Settimana Internazionale della Critica – Edizione 37: intervista a Beatrice Fiorentino (Delegata Generale SIC)

Cos’è cambiato, se è cambiato qualcosa, nel processo di selezione dei film della commissione della SIC, rispetto all’anno scorso?

Molto è cambiato e penso che molto sia destinato a cambiare anche nel prossimo futuro. Siamo in mezzo a un evidente e inarrestabile processo di ridefinizione della filiera, la pandemia ha accelerato alcune mutazioni già in atto, mentre altri cambiamenti sono l’effetto degli inevitabili rallentamenti che questa ha provocato in tutto il settore. Se il 2021 è stato un anno “speciale” per aver rivoluzionato i calendari festivalieri e per la modalità on-line a cui siamo stati costretti per buona parte dell’anno – svantaggiosa soprattutto in termini di networking e di ricerca titoli -, quest’anno abbiamo invece risentito di un certo ritardo nella produzione, contestualmente a un maggior numero di submission di provenienza europea. Banalmente, il Covid, con le sue restrizioni e i necessari adempimenti, ha aumentato i costi di produzione. Ed è presumibile che territori lontani ed economicamente più fragili non siano stati in grado di rispondere alle difficoltà al pari dei paesi con una diversa e maggiore capacità di reazione. Speriamo che la situazione, in questo senso, si stia ormai stabilizzando e si possa tornare presto alla normalità. Intanto però anche il mercato è cambiato e continuerà a cambiare, compresi i rapporti di forza tra i festival e le dinamiche in atto tra gli stessi festival e le diverse figure dell’industria.

I lungometraggi scelti per quest’edizione della SIC sembrano affidarsi a una scrittura forte. Era una caratteristica diffusa anche tra i film che avete visto ma che alla fine non sono stati selezionati, oppure c’è un motivo preciso per cui la commissione della SIC ha preferito storie dalla costruzione narrativa solida?

Ci lasciamo ancora guidare dal piacere per la scoperta. E quindi non è stata una scelta del tutto intenzionale, ma piuttosto di opportunità. In generale il mercato dell’audiovisivo, negli ultimi anni e in forma crescente, è sempre più orientato a una struttura narrativa solida. Confortevole. La classica scrittura in “tre atti”. Alla SIC abbiamo spesso e consapevolmente voluto rompere questo schema inseguendo forme di narrazione più libere, più audaci. Tuttavia abbiamo voluto dare un segnale di incoraggiamento e di fiducia all’industria, assecondando forme narrative più accessibili, mettendo per una volta il pubblico al centro, pur senza rinunciare alla nostra identità di critici e all’opportunità di ragionare sul rapporto tra immagini e realtà. Non sono mai state scelte di contenuto. Abbiamo selezionato questi film per le loro qualità, perché rivelano palesemente dei talenti dietro alla macchina da presa, per la loro estrema contemporaneità, estetica e politica.

Sempre sulla base delle centinaia di film che sono stati sottoposti alla vostra attenzione di selezionatori, c’è un’area geografica che a tuo parere sta sfornando nuovi talenti con una frequenza sorprendente?

L’opera prima è quasi sempre imprevedibile. Arriva quando meno e da dove meno te lo aspetti. Qui sta il bello.

Entrando nel dettaglio del programma, spicca un omaggio al grande Pedro Costa, con la proiezione del suo esordio del 1989 O Sangue. Come mai proprio questo film?

L’opportunità nasce da un fatto concreto: il restauro del film in 4K a cura della Cinemateca Portuguesa e Cineric di New York. Ci è sembrata un’occasione bellissima per celebrare un autore che ha presentato questo film alla SIC trentatré anni fa, affermandosi successivamente come regista di culto. Rivedere O Sangue sul grande schermo ci permette di rileggere il film a distanza di tempo, con gli occhi del presente, con lo sguardo consapevole di chi già conosce l’evoluzione artistica di Pedro Costa, con la curiosità di chi vuole riscoprire le prime intenzioni dell’autore. Un esercizio critico imperdibile per qualsiasi cinefilo. Siamo felici di poterlo proporre in collaborazione con La Biennale, che ha accolto questa possibilità con il nostro stesso entusiasmo.

I lungometraggi in concorso sono ambientati in luoghi molto diversi, dalla Medellín di Anhell69 alla Marsiglia di Beating Sun. Si può trovare qualcosa in comune nella maniera in cui i personaggi dei film di quest’edizione della SIC vivono lo spazio, oppure prevalgono le differenze?

Nello spazio si cerca un forte senso di comunità. Di coesione. Si tratta chiaramente di una richiesta urgente che accomuna i giovani senza futuro che vivono la notte di Medellín e gli abitanti di un anonimo quartiere di Marsiglia che vogliono ritrovare il loro centro vitale in una piazza, nel verde, al riparo dal caos urbano; ma vale anche per la solidarietà femminile che si crea nella vastità del deserto in Marocco, tra marginali che sopravvivono nella periferia di Stoccolma, nei locali notturni parigini, nell’ottusità della provincia italiana dove solo l’amicizia può essere antidoto, all’interno dei rigidi confini di una caserma dove può persino sbocciare l’amore. C’è urgente bisogno di ritrovarsi e di tornare alla vita. Insieme. Nessun uomo è un’isola e i nostri film lo stanno praticamente urlando.

Parliamo ora dei corti di SIC@SIC. Sono film in cui si fanno strada i temi del ricordo, in cui la dimensione temporale si lega alla grande questione dell’identità, collettiva e individuale.

Si tratta di questioni evidentemente cruciali emerse sia nei corti che nei lunghi, in primis quella identitaria e di genere. Constatiamo che per le nuove generazioni la binarietà maschile/femminile è spesso superata, l’approccio alle sessualità, ma soprattutto all’identità sessuale, è più libero, aperto, estraneo alle etichette. Mentre mi colpisce che la questione del ricordo venga affrontata anche da autori molto giovani, che non dovrebbero, per natura, avvertire questo tema come prioritario. Penso che il vissuto recente, anche inconsciamente, abbia lasciato un segno in ciascuno di noi, andando a toccare in profondità la concezione dello spazio e del tempo.