Tenet

Il ritorno al cinema come evento collettivo che ruota attorno a un grande schermo è scandito dai tempi – riavvolgibili e adattabili – di Tenet, il nuovo parto creativo di Christopher Nolan.

Ci sono autori da una nota sola, ma riescono a farla vibrare in mille modi. Nel caso di Christopher Nolan quella nota è la compulsione a controllare il tempo, considerandolo una funzione soggettiva determinata dalla capacità cognitiva (o mnemonica) individuale. Tenet si allinea perfettamente alla sfilza di film firmati dal regista britannico, a cominciare da Memento, nel 2000 (l’esordio, Following, è di due anni precedente). L’accento, nel caso di Tenet, è sul riavvolgimento del tempo, che fa riferimento alla principale ossessione di Nolan: ripercorrere a ritroso la catena degli eventi non per cambiare il corso della Storia, ma per modificare il proprio destino individuale, e in particolare risparmiarsi l’ineluttabilità della morte. “Non è il tempo il problema, il problema è uscirne vivi”, dirà infatti Tenet. E i suoi personaggi non possono essere altro che “negoziatori fra il nostro tempo e il futuro”.

Il protagonista di Tenet, che si chiama appunto Il Protagonista, e non è nemmeno certo di essere l’eroe della propria storia, è il buco nero (scusate il gioco di parole, visto che l’attore è afroamericano) all’interno di una narrazione che si svolge in maniera palindroma, come il titolo del film, e specularmente simmetrica. La necessità che il Protagonista prenda in mano il suo destino è sottolineata dalla scoperta che esiste un mondo che si muove all’incontrario, e che il punto di partenza è necessariamente un’azione manuale. Così il proiettile torna nel palmo del Protagonista che l’ha fatto cadere: la responsabilità personale dell’individuo (il suo “libero arbitrio”) è la precondizione affinché il suo gesto possa acquisire un senso inverso.
Tutto questo ha un significato (spesso inutilmente complicato) non solo dal punto di vista filosofico ma anche da quello metacinematografico. Il trucco di Nolan di farci vedere le azioni al contrario è il più antico “effetto speciale” del grande schermo: infatti Coppola l’aveva riesumato per il suo Dracula, che dedicava agli albori della Settima arte buona parte della narrazione. Ed è metacinematografica la scelta di Nolan di mettere al centro di Tenet due attori inespressivi come John David Washington e Robert Pattinston, che però hanno il physique du role (o “l’abito giusto”, come fa notare Michael Caine nel suo cammeo sardonico) per calarsi nei panni del Protagonista e dell’Alleato (e in parte Mutaforma) di un racconto cinematografico ascrivibile ad un genere – la spy story – ben codificato, con le sue maschere e le sue regole. Per contro l’unica “persona reale” in Tenet è struccata e abbigliata in modo semplice, ed è l’unica a dire la verità: la scienziata che spiega al Protagonista (e a noi spettatori) come funziona il riavvolgimento del tempo, illustrandone condizioni e limiti.

Allo stesso modo ha un senso metacinematografico che i due comprimari, il Cattivo e la Donna del boss, siano invece interpretati da attori di maggiore spessore ed espressività come Kenneth Branagh ed Elizabeth Debicki. La stessa vertiginosa altezza della Debicki è funzionale a sottolineare la differenza di livello fra lei e il Protagonista, con il quale infatti non c’è reale possibilità di interazione romantica.
Dato questo casting risulta evidente che il Protagonista e Neil (Pattinson) sono marionette all’interno di uno spettacolo più grande che si riavvolge con loro in mezzo, ma non in controllo. Anche il Nemico numero uno si scoprirà essere un algoritmo che può cadere nelle mani sbagliate. Le frasi reiterate – “Viviamo in un mondo crepuscolare”, “Timore non tenet” – sono vuote di senso ma buone per riempire l’horror vacui che scaturisce proprio da qulla mancanza di senso, perché nessuno può fermare il tempo, nessuno può tornare indietro e giocarsi le proprie carte diversamente. Il rischio, anzi, è di rimanere incastrati in una ”tenaglia temporale” di quelle che stritolano chiunque abbia la hybris di provare a dominare il corso degli eventi. E guai se ci si imbatte nel proprio doppio, quello che al primo giro ha sbagliato!

“Non sei qui per il cosa ma per il come”, avvisa Nolan al pubblico, per bocca di Katherine (Debicki). Infatti qui, come direbbe Francesco De Gregori, non c’è niente da capire, ma molto da guardare e da “sentire” (ecco perché i bassi del commento sonoro ti rimbombano nello sterno e fanno tremare la sala). È il modo a superare il senso, anzi: il modo è il senso. Ed è quel “modo non lineare di vedere il tempo” che da sempre dà forma al cinema di Nolan. L’ignoranza, anche per noi spettatori, resta la nostra arma migliore per apprezzare il giocattolo vittoriano costruito dal regista, e cadere un’altra volta nell’illusione di Morel, o nel trucco del prestigiatore. Certo, bisogna assumersi un margine di rischio: del resto “Le navi in porto sono al sicuro, ma non è per restare nel porto che sono state costruite”, come recita un cartello nel film.