Salvo un film di ,

A Palermo crescono ancora registi. E di talento, come i quarantenni Antonio Piazza e Fabio Grassadonia, i quali giungono con Salvo all’esordio nel lungometraggio dopo una lunga gavetta come sceneggiatori e dopo aver realizzato nel 2010 “Rita”, cortometraggio premiato in vari festival e snodo decisivo della loro carriera.
Nonostante l’accoglienza trionfale ricevuta dal film a Cannes, dove aveva vinto i  premi principali della “Semaine de la Critique”, prima della proiezione nella panoramica milanese “Cannes e dintorni” nutrivo un certo scetticismo sul fatto che un film ambientato nelle periferie degradate del capoluogo siciliano e con protagonisti dei mafiosi potesse dirci qualcosa di nuovo. Sarà che in questi decenni, dal “set Palermo” avevamo visto di tutto: dalle opere di un’altro sodalizio autoriale, finito ormai da anni, quello tra Franco Maresco e Daniele Ciprì  (quest’ultimo dirige qui la fotografia con la consueta abilità, dopo aver anch’egli esordito nella regia lo scorso anno con un film a nostro avviso non del tutto risolto come “E’ stato il figlio”); o alle sperimentazioni stilistiche e narrative condotte dall’inizio degli anni ’90 dalla milanese e palermitana ‘d’adozione’ Roberta Torre.

Dopo aver visto il film, e assistito all’incontro dei due registi con il pubblico, ho dovuto riconoscere anch’io che Piazza e Grassadonia hanno compiuto,  grazie alla loro ostinata passione e alla fiducia nei propri mezzi espressivi, un piccolo miracolo cinematografico. In primo luogo, sul piano produttivo. Un iter durato 5 anni, dalla menzione della sceneggiatura al Premio Solinas del 2008, per trovare, insieme ai produttori Massimo Cristaldi e Fabrizio Mosca, i finanziamenti all’estero, francesi in particolare (tra cui decisivo, a seguito del successo di “Rita”, quello di Arte France Cinema, mentre nessuna televisione italiana aveva voluto aderire al progetto!) ma anche italiani (il TorinoFilmLab e la Sicilia Film Commission). Il film, costato meno di un milione  di euro, è stato già venduto in oltre 20 paesi e da giovedì 27, a completare il miracolo, arriva pure in sala nelle principali città italiane grazie a una casa di distribuzione  giovane ma sensibile come Good Films.

Ma tratta del “miracoloso” tutta la vicenda di Salvo – aitante e spietato killer dagli occhi di ghiaccio – e Rita,  giovane e minuta ragazza cieca – era cieca e si chiamava così anche la protagonista del loro primo corto – sorella di un piccolo mafioso di quartiere. Sin troppo scoperti sono anche i rimandi  metaforici. Se la cecità di Rita è tutta fisica, quella di Salvo è di tipo morale, ma entrambi si doneranno a vicenda la vista: tutto accade quando Salvo, dopo essere penetrato nella loro casa e aver ucciso il fratello, risparmierà la donna, comunque una pericolosa testimone,  la nasconderà, finirà – a modo suo – per innamorarsene, farà di tutto per salvarla dal suo destino.

Ma il miracolo più importante sta nella ventata di qualità e di novità che Salvo porta nel cinema italiano, grazie a un messa in scena rigorosa  che rende la relazione tra forma e contenuto, anche quando volutamente distonica, credibile e necessaria. Gli elementi portanti della storia attingono infatti, spesso proprio per essere smentiti, a topos narrativi collaudati  – dalla tragedia classica, al noir, al poliziesco, al melodramma, senza contare i riferimenti tipici del genere dei film di mafia. Ma la sapienza registica e la cultura cinefila di Piazza e Grassadonia (con riferimenti dichiarati che vanno dal polar francese, con esplicito omaggio a Le Samourai di Melville, al western di Sergio Leone) creano un continuo depistaggio – a partire da un assai ingannevole prologo da gangster movie all’italiana – e travaso di generi all’interno del film (a tale riguardo, forse per la  presenza, anche qua nel ruolo del capo-mafia, di Mario Pupella, ci è venuto in mente l’interessante detour compiuto dalla Torre con Angela, 2002, che da “storia di mafia” diventava man mano una storia d’amore -impossibile- tra la moglie del boss e il suo giovane e intraprendente braccio destro).

Come assai di rado avviene nel cinema italiano, Salvo è un film davvero  “scomodo”, che pone lo spettatore in una situazione di costante spiazzamento cognitivo e di disagio, fisico ed emotivo a un tempo. E infatti il film è un’esperienza sensoriale, che fonde magistralmente codici sonori e codici visivi, in cui la nostra sensibilità uditiva viene costantemente sollecitata e posta al servizio della “visione”, ma dove una serie di elementi – tattili, olfattivi, gustativi, quasi sempre nel segno della sgradevolezza – sono costantemente evocati e adoperati per alimentare quel disagio e forse, insieme a tanti altri segnali e indizi, per tener desta la nostra attenzione.

Basterà qui citare, a titolo esemplificativo, alcuni passaggi.  La difficoltà di distinguere il visibile dall’invisibile, la sensazione di non avere punti di orientamento certi investe lo spettatore sin dalle primi immagini, ancor prima dei titoli di testa: uno schermo nero striato da luci bianche, e un rumore sordo (che percorrerà ossessivamente quasi tutto il film) di corpi metallici che si urtano, come dentro la stiva di una nave. Forse una discesa a precipizio -nel bunker del boss mafioso, nelle viscere di in una miniera- forse una lenta ascesa verso la luce del giorno, implacabile e senza pietà come deve essere un killer (e come è anche la torrida estate siciliana, che i registi hanno opportunamente scelto per girare e dove il senso opprimente della calura viene amplificato, a mò di  tormentone, dalle cronache dei notiziari radiofonici sui malori e sugli incendi dolosi). Dalla luce accecante del prologo si  precipita ben presto nella penombra e nei chiaroscuri della casa di Rita, in due lunghi e bellissimi piani-sequenza alternati, che descrivono delle traiettorie inesorabili. Quello del killer che scopre in soggettiva gli ambienti e di cui vediamo solo le spalle o il dettaglio degli occhi; quello della donna  sul cui viso in primo piano leggiamo la paura e la disperazione. Ma la colluttazione, gli spari, il rantolo del fratello morto, tutto sarà solo udito fuori campo.

In una ricerca dell’essenzialità, Piazza e Grassadonia hanno più volte “asciugato” la sceneggiatura e i profili dei due protagonisti (che hanno la bravura e le physique du role del palestinese Saleh Bakri e dell’esordiente assoluta Sara Serraioco),  ma anche dei comprimari, come i personaggi al limite del surreale dei coniugi Puleo (Luigi Lo Cascio, quasi irriconoscibile, e Giuditta Perriera) che accudiscono il killer in una squallida stanza nel retro di una lavanderia, dove anche il condizionatore d’aria è guasto e  l’arredamento dozzinale ha colori marci, paludosi. Anche i colori degli esterni, certo per un eccesso di luce solare, ma anche perché i miracoli mutano gli incubi in sogni, subiscono una progressiva desaturazione, sino a quel paesaggio brullo e senza vita, degno davvero di un western classico, dell’entroterra siciliano (si tratta di un  complesso minerario abbandonato in provincia di Enna) dove Salvo si rifugia infine con Rita e affronta a viso aperto i mafiosi. In quel set isolato la comunicazione tra i due passa solo attraverso la musica – la canzone preferita della donna – o dialoghi che i registi hanno voluto restassero basici  e infantili, tra un uomo e una donna che forse per la prima volta nella loro vita riescono liberamente a relazionarsi con l’altro.

E’ questo sogno o “intervallo” – spazio-temporale – di libertà  (unico elemento che troviamo in comune con il film di Di Costanzo, spesso citato a termine di paragone) che il film ci affida, provenendo da un’altra realtà  prigioniera della violenza e del disincanto, dove ogni istanza collettiva di riscatto si è spenta, e resta solo la possibilità di un cambiamento individuale. Una speranza ambigua, che Piazza e Grassadonia traducono con poetica efficacia nelle scene di un finale aperto in cui – sveliamo solo questo – risuona la sirena di una nave.

Ma con questo film essi ci consegnano altresì  una scelta etica, forte e chiara: non mostrare più la violenza – quella violenza che ormai non vediamo più, ma rispetto alla quale siamo diventati ciechi, o al limite dei voyeurs – ma farcene cogliere ancora, con altri sensi, per altre vie, la presenza pervasiva ed angosciante.

TRAMA

Salvo è un killer di mafia solitario, intelligente, spietato. In una mattina di una torrida estate palermitana, per un regolamento di conti entra nella casa di un rivale. Nella casa in penombra c’è solo Rita, la giovane sorella dell’uomo che lui deve uccidere. Salvo se la trova di fronte, lei però non lo vede perché è cieca dalla nascita. Salvo decide allora di aspettare che l’uomo ritorni. Nell’attesa, osserva Rita e ne coglie la solitudine in quella casa che è il suo regno ma anche la sua prigione.