Shining. Il capolavoro di Kubrick torna nelle sale italiane un film di

Quaranta anni fa veniva pubblicato The Shining, l’eccezionale e fortunatissimo romanzo di Stephen King dal quale Stanley Kubrick ha tratto l’omonimo capolavoro. E’ in occasione di questa ricorrenza che esce al cinema, per soli tre giorni, una versione restaurata del film che – al pari di pochi altri – ha saputo determinare e influenzare l’immaginario collettivo (non solo) legato al genere, divenendo un punto di riferimento imprescindibile e, per certi versi, insuperabile.

Rivederlo oggi, a distanza di trentasette anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, è come tornare a immergersi nelle atmosfere avvincenti e piacevolmente tenebrose di una favola che si conosce fin troppo bene

Rivederlo oggi, a distanza di trentasette anni dalla sua uscita nelle sale cinematografiche, è come tornare a immergersi nelle atmosfere avvincenti e piacevolmente tenebrose di una favola che si conosce fin troppo bene e che tuttavia non cessa mai di esercitare il suo fascino magnetico e perturbante. E il fascino di Shining, anziché attenuarsi o svanire con il passare degli anni sembra, se è possibile, riuscire perfino a potenziare la sua presa sullo spettatore, che viene irretito e sedotto non solo dall’atmosfera e dalla sostanza del film in sé, ma anche dalla consapevolezza di trovarsi ormai di fronte a un oggetto magico e debordante, veicolo di contenuti che in un certo qual modo lo trascendono. Perché Shining è diventato, nel corso del tempo, un alfabeto riconoscibile e condiviso i cui segni macroscopici (volti e corpi attoriali) e microscopici (il pattern inconfondibile della moquette nel corridoio dell’albergo, l’emblematica scritta “redrum” tracciata sulla porta con il rossetto) parlano il linguaggio universale dell’inquietudine e dell’angoscia, dell’incubo e della follia. Tutti gli elementi del film, come termini di un linguaggio precisamente codificato, rimandano insomma a qualcosa d’altro che sta (anche) al di fuori di essi: hanno assunto il potere evocativo delle parole.

Splendente e stratificata, l’opera di Kubrick sta insieme dentro la storia del cinema e fuori dal tempo. Appartiene a un’epoca precedente all’ipertrofia visiva della violenza che oggi sta vertiginosamente desensibilizzando e anestetizzando gli sguardi, e dunque di fronte a tanti thriller/horror contemporanei ribadisce – con il suo sottilissimo e perfetto equilibrio di campo/fuori campo, mostrato/occultato – la differenza tra la forza paralizzante del terrore (la paura di ciò che non si vede) rispetto a quella repulsiva dell’orrore (la paura di ciò che viene mostrato).

E’ un film i cui luoghi (l’albergo disabitato, immenso e deserto, il diabolico labirinto innevato che si trasforma infine in una trappola mortale) diventano personaggi, e il cui protagonista – un Jack Nicholson davvero in stato di grazia – mostra un’aderenza al ruolo che ha davvero pochi eguali, portando agli estremi la sorprendente duttilità espressiva del proprio volto e del proprio corpo. E’, ancora, un film che senza rinunciare alla malia attrattiva del soprannaturale (angosciose presenze del passato e terrificanti premonizioni) riesce però a dominarlo respingendolo entro i confini della visionarietà, per restituire il “male” a un contesto ben più terribile, tutto concreto e materiale, anzi – più precisamente – spaventosamente e ordinariamente familiare.