sweet sixteen

Sweet Sixteen un film di

sweet sixteenIl regista inglese Ken Loach, celebre per il suo disincantato realismo semi-documentaristico, sembra che stavolta sia rimasto intrappolato nel sentimentalismo un po’ troppo incantato dell’adolescenza, dichiarato apertamente da quell’aggettivo del titolo. Intendiamoci, non che egli sia mai stato un regista cinico, i suoi personaggi disagiati hanno sempre rivelato una profonda umanità, così come le sue periferie contengono un’ostinata vitalità, o volontà di vivere nonostante tutto. Ma in questo suo ultimo Sweet sixteen si ha l’impressione che a partire dall’assunto di base, l’affetto di Liam per la madre e il suo ostinato desiderio di ricostruire la sweet home, tutto il resto restasse sostanzialmente estraneo. Inoltre, anche quell’assunto di base resta implicito fino alla fine ed il rifiuto della madre verso il nuovo tipo di sistemazione realizzata con tanta fatica dal figlio risulta per lo più incomprensibile, un’ingiustizia profonda di cui non conosciamo le cause.

Anche i malavitosi poi sembrano usciti da un fumetto pulp, tutti d’un pezzo. Insomma, sembra che il tessuto narrativo del film resti fondamentalmente oscuro, preda quindi di facili cliché, il personaggio di Liam, buono fino in fondo in un mondo di cattivi, rischia di passare dal ruolo di vittima a quello di vittimista, così come la capacità di Loach di entrare dentro realtà difficili e complesse raccontandole da una prospettiva orizzontale (e non dall’alto) in maniera semplice e chiara, rischi, in questo film, di risultare semplicistica.

Certo la vicenda è narrata dall’interno, dal punto di vista dell’adolescente stesso, e si spiegano forse così certe stereotipizzazioni, ma a maggior ragione pare manchino le numerose e varie contraddizioni tipiche di quell’età. Il film comunque non è affatto da buttar via e Loach sembra mantenere nonostante tutto la coerenza, narrativa e formale, che è la cifra distintiva del suo lavoro di regista. Certo è che la sostanziale incomprensibilità di alcuni meccanismi, la stereotipizzazione dei personaggi e la linearità della carriera di Liam “corriere della droga”, danno l’impressione di un film d’avventura… Paradossalmente però questa presunta incrinatura nel cosiddetto realismo del regista viene prontamente sanata dall’intervento della censura, in Inghilterra il film viene vietato ai minori di diciott’anni (in Italia si scende ai quattordici).
Le motivazioni? Il linguaggio scurrile dei ragazzi ed in particolare una parola ritenuta particolarmente offensiva. Loach rileva subito e a più riprese che si tratta proprio del linguaggio usato dagli adolescenti di quell’età, e dichiara di aver fatto le sue indagini col supporto di assistenti sociali e dei ragazzi stessi.

La censura ha restituito al film, in negativo s’intende, proprio quel tanto di realismo di cui prima si lamentava la parziale perdita. Naturalmente dal punto di vista del potere, del ‘mondo dei grandi’. Si è voluto vietare il film al suo pubblico più diretto ed immediato, non solo: gli si sottrae il linguaggio. Come spesso accade il carattere pedagogico della censura rivela il suo autoritarismo fondamentalmente ignorante. Ma in questo caso mi sembra vi sia dell’altro, perché non si vieta ai minori la realtà dei ‘maggiori’ nella pretesa di tutelarli dai suoi aspetti più biechi, osceni o comunque per loro incomprensibili -si potrebbero considerare i limiti storici o specifici di questo discorso che può comunque sempre mantenere una sua validità generale o almeno teorica… ma ci si spinge più in là : gli si vieta la loro realtà, il loro linguaggio. Gli adolescenti, naturalmente “esclusi” perché nel difficile processo di transizione e di crescita che tutti conosciamo, gli adolescenti esclusi che vivono il disagio sociale e familiare nelle periferie urbane del villaggio globale, vengono così esclusi ancora una volta anche dalla (loro) rappresentazione. Una straordinaria lezione di realismo.