Solo Dio perdona un film di

Dopo il successo internazionale di critica e pubblico e il premio alla miglior regia ottenuto a Cannes per il magnifico Drive, con questo Solo Dio perdona il regista danese Nicolas Winding Refn è stato selezionato anche quest’anno nella sezione principale tra i big in concorso. Ma questa volta le cose sono andate molto meno bene che in passato visto che il suo film è uscito dalla rassegna rivierasca a mani vuote. Il che la dice lunga (anche se non deve affatto influenzare sul giudizio) e non è granché come biglietto da visita.

Julian è un americano costretto a rifugiarsi a Bangkok per sfuggire alle grinfie della giustizia USA che lo vorrebbe ospite delle proprie galere per un orrendo delitto commesso tempo prima. Nella seconda parte del film scopriremo che si tratta di qualcosa di davvero spaventoso visto che la madre di Julian informa il pubblico che il figlio ha ucciso il padre “con le proprie mani”. Fuggito in Tailandia, il ragazzo – timido, introverso e con evidenti problemi anche a livello di normale fruizione della sessualità – si dedica all’addestramento di promesse della thai boxe in un club che gestisce insieme al fratello maggiore Billy e che in realtà è una bieca copertura di un traffico di sostanze molto poco lecite grazie al quale si è garantito benessere e rispetto nel sottobosco della criminalità locale.

Tutto procederebbe secondo copione (un copione fatto comunque di violenza, sopraffazione e scarso senso della legge), se non fosse che l’irresponsabile Billy, il quale non è a sua volta uno stinco di santo perché non è mai riuscito ad adattarsi alla non semplice realtà del paese e trascorre il tempo in ameni passatempi quali massacrare prostitute senza ragioni plausibili, la fa davvero grossa. L’ennesima vittima di questo suo inusuale hobby si converte infatti nel suo biglietto di sola andata per l’obitorio ed è proprio lo sgarro che mette in moto la sanguinolenta macchina narrativa del film.

Quando infatti la corrotta polizia locale richiama in servizio l’Angelo della Vendetta – un agente forse in pensione noto tra i colleghi per la ferocia cieca con la quale porta a termine le missioni e temutissimo da tutti -, questi offre al padre della ragazza uccisa l’opportunità di vendicarsi con le proprie mani dell’americano che l’ha orbato della figlia.

Ed è a quel punto che entra in scena un altro personaggio decisivo per gli sviluppi della pur essenzialissima trama, ovvero la platinata madre di Julian e Billy la quale, a conferma di una famiglia dai solidi valori morali, negli USA è a capo di un’organizzazione criminale e proprio per questo non ha alcuna intenzione di lasciar passare in cavalleria la morte iper violenta di uno dei due rampolli maschi. Il suo non è però un gesto dettato da slancio materno, quanto l’urgenza di applicare all’estero un sistema operativo che è per lei regola di vita quotidiana e che vede nel codice hammurabico il solo metodo per regolare i conti in sospeso.

Arrivata a Bangkok col dente avvelenato e una sete di vendetta lunga quanto i sedicimila chilometri che la separano dal lontano est asiatico, questa madre-vendetta (interpretata da un’irriconoscibile Kristin Scott Thomas mai vista in un ruolo tanto pulp e pericolosamente somigliante a una versione in bello di Donatella Versace) spinge Julian a lavare col sangue il sangue del fratello trucidato, decisa a vendicare la morte di uno dei figli ma allo stesso tempo noncurante di sacrificare quello che le resta.

La spirale che si innesca è un viaggio all’inferno per tutti alla fine del quale non ci sarà redenzione per nessuno ma solo una lunga striscia rossa in perfetta sintonia cromatica con tutto il resto dell’ambientazione del film, caratterizzato infatti dal dominio assoluto del colore rosso che evoca visivamente in maniera martellante il ricordo della violenza assassina che flagella la vicenda dall’inizio fino al virulento finale vagamente a sorpresa. Come recita il titolo, il perdono da queste parti sembra sia un difetto soltanto di Dio, mentre gli umani preferiscono di gran lunga la via della vendetta. Che, nel caso di questo film, è il pretesto per mostrare un concentrato di violenza volutamente eccessivo con alcune scene (su tutte quella in cui l’Angelo della Vendetta martirizza un narcotrafficante americano con spiedini d’acciaio per allestimenti da cocktail) che vorrebbero esorcizzarne l’esasperazione in chiave pulp e che invece, a lungo andare, finiscono per farla percepire come un orpello inutile.

Film essenziale a livello di trama e con dialoghi intenzionalmente ridotti all’osso, quest’ultima fatica del danese Rifn ne conferma appieno le caratteristiche che l’hanno reso un regista di culto non ostante abbia alternato titoli di grande effetto (dalla trilogia metropolitana di Pusher alla ricostruzione della violenza carceraria in Bronson, dalle efferatezze di Valhalla Rising – Regno di sangue alle esplosioni di ferocia in Drive) a qualche flop dovuto a eccessi di ambizione (come Fear X, il suo più grosso insuccesso a livello di pubblico e vero crollo ai botteghini con conseguente emorragia di denaro recuperato da Rifn accettando di girare il secondo e il terzo capitolo di Pusher ma soprattutto di fare una vera marchetta registica in un TV movie britannico del ciclo dedicato a Miss Marple).

Caratteristiche che si possono riassumere nella tendenza a raccontare la realtà nelle sue versioni meno piacevoli – criminalità assortita, emarginazione sociale, detenzione, degrado sociale e urbano e via dicendo – attraverso figure di loser più o meno scollati dalla vita o immersi nei vortici del suo torbido fluire ma sempre dalla parte sbagliata. Il tutto sempre e rigorosamente all’insegna di una violenza sospesa tra gusto morboso della rappresentazione dettagliata e slancio verso il suo superamento catartico attraverso l’assuefazione forzata.

Ma in questo Solo Dio perdona purtroppo sembra che Rifn abbia dato libero sfogo alle componenti meno entusiasmanti del suo approccio al cinema: riducendo fino all’osso una sceneggiatura che di fatto rinuncia quasi del tutto al dialogato per indulgere in lunghi momenti di contemplazione statica che lasciano lo spettatore confuso e smarrito di fronte al messaggio veicolato, il film copre i troppi momenti di black-out narrativo con sequenze quasi immobili in cui non accade nulla e la cui sola coerenza va probabilmente cercata nella contiguità cromatica col resto delle scene di azione. Siccome i momenti in cui a parlare sono le armi risultano però ipercinetici fino al parossismo, il contrasto con la lentezza morbosa delle scene di attesa crea un effetto di straniamento che non giova affatto alla pellicola.

Con un titolo che richiama intenzionalmente certi classici del cinema western di serie B (difficile non pensare a Se sei vivo spara di Giulio Questi o a Dio perdona… io no! di Pino Colizzi) e che di fatto ne cita taluni tic stilistici quali i primi piani insistiti e i duelli al ralenti con contorno di allucinazioni visive e corpi maciullati da armi improprie, ma anche in debito col clima tipico del sottogenere tutto asiatico dei film di vendetta, Solo Dio perdona è una specie di summa autoreferenziale del cinema del suo autore, che non coinvolge come accaduto con altri suoi titoli del passato (Drive su tutti) ma lascia un po’ freddini. Siccome a prevalere però sono le summenzionate tendenze estetizzanti e il compiacimento sadico di mostrare la violenza senza però riuscire a offrire le istruzioni per curarne le conseguenze da cui il regista si mostra comunque atterrito, il film alla fine sembra davvero un atto di autocelebrazione della propria idea di cinema più che uno sviluppo di tutte quelle idee che hanno convertito in autore di culto il loro ideatore.

Trama

Fuggito dagli USA perché ricercato per parricidio, Julian vive da dieci anni a Bangkok dove gestisce un club di thai boxe che di fatto è una copertura per traffici illeciti. Quando il fratello viene massacrato a titolo di vendetta da un feroce ex poliziotto in pensione per aver a sua volta ucciso una prostituta sedicenne, la spirale di brutale violenza che si scatena porta a un regolamento di conti che non risparmierà nessuno. Nemmeno la madre dei due fratelli, una gangster coi fiocchi che negli USA è a capo di una sua organizzazione criminale e che arriva in Tailandia per costringere il figlio minore a vendicare il fratello assassinato.