’eccellente prova in Lavorare con lentezza di Guido Chiesa): a Hollywood gli avrebbero già dato un Oscar, magari da non protagonista.
Valeria Golino è, come spesso accade, soprattutto una presenza: indovinata, però, misteriosa, magnetica, anche con cappello di pelliccia e cappotto, verde come i suoi occhi.