Teneramente folle un film di

Maya Forbes è una sceneggiatrice che ha scritto soprattutto assieme al marito Wally Wolodarsky per la televisione e per il cinema, con buon successo. A loro vanno ascritti la discreta commedia Diario di una schiappa: Vita da cani (Diary of a Wimpy Kid: Dog Days, 2012), il bel film d’animazione Mostri contro Alieni (Monsters vs. Aliens, 2009), la commedia musicale The Rocker – Il batterista nudo (The Rocker, 2008).

Nel 2007, resasi conto che difficilmente le avrebbero fatto scrivere cose che realmente la interessassero, ha ripreso senza l’aiuto del marito uno script a cui aggiungeva da anni poche righe per volta. Si trattava della sua biografia romanzata di quando lei aveva dai dieci ai dodici anni. La scriveva senza fretta perché era difficile raccontare di un padre che amava profondamente ma che aveva una grave forma di bipolarismo con crisi maniacali depressive che lo portavano ad essere uomo poco sopportabile. Anche la madre, per eccesso d’amore, aveva abbandonato lei e la sorellina per trasferirsi da Cambridge a New York e potere seguire un corso alla Columbia Business School che secondo lei avrebbe permesso di trovare lavori migliori e maggiormente redditizi. Da ragazzina viveva drammaticamente questo rapporto di amore e odio nei confronti dei genitori, la sua esigenza di essere, a tratti, loro madre le creava una vita poco felice, come difficile era accettare che il padre fosse deriso perché diverso.

Forbes è un cognome importante negli Usa ed è legato a uno dei più influenti editori d’oltreoceano, ricchi di fama ma anche di denaro che nel 1978 era gestito dalla dispotica nonna materna che lesinava loro il denaro per sopravvivere ma offriva generosamente l’uso della sua lussuosa Bentley che loro non si potevano permettere.

Frustrata da tutte queste situazioni, Maya ha trovato se stessa proprio dopo il matrimonio con Wallace, personaggio eclettico e anche lui fuori da canoni della assoluta normalità, che la ha capita e la ha aiutata sempre lasciandola fare ma affiancandola in ogni suo lavoro.

Nel film del debutto alla regia della moglie, Wallace  non è co-sceneggiatore ma si è trasformato in produttore cinematografico – lo è stato già con successo per la televisione con serial noti quali I Simpson, The Tracey Ullman Show, il bellissimo prodotto d’animazione The Oblongs…, The Ortegas – ed è presente in un cammeo vicino alla figlia Imogene, coprotagonista assieme a Ruffalo.

La scelta di Imogene per interpretare Maya da ragazzina è stata perfetta. Al suo debutto nel mondo del cinema è stata molto brava perché naturale, non spocchiosa come tante attrici bambine, sempre al suo posto (senza rubare spazio agli altri), assolutamente credibile nei suoi capricci legati ad una vita difficile da vivere serenamente.

Si è affidata completamente alla madre regista ma ha anche inserito qualche piccola idea, ad esempio le scene in cui lei e la sorella vengono accompagnate a scuola con la scassatissima automobile simile ad una che la sua famiglia aveva fino a pochi anni orsono. Non bella, è però dotata di piacevole e fresca espressività che le permette di fare capire immediatamente le emozioni del personaggio senza l’esigenza di troppi dialoghi.

Maya ha scritto la sua storia ma, sicuramente, edulcorando vari momenti dell’esperienza vissuta sia perché il passare degli anni fa capire di più certe situazioni e permette di giustificarle, sia col desiderio di realizzare un film bello ma non melodrammatico che potesse interessare anche il grande pubblico.

C’è riuscita, raccontando come in una fiaba momenti anche drammatici vissuti sempre con la certezza di essere una vera famiglia, nonostante certe stramberie. Breve e funzionale Teneramente folle, è un’opera che riesce a coinvolgere emotivamente grazie anche alla bravura di tutti gli interpreti scelti con attenzione, uno ad uno.

Palma del migliore va a Mark Ruffalo, assolutamente perfetto quale padre imprevedibile, poco rassicurante ed efficiente ma innamoratissimo delle figlie e della moglie che pure lo aveva lasciato. Anche produttore esecutivo, l’eclettico attore statunitense aggiunge un’altra figura da ricordare nel suo curriculum artistico. Ingrassato per meglio interpretare la figura del padre bambinone sotto pesante cura psichiatrica, Ruffalo riesce a farsi immediatamente amare e a divenire l’ago che sposta le scene dal dramma verso la commedia e viceversa.

I momenti differenti della sua stessa personalità sono raccontati anche con l’apporto attento della regia, che esemplifica le crisi mentali con il terribile disordine della casa e i momenti di serenità con la trasformazione del triste appartamento di casa popolare in piccola reggia. A lui la sceneggiatura offre molto e nulla è lasciato inutilizzato, compreso la deliziosa scena del padre che crea un abito da flamenco per la figlia minore interpretata da Ashley Aufderheide.

Ashley era alla sua prima esperienza nel mondo dello spettacolo, e anche lei ha saputo farsi condurre per mano per rendere al massimo il suo personaggio sicuramente meno importante di quello della sorella Imogene ma con varie scene in cui è lei il centro dell’attenzione. Dopo l’ottima prova cinematografica, è ora impegnata in varie serie televisive.

La figura più difficile da amare è quella della madre che parrebbe essersi tolta i problemi familiari lasciando per diciotto mesi la gestione delle figlie, al marito trasferendosi a New York per studiare.

L’abbandono per un buon fine sempre abbandono è, anche se torna per i week end e cerca di non giudicare troppo chi lei ha demandato nella figura di unico educatore delle figlie. Piange ma ogni volta torna alla sua vita nella Metropoli.

Equilibrata e attenta nel rendere questa madre un po’ border line è Zoë Saldana, conosciuta dal grande pubblico grazie al personaggio di Neytiri, protagonista di Avatar (2009) di James Cameron, con Sigourney Weaver; la sua notorietà è cresciuta dopo avere recitato in Star Trek (2009) di J.J. Abram – qui impegnato finanziariamente con la sua Bad Robot Productions –  quattro volte candidato all’Oscar nel 2010.

TRAMA

1978, Massachusetts. Padre affettuoso e marito innamorato soffre di una sindrome maniacale depressiva che lo fa vivere in un difficile bipolarismo. La moglie crede che per il bene delle figlie sia meglio lui vada via di casa, ma il poco e non qualificato lavoro che riesce a trovare non permette a lei e alle bambine di vivere sopra la soglia di povertà. L’uomo riceve un sussidio minimo dalla nonna che gestisce con avarizia i fondi multimiliardari della famiglia decidendo senza un minimo di pietas. Pensando di migliorare le sue chance lavorative, la giovane donna si iscrive al Master of Business Administration della Columbia University a New York. Decide di piantare l’intera famiglia lasciando le bambine con il padre. Di comune accordo, i genitori decidono di affrontare questa difficile avventura che porterà alla presa di coscienza del uomo che riesce a divenire più affidabile e la scoperta per la donna di amarlo ancora.