Sessant’anni di sorpassi per un titolo diventato di culto

Secondo Dino Risi, quando Il sorpasso esordì nel romano Cinema Corso (poi divenuto Etoile e chiuso nel 1991) c’erano solo 50 spettatori in sala. Ma la sera dopo il cinema era già mezzo pieno e la terza era impossibile entrare. Una parabola di per sé misteriosa legata in parte al passaparola, che però anticipava già fin da subito un futuro di predestinazione.

Ovvero quello di diventare un titolo di culto, capace non solo di riassumere in sé il meglio di uno dei generi più esportati, copiati e popolari della nostra industria cinematografica, ma anche di essere la rappresentazione definitiva e iconica di un paese in bilico, con l’ansia di scrollarsi di dosso le miserie del passato abbracciando le chimere di un futuro che all’epoca appariva roseo, ma che sarebbe stato invece solo l’antifona al precipizio dei decenni a venire. A sessant’anni di distanza dalla sua apparizione sugli schermi e dopo fiumi di inchiostro scritti per penetrare le ragioni di un successo planetario non facile da spiegare in tutte le sue molteplici sfaccettature, il capolavoro di Dino Risi continua a sedurre con la sua miscela di romanzo di formazione travestito da road movie (il primo, di fatto, dell’intera storia del cinema), in cui la ferocia tipica della commedia all’italiana è controbilanciata dal tono agrodolce della consapevolezza dell’ineluttabilità del destino. Un film percepito all’epoca dai più come un’allegra scorribanda con finale tragico di due caratteri opposti in reciproca attrazione, ma che in realtà è la testimonianza del livello di perfezione artistica raggiunta da un “autore” consacrato tale solo dopo anni di relegazione nei purgatori del cinema di consumo popolare.

Nel binomio dei due protagonisti c’era già la sintesi organica di un mondo che somiglia moltissimo al nostro, anche se il contesto storico, sociale ed economico in cui si svolgono le avventure picaresche del duo Gassman/Trintignant è profondamente diverso da quello in cui ci dibattiamo. L’Italia che Bruno e Roberto attraversano a folle velocità a bordo dell’Aurelia B24 (la mitica spider decappottabile, col celebre clacson tritono che fa da colonna sonora di supporto a molte delle scene di viaggio del film) è quella dell’ambiguo boom economico dei primi anni ’60: un paese che cercava di sorpassare un lungo passato di sconfitte e povertà avviandosi con irresponsabile baldanza verso un futuro pieno di effimere illusioni di benessere, da estendersi anche a strati sociali rimasti troppo a lungo ai margini di tutto.

E la sceneggiatura del film (basata su un soggetto originale di Rodolfo Sonego poi sviluppato da Ruggero Maccari, Ettore Scola e Dino Risi stesso) è tutto un rincorrersi di allusioni simboliche a questo dualismo: la spider che accelera grintosa con a bordo la macchietta del contadino ciociaro caricato per caso, le manifestazioni di vigoria atletica ed erotica di Bruno/Gassman e gli intimoriti impacci di Roberto/Trintignant, ma anche il camion incidentato che dissemina frigoriferi sulla via Aurelia come se fossero un’anticipazione di quanto accadrà alla fine del film, nel sorpasso fatale sui tornanti di Calafuria. Così come la luce sfavillante del giorno e i chiaroscuri inquietanti delle scene notturne, e il concetto stesso di viaggio frenetico verso una meta ignota contrapposto al costante intoppo rappresentato da ogni tappa statica. Per non dire infine dell’Aurelia B24: spider di lusso che in pochi si potevano permettere. Nell’esemplare guidato da Bruno/Gassman, da simbolo del benessere sognato, questo bolide da 150 all’ora – velocità impensabile in quegli anni di utilitarie di massa – si trasforma nell’antifona delle magagne latenti di un intero paese: comprata probabilmente di seconda mano, ha una delle portiere da riverniciare, forse a seguito di un incidente, mentre dei due tubi di scappamento ne resta solo uno.

Di quell’Italia dei primi anni sessanta Il sorpasso è una specie di mini bignami dei nuovi riti e miti che ne alimentano la sbronza sociale, specie nei piani più alti del suo tessuto. Le vacanze nelle località più “in” riservate ai pochi, le seconde case al mare da raggiungere su auto di lusso, le città in preda al furore dei palazzinari (con le nuove realtà edilizie della romana Balduina a fare da scenario passivo nelle sequenze iniziali), le canzonette in voga come colonna sonora al trionfo della vitalità (altra idea geniale, oggi meno che banale per noi, ma all’epoca una vera rivoluzione), per arrivare fino alle prime avvisaglie di matrimoni sfilacciati e relazioni improntate al puro interesse (come nel caso di Bruno Cortona con la sua ex-moglie e la liaison della sua giovanissima figlia con un “commenda” molto più anziano di lei).

Ma il film di Risi è anche l’atto di nascita costitutivo di un’icona destinata a diventare il simbolo e il sintomo non solo di quell’Italia, ma di un eterno “homo italicus” capace di attraversare indenne interi decenni, senza essere scalfito nel suo paradigma antropologico: il Bruno Cortona di Gassman (che inizialmente avrebbe dovuto essere interpretato da Alberto Sordi, sostituito quando i diritti del film vennero acquistati da Mario Cecchi Gori, che aveva Gassman in scuderia e lo concesse a Risi per soli sessanta giorni di riprese) sintetizza in sé tutti gli elementi caratteriali più deteriori che costituiscono il modello di cialtrone sfrontato, opportunista e amorale che è l’italiano medio di ogni epoca. E non è un caso che nel tragico incidente finale a sopravvivere sia lui e non il timido studente di Trintignant, portatore sano di solidi valori etici, figli di una morale piccolo-borghese destinata inevitabilmente a soccombere come il suo personaggio.

Costato poco meno di 400 milioni, e nonostante il divieto ai minori di 14 anni con cui venne distribuito (divieto oggi inspiegabile, ma all’epoca motivato dalla legge sulla censura introdotta pochi mesi prima, per la scena in cui Bruno/Gassman balla allacciato a una procace signora bolognese e scambia con lei un paio di battute cariche di allusioni sessuali), nell’arco di soli tre anni Il sorpasso totalizzò un miliardo e duecento milioni di incassi ai botteghini. In poco tempo divenne un oggetto di autentico culto. E non solo presso il pubblico. Tanto che sei anni dopo la sua uscita, Dennis Hopper, dopo aver visto la versione americana del film distribuito negli USA col titolo di The Easy Life, rimase folgorato e vi si ispirò per la struttura narrativa del suo Easy Rider, capostipite di tutti i moderni road movie in cui si viaggia per incontrare se stessi più che per arrivare a un meta precisa.