swimming pool

Swimming Pool un film di

swimming pool“Due mezze donne e un mistero”, avrebbe potuto intitolarsi, parafrasando il precedente, l’ultimo film di François Ozon.
Swimming Pool è un’opera a metà tra Chabrol e Fassbinder: del primo ha l’inquietudine, le atmosfere sospese, del secondo eredita il gelo rovente dei sentimenti. Sarah Morton (Charlotte Rampling) è una scrittrice inglese di successo che ha totalmente cancellato la dimensione corporea ed è profondamente disturbata anche solo da qualsiasi accenno all’affettività e alla sessualità: come Michele Apicella in Sogni d’Oro, sarebbe capace di “fiutare” e stanare due che si baciano anche dietro le quinte. Inevitabile l’incontro-scontro con il suo opposto: Julie (Ludivine Sagnier), la figlia del suo editore, che, per sentirsi esistere, ha la necessità di esibire un corpo sfacciato e di prodursi in ripetuti accoppiamenti.

Sono loro le due mezze donne del film: due metà tronche, bisognose l’una dell’altra. E’ solo con l’arrivo di Julie che Sarah comincia, seppur di nascosto, a permettersi delle piccole trasgressioni, per esempio, mangiando di notte le sue cose: fino ad allora, al supermercato, aveva guardato con interesse vini e liquori, per ripiegare, infine, su più rassicuranti bevande. D’altro canto, anche l’incontenibile ragazzina non resta insensibile al fascino tutto intellettuale di Sarah e, attraverso di lei, riscopre il romanzo, cioè la parte pensante e desiderante, della madre.

Le due donne rappresentano, dunque, due parti scisse di un unico soggetto: un po’ come in Persona di Bergman, in cui l’attrice diventata afasica e la loquace infermiera che si prende cura di lei finiscono, ad un certo momento, per coincidere. Non è un caso, allora, se nel finale di Swimming Pool si scopre che Julie, forse, non è mai esistita o, quanto meno, non era chi si credeva che fosse. Non importa: grazie alla relazione, reale o immaginaria, con lei, Sarah è finalmente una donna intera che non ha più paura di spogliarsi, di provocare, di liberarsi del suo editore. In definitiva, Ozon realizza, anche questa volta, un’opera raffinata e ironica in cui, “pirandellianamente”, realtà e finzione, come nella vita, si confondono e condizionano a vicenda, rendendo impossibile il raggiungimento di una qualsiasi “verità”.

Mariella Cruciani