Sarah & Saleem Recensione

Sarah & Saleem

Sarah & Saleem parte come un dramma sentimentale per svelare, con intelligenza, la folle situazione che vede contrapposti israeliani e palestinesi.

Mostra un notevole salto di qualità – artistica e produttiva – il secondo lungometraggio di Muayad Alayan, giovane regista e direttore della fotografia palestinese (nato nel 1985, dopo gli studi a San Francisco è tornato con coraggio nella sua terra dove, oltre a far cinema, ha fondato Palcine, un collettivo di artisti audiovisivi con sedi a Gerusalemme e Betlemme). Dopo la black comedy Amore, furti e altri guai (2016), un bianco e nero low budget ambientato tra i campi profughi palestinesi che, pur rivelandone il talento, stentava a trovare una sua cifra definita, siamo in presenza di un’opera con molti più punti di forza. Una solida sceneggiatura (la firma il fratello e principale collaboratore Rami, rimasto a vivere in California), un cast di alto livello (attori e attrici arabi e israeliani), e che soprattutto può contare su risorse sicuramente più ampie (grazie a cui poter anche far fronte ai disagi logistico-organizzativi di un set a Gerusalemme). Si tratta infatti della prima, un po’ bizzarra, coproduzione Palestina-Messico, affiancata da Olanda e Germania, ma anche da fondi arabi (l’Arab Fund for the Arts and Culture); risulta invece assente qualsiasi finanziamento da parte di Israele (ricordiamo in proposito le polemiche scoppiate qualche anno fa a Venezia sulla vera nazionalità del film Villa Touma della regista palestinese Suha Arraf). Il film ha già raccolto diversi riconoscimenti ai festival, tra cui il Premio del pubblico allo scorso festival di Rotterdam, ed è stato nominato ‘Film della Critica’ dal SNCCI.
Rispetto a quello un po’ retorico dell’edizione italiana, che aggiunge il sottotitolo Là dove nulla è possibile, il titolo internazionale – The Reports on Sarah and Saleem – risuona con maggiore efficacia e racchiude in sé la chiave narrativa, e anche politica, dell’opera.
Saleem – un palestinese fisicamente ben piantato ma economicamente assai precario, che vive un po’ alle spalle del cognato mentre la moglie attende un bambino, intrattiene una relazione, basata prevalentemente sull’attrazione sessuale, con Sarah, una israeliana che vive con il marito, colonnello dell’esercito, e la piccola figlia, in una bella casa a Gerusalemme Ovest e gestisce un bar ben avviato dove Saleem ogni mattina consegna croissant. Ma una sera i due decidono di rompere il copione degli incontri clandestini (che prevede si faccia all’amore nel retro del furgone dell’uomo). Saleem (che, per arrotondare, di notte fa consegne illegali fuori Gerusalemme) chiede a Sarah di accompagnarla a Betlemme, oltre i confini della città, un territorio per lei praticamente sconosciuto e ostile (il regista rende bene, anche attraverso l’uso del sonoro, il senso di straniamento misto a paura provato dalla donna). Sarà questo détour a innescare colpi di scena a catena e a trasformare la storia di un duplice adulterio in uno scottante affaire politico-militare e giudiziario.
Le vicende del film trovano ispirazione in una storia vera, o forse meglio, come osserva il regista, in tante storie opportunamente mescolate e romanzate. In una intervista lo stesso ricorda infatti come durante le sue frequenti incursioni nelle zone arabe l’esercito israeliano confiscasse molti documenti negli uffici dei servizi militari ma anche di istituzioni e associazioni civili palestinesi. Diversi arresti venivano in seguito effettuali sulla base delle informazioni private contenute in questi documenti che spesso denunciavano proprio le relazioni tra civili palestinesi e donne israeliane (il capo dei servizi segreti israeliani che conduce l’inchiesta ricorderà al marito di Sarah che ancora oggi tanti arabi in difficoltà economica vengono indotti a scrivere rapporti falsi per pochi shekel).
Alayan è assai abile a mantenere, quasi senza sbandamenti, la tensione emotiva e drammaturgica del film sul doppio registro del dramma familiare e sentimentale e del thriller politico. Certo, oltre alla regia e allo script, buona parte del merito va all’interpretazione dei due protagonisti (Adeeb Safadi e Sivane Kretchner, ovvero Saleem e Sarah), che pur con una limitata esperienza alle spalle, tra cinema e serie tv, indossano con disinvoltura le diverse maschere e sfumature imposte dai loro ruoli. Notevole anche la performance di Maisa Abd Elhadim, nei panni della dolce moglie tradita Bisan, che rivelerà man mano la sua forza e ostinazione. Al confronto, risultano un po’ stereotipati i personaggi, e di conseguenza le performance, di Ishai Golan, marito tradito e militare in carriera, e di Hanan Hillo che è Maryam, l’avvocatessa palestinese che cerca di tirar fuori di galera Saleem, ma, al pari degli israeliani, è mossa più da obiettivi di propaganda politica che dalla ricerca della verità, quella che invece più di tutti interessa a Bisan.
A esasperare tutto vi è il contesto della vicenda, Gerusalemme, divenuta, oggi più che mai, grazie anche alle scelte precise dell’amministrazione Trump, l’emblema principale di un paese diviso e di un conflitto senza fine e senza via d’uscita. La città si pone in effetti come un ulteriore personaggio centrale del film è anche qua Alayan rende bene, a cominciare dalla scelta dei piani e delle inquadrature, il senso di paura e diffidenza assoluta che vi aleggia. La città santa è disseminata di frontiere e barriere fisiche, come muri e cancelli, ma anche, e forse più, di confini invisibili che attraversano ogni gesto e ambiente sociale, dai luoghi di lavoro alle strade, e dove ovviamente la parte araba della popolazione è quella più fragile e discriminata (di questi confini parla, ambientando genialmente l’intera storia a bordo di un tram di linea, l’ultimo lavoro di Amos Gitai, A Tramway in Jerusalem, ne parlavamo qui da Venezia).

Ma, è chiaro a tutti, la pietra dello scandalo non è il tradimento familiare, quanto piuttosto il tradimento dei tabù culturali e ideologici, insiti nel rapporto sessuale tra un uomo arabo e una donna israeliana (per giunta, nel caso, sposata a un militare in carriera). In una società notoriamente sessuofoba e ipocrita (come avviene peraltro in tanti Sud del mondo) e in uno Stato, come quello israeliano, da poco divenuto anche sul piano giuridico una ‘nazione etnica’, Sarah infrange doppiamente i tabù. Quando, a scandalo ancora sottotraccia, confida il tradimento e i suoi tormenti alla giovane socia del bar la reazione di quest’ultima è tanto impietosa quanto rivelatrice: “Con un arabo? Avresti potuto scegliere tra 3 milioni di ebrei…Eri così disperata?”.
Se nelle famiglie ortodosse i rituali religiosi regolano in maniera ferrea le pratiche sessuali (sul tema basterebbe rivedere un capolavoro come Kadosh di Gitai), anche nel mondo laico e cittadino, il sesso tra arabi e israeliani, resta spesso un interdetto, anche tra le giovani generazioni. Lo spiegava bene Would You Have Sex with an Arab?, un documentario di qualche anno fa girato tra i giovani della movida notturna di Tel Aviv da Yolande Zauberman, ora autrice di M (ancora inedito in Italia), documentario duro ed inquietante sui casi di pedofilia protetti dall’omertà negli ambienti ultra-ortodossi del paese.
Alla fine, sia pure attraverso qualche scorciatoia narrativa, l’alleanza tra donne riuscirà a prevalere, travalicando le ideologie, sui segreti e le bugie di Stato. Ma di certo, nessun happy end è possibile nella storia sbagliata di Sarah e Saleem, dove tutti sono destinati a perdere, e tanto.