Silent Souls un film di

Il cinema russo è un immenso serbatoio di talenti e nuovi registi così come è emerso nell’ambito della retrospettiva che la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro del 2010 ha ospitato all’interno del suo nutrito programma.  La più recente conferma di questa privilegiata condizione è rappresentata dal film di Aleksei Fedorchenko intitolato Silent Souls.
Si tratta di un’opera che mostra con assoluta limpidezza le capacità espressive del suo autore, sia per quel che concerne le questioni visuali sia per quel che riguarda la parte strettamente narrativa.
Il tono del racconto è dolente, riflessivo, poetico. Ci troviamo nel campo della meditazione sul senso dell’esistenza, nonché in quello dell’analisi sul rapporto corpo – carne – essenza umana – natura. I personaggi principali appartengono a un’etnia perduta di origine ugro-finnica ed hanno con la terra, ma anche con l’elemento acqua, una relazione profonda, intima, lirica. Anche la morte dei propri cari, pur vissuta con forte dolore, è accettata nell’ambito di uno scambio atavico conl’ambiente, scambio che non si conclude solo nel rituale dell’incenerimento dei cadaveri ma che prosegue mentalmente in una sorta di ripensamento continuo sull’imperscrutabile significato della vita e dei sentimenti interpersonali.

Il racconto è caratterizzato da una struttura distesa, ampia. Il respiro delle sequenze non è mai frenetico, mentre le inquadrature sono quasi sempre di lunga durata e permettono allo spettatore di cogliere perfettamente il clima filosofico della vicenda.
Aleksei Fedorchenko è regista di rara abilità compositiva. Nel suo sguardo si avverte la presenza delle tendenze di certa fotografia contemporanea legata ai paesaggi dell’Europa dell’est. Non a caso il personaggio (narrante) di Aist svolge nella finzione scenica la professione di fotografo; così non pochi passaggi del film sono caratterizzati da inquadrature la cui sostanza formale affonda le radici (come già detto) nella fotografia contemporanea. I paesaggi, desolati e freddi, sono attraversati da una malinconia che non provoca solo sofferenza. Come sostiene Aist “la tristezza avvolge come una madre” e, dunque, può perfino generare serenità. I volti degli interpreti (anche minori), catturati tramite brevi primi piani, comunicano la stessa sensazione che provocano nel fruitore i paesaggi. Si tratta di visi non certo invasi dalla felicità ma che parlano con incredibile sincerità agli spettatori.
A tutto ciò, si aggiunge anche un chiaro riferimento alle atmosfere della poetica di Andrej Tarkovskij, maestro del cinema del dopoguerra che ha influenzato molti registi dell’Europa orientale, e non solo.
Silent Souls rappresenta nella carriera di Aleksei Fedorchenko una significativa tappa nell’ambito della sua personale ricerca sulle etnie sconosciute presenti nell’immenso territorio della Federazione Russa. Un modo, il suo, di fare cinema etno-antropologico senza nascondersi dietro l’apparente e, spesso, velleitaria idea di verità (presunta) del cinema documentaristico.

© CultFrame 09/2010 – 05/2012

TRAMA
Aist e Miron sono due cittadini russi di origine Merya, tribù ugro-finnica che nei secoli si è dispersa nelle popolazioni slave.  Un giorno, l’amata moglie di Miron, Tanya, muore improvvisamente. Miron decide così di dire addio alla sua delicata consorte mettendo in essere un antichissimo rituale Merya. I due amici prenderanno il corpo di Tanya, lo porteranno sulla rive del lago Nero e, lì, lo cremeranno. Le ceneri saranno disperse nell’acqua come le tradizioni del loro antichissimo popolo impongono.

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