Sul mare un film di

Ci sono titoli che, in alcuni casi, hanno un che di profetico. Sul mare, per esempio, evoca profondità ed abissi, gli stessi in cui, desolatamente, precipita. Deludente e, per molti versi, irritante il film del regista romano sembra non avere, sempre per rimanere in tema marinaresco, nessuna àncora di salvezza alla quale aggrapparsi prima di affondare nel più banale dei cliché, la storia d’amore tra il proletario e la ricca altoborghese che, in questo caso, corrispondono rispettivamente all’ingenuo barcaiolo di Ventotene e la studentessa del nord benestante e spocchiosa. Se D’Alatri si fosse limitato a raccontare l’impossibile sentimento tra i due si sarebbe potuto parlare soltanto di una trita ovvietà ma Sul mare ha delle pretese in più e, accanto alla passione di una coppia di ragazzi appartenenti a due universi sociali lontanissimi, si mettono in campo temi serissimi come il lavoro nero e le morti bianche. Argomenti di tragica attualità che non si possono certo liquidare come mero “sfondo” di una love story già raccontata (e meglio) migliaia di volte ma che, soprattutto, non meritano di essere sfiorati con tanta superficialità.
Tratto dal romanzo In bilico sul mare di Anna Pavignano (che qui firma, insieme al regista, anche il soggetto e la sceneggiatura) il film è strutturato come un lungo sogno/flashback nel quale il protagonista, Salvatore, barcaiolo d’estate e operaio in nero nei cantieri d’inverno, ripercorre le tappe emotive che hanno segnato, fino a quel momento, la sua giovane vita.

Equilibrista sui ponteggi e sul filo dei suoi immaturi sentimenti, il ragazzo, appena ventenne, è ancora uno sconosciuto agli occhi di se stesso. Nell’isola dove è nato e cresciuto vede racchiuso tutto il suo mondo e a quel mare che ha solcato da sempre pare affidare il suo destino con l’ingenuità di chi non ha ancora scoperto come si fa a diventare grandi. La semplicità di una famiglia isolana, il rischio di lavorare senza protezioni fisiche, né tutele sindacali, l’amicizia con lo straniero clandestino e buono, il fatale innamoramento per una ragazza che non si adeguerà mai al suo modo di vivere… ogni elemento narrativo nel film di D’Alatri si ammanta di un’imbarazzante banalità che finisce per dilatarsi in ogni singola inquadratura.
L’isola di Ventotene, vero e proprio gioiello naturale, è fotografata con una preconfezionata luce da cartolina da risultare addirittura offensiva per un’isola di tale bellezza, ridotta ad una smaltata immagine da souvenir. Sui tramonti da telefilm e sulle onde morbide al chiaro di luna Salvatore e Martina (gli esordienti Dario Castiglio e Martina Codecasa) vivono la loro passione d’amore con la credibilità ed il trasporto di due attori da fotoromanzo, tuttavia mentre Castiglio infonde un certo spessore e un efficace tocco naif al suo personaggio, la Codecasa (alla quale, ad onor del vero, sono toccate le battute peggiori), affatto empatica con la sua Martina, è un raro esempio di rigidità. Sembra impossibile che il regista di un film come Casomai cerchi disperatamente di arrivare all’emozione senza trovarla mai ma Sul mare si è (ir)risolto proprio così: navigando a vista e perdendo più volte l’orientamento, senza una partenza, né un arrivo, smarrendo completamente il senso del viaggio…

Per concessione della testata giornalistica Punto di Svista – Arti Visive in Italia