Santiago, Italia

Per capire appieno il significato più intimo di Santiago, Italia (il documentario con cui Nanni Moretti è tornato al cinema a tre anni di distanza dal sofferto e acclamato Mia madre per rievocare il ruolo decisivo giocato dall’Italia nei giorni e nei mesi successivi al colpo di Stato con cui un manipolo di alti ufficiali cileni sostenuti dalla CIA rovesciarono il governo di Salvador Allende) bisognerebbe partire dal fermo immagine volutamente insistito con cui il film si conclude prima dei titoli di coda.
«L’Italia degli anni Settanta era il paese dei miei sogni: girando per il paese, oggi invece ritrovo i peggiori difetti del Cile». A pronunciare questo duro giudizio è l’ultimo dei molti intervistati che sfilano di fronte alla macchina da presa e a Nanni Moretti stesso, portando la propria testimonianza non solo sulla vita durante la grande illusione legata alla sbronza egualitaria e democratica regalata al popolo cileno da Allende, ma soprattutto su quel fatale 11 settembre, sulle violenze inenarrabili che seguirono il golpe, e sul ruolo giocato dalla rappresentanza diplomatica italiana a Santiago per quasi un anno a partire dall’instaurazione del regime di Augusto Pinochet.
Perché Santiago, Italia in un certo modo sta tutto in quella frase. Nanni Moretti, tradendo il principio che vorrebbe da parte di un documentarista un atteggiamento di neutra obiettività di fronte alla materia trattata, sfrutta l’occasione della sua rievocazione di quei giorni di orrore mescolato alla speranza per confrontare il clima di aperta e sincera solidarietà mostrata dall’Italia e dal suo popolo a metà degli anni ’70 col cinismo e l’imbarbarimento che contraddistinguono il paese dei giorni nostri.
E pensare che tutto era nato per puro caso. Come spesso accade nella genesi di prodotti filmici molto particolari quali Santiago, Italia e come è forse ancora più normale che sia se si pensa alla filmografia di un autore – il sessantacinquenne Nanni Moretti – passata dall’autobiografismo spinto dei primi vent’anni alla creazione di svariati alter-ego da fiction in pellicole dirette sia da altri che da se stesso in versione matura.

Invitato a tenere una serie di conferenze in Cile, a seguito di una lunga conversazione con l’attuale ambasciatore italiano a Santiago, Moretti venne a conoscenza di quanto fatto da due funzionari in servizio in quel drammatico settembre del 1973. E cioè la decisione di accogliere all’interno della villa e del grande giardino in cui si trovava l’Ambasciata tutti coloro che, sfuggiti per miracolo alla caccia selvaggia dei primi giorni di repressione violenta ma soprattutto scampati agli orrori delle torture all’interno della Stadio e al mattatoio di Villa Grimaldi, riuscivano a scavalcarne il basso muro di cinta, beneficiando poi del dispositivo dell’asilo diplomatico e potendo infine ottenere un salvacondotto per fuggire in Italia.
Di lì l’idea di raccontare una storia ancora ingiustamente poco nota potendo poi sfruttare a contrasto comparativo
l’immagine di genuina solidarietà offerta da quell’Italia di allora con la miseria umana e intellettuale dei giorni nostri. 40 ore di interviste (poi ridotte in maniera molto sensibile in sede di montaggio) a gente comune, intellettuali più o meno noti, uomini di cinema, ma anche avvocati, musicisti, operai, imprenditori, insegnanti, medici, uomini di chiesa e perfino due militari responsabili a diverso titolo del bagno di sangue che la giunta mise in pratica dopo aver bombardato il palazzo presidenziale della Moneda con caccia sovvenzionati dalla CIA e aver costretto Allende al suicidio per evitare lo scoppio di un’esiziale guerra civile.
Ecco quindi – oltre a un cospicuo contingente di persone comuni – sfilare il giornalista free lance italiano Paolo Hutter (finito allo Stadio insieme a molti altri sfortunati dopo le retate dei primi giorni) accanto a registi del calibro di Patricio Guzmán e Miguel Littín, il traduttore Rodrigo Vergara e il medico italo-cileno Canio Loguercio, ma soprattutto Piero De Masi e Roberto Toscano, i due diplomatici che nei giorni successivi al golpe, essendo assente l’Ambasciatore e sfruttando l’atteggiamento tipicamente scudocrociato di silenzio-assenso mostrato dal Ministro degli Esteri Aldo Moro allora in carica, ebbero il coraggio di aprire le porte del grande palazzo in Clemente Fabres offrendo ospitalità a quasi 600 asilados in fuga dall’orrore della giunta.

Giunta militare che è rappresentata soltanto da due intervistati. Il primo è un alto ufficiale ritratto nel salotto buono di casa e apparentemente sincero quando afferma che nessuno diede mai ordini relativi a uccisioni e torture o addirittura rivendica la bontà dell’intervento armato per proteggere la democrazia. Il secondo, Edoardo Iturriaga (in carcere da vent’anni con l’accusa di omicidio, sequestro di persona e pratica della tortura), scatena invece la reazione di Moretti che invade per la prima volta lo schermo liberandosi dal ruolo di intervistatore solo suppostamene imparziale per dichiarare la propria incapacità a mantenere un ruolo oggettivo e neutrale di fronte agli orrori che intende documentare col proprio lavoro.
Grazie alle testimonianze di questa carrellata di intervistati, Santiago, Italia ricostruisce in quattro capitoli altrettanti anni che dalle elezioni del 1970 portarono al bagno di sangue del primo di tre lustri di quella che a tutt’oggi è considerata in maniera unanime la più feroce dittatura del secolo scorso. La prima parte del documentario ripercorre gli anni felici del governo di Unidad Popular presieduto da Allende richiamando alla memoria alcune delle rivoluzionarie riforme di cui esso si fece carico. A partire dalla nazionalizzazione di industrie chiave del paese quale quella del rame, per arrivare alla legge agraria sulla redistribuzione della terra passando per altre misure epocali quali l’introduzione del divorzio o l’innalzamento dei salari minimi e il calmiere dei prezzi dei beni di prima necessità.
Nella seconda parte (quella in cui le immagini di archivio – già abbondantemente viste in altri documenti relativi al golpe – hanno il sopravvento sui volti degli intervistati) viene rievocato quel tragico 11 settembre del ’73, con l’assalto dei caccia bombardieri alla Moneda e l’ultimo accorato discorso di Allende alla nazione sui valori della democrazia prima del suo suicidio (sul quale gravano però ancora molte ombre visto che non è mai stato chiarito se la sua morte sia stata piuttosto un omicidio programmato).

Le parti in cui il documentario diventa più interessante e coinvolgente sono però il terzo e il quarto capitolo. Ovvero là dove Moretti fa parlare quanti ebbero la fortuna di scavalcare il muro di cinta dell’Ambasciata d’Italia andando a creare una sorta di anomala comune di accampati tra giardino e interni lussuosi in attesa di ottenere il lasciapassare che avrebbe permesso loro di partire per l’Italia. Un’attesa che per alcuni si protrasse anche per dieci mesi.
Un’Italia oggi quasi del tutto inimmaginabile, piena di gente pronta non solo ad abbracciare in toto la causa del Cile ma soprattutto ad accogliere chi fuggiva dall’orrore del regime di Pinochet con sorprendente apertura mentale e un senso di profonda solidarietà umana come non si sarebbero mai più manifestate negli anni a venire (e come ovviamente non sono oggi, sottolinea il regista romano in più di un’occasione sfruttando la testimonianza di quanti rievocano con accorata nostalgia le meraviglie di un paese pronto a tutto pur di offrire un ubi consistam a chi fuggiva dalla persecuzione e dalle torture).
Primo documentario nella non ricchissima filmografia di Moretti, Santiago, Italia ha diviso la critica per l’atteggiamento adottato dal regista romano nei confronti della materia trattata ma anche per alcune scelte stilistiche orientate verso una scarna essenzialità risultate poco in linea con la gravità del tema scelto. E cioè l’aver dedicato l’80% del materiale filmato a interviste di individui che parlano guardando in camera rendendo il tutto molto statico e a tratti ripetitivo nell’insistenza sulla testimonianza piuttosto che sulla rievocazione affidata a immagini di repertorio magari inedite e non già sfruttate altrove.

L’immagine con cui il documentario di apre (che è poi anche quella del poster del film) sembrerebbe alludere a un senso di profondo distacco nei confronti di quanto verrà rievocato: inquadrato di spalle, Moretti fissa dall’alto la distesa dell’area metropolitana su cui la città di Santiago sembra cullarsi in un’indifferenza a metà tra il passivo e l’apatico. Immagine che sembra alludere simbolicamente non solo al distacco con cui il materiale verrà trattato nei minuti successivi, ma anche a un mondo che si è lasciato alle spalle gli orrori del passato e desidera solo edificare sulle fondamenta del presente.
Ma ci vogliono pochi minuti per capire quale sia invece il modus operandi scelto dal regista romano. E non occorre nemmeno arrivare all’incontro-scontro in carcere con l’ex torturatore che sbotta quando vede Moretti abbandonare la propria postazione di intervistatore neutrale per rompere l’illusione scenica e dichiarare la propria assoluta parzialità a favore di chi le torture le ha subite e contro chi invece le ha inflitte alle proprie vittime inermi.
Moretti opera a tesi: la rievocazione dell’Italia ecumenica e solidale di metà anni ’70 che accoglie centinaia di profughi facendo loro da madre benigna (contro il Cile “cattivo patrigno”, come dice una delle intervistate) serve per parlare dell’Italia di oggi, priva ormai di ogni valore fondante e vittima di un imbarbarimento diffuso che l’ha resa irriconoscibile agli occhi di quanti in quei giorni felici conobbero lo slancio fraterno della meglio gioventù che era uscita dal calderone del ’68 e aveva sognato nel Cile di Allende la realizzazione di un laboratorio di democrazia totale fino ad allora pura illusione.

Accusato di essere stato assente negli ultimi anni a livello di partecipazione attiva al dibattito in corso sull’involuzione populista e autoritaria del nostro paese (dopo la fertile stagione dei girotondi e il tentativo di risvegliare la sinistra italiana dal pericoloso torpore che la stava affliggendo già a metà degli anni ’90), con questo originale progetto di rievocazione documentaristica Moretti dice la sua in proposito scegliendo di opporre la dolcezza dei ricordi alle urla sguaiate dei talk show per esprimere tutto il suo nostalgico rimpianto per un’Italia che non c’è più e che esiste soltanto nelle memorie di un passato sbiadito che, proprio per questo, deve essere ricordato.
Se visto in quest’ottica del rimpianto nostalgico, Santiago, Italia – all’apparenza poco in linea col resto della filmografia di Moretti – si conferma invece come un tassello molto coerente perché la rievocazione dell’eroico atteggiamento dei diplomatici italiani nella Santiago del 1973 serve come trampolino di lancio per riproporre al pubblico la sanità di un’epoca in cui il socialismo democratico e la lotta per un mondo migliore erano ancora viste come alternative possibili alla deriva del cinismo.
Al punto da imporsi come una sorta di circuito virtuoso che, partendo dal corto d’esordio La sconfitta e passando per la prima produzione «autarchica», converte questa incursione in un genere cinematografico mai affrontato prima da Nanni Moretti a un ripensamento fatto con sofferta malinconia degli anni di una giovinezza finita per sempre. Come finita è anche quell’Italia solidale oggi calpestata dalla volgarità barbara del nostro presente.