L’ingiusta distanza del drone

A Cannes è stato presentato in concorso Les Misérables di Ladj Ly, viaggio infernale nella banlieu parigina in sommovimento. Un’opera interessante che compie una scelta estetica nell’utilizzo del drone che lascia molti dubbi.

Molte sono le inquadrature girate in Les Misérables grazie all’utilizzo del drone. La camera si innalza rapidamente lasciandosi alle spalle i palazzoni popolari della banlieu di Montfermeil. Da concreto lo spazio si fa immediatamente astratto, le geometrie delle costruzioni riportano alla mente il Lego, gli esseri umani diventano solo punti sparsi, il cui movimento non è poi così dissimile agli occhi di quello delle formiche. Formiche che si muovono frenetiche in Bull, il film di Anne Silverstein presentato nella stessa giornata a Cannes in Un certain regard. Il cinema dopotutto è in massima parte una questione di sguardo, che si articola sul dove posarlo e in quale maniera, sfruttando quale angolazione. In molti al termine della proiezione stampa de Les Misérables hanno lanciato strali (esagerati) contro questo film che parte dal titolo del capolavoro di Victor Hugo – citato di sfuggita anche nei dialoghi – per cercare di entrare nel vivo delle contraddizioni di una zona disagiata eretta dall’uomo per l’uomo a soli pochi chilometri dal centro di una delle più importanti città mondiali. Una spinta non dissimile a quella che animò quasi venticinque anni prima Mathieu Kassovitz alle prese con L’odio. Nel 1995 il drone non era certo un mezzo espressivo utilizzato, il cinema viveva quasi esclusivamente in 35mm e la macchina industriale era assai più pesante. Eppure Kassovitz non rinuncia a far “volare” la camera, con uno splendido braccio che la fa uscire dalla stanza del dj autodidatta per librarsi con qualche leggero tentennamento nello spazio tra i palazzi.
Eccola, la differenza di sguardo tra Kassovitz e Ly la si può rintracciare in questa duplice scelta espressiva. Ne L’odio, film che parte barricadero con le immagini degli scontri notturni sulle note di Burnin’ and Looting’ di Bob Marley per poi scegliere una timbrica più intima e meno collettiva, la macchina da presa non si allontana mai dal punto di vista degli stessi protagonisti. È alla loro altezza. Quando c’è una ripresa dall’alto, come la Parigi notturna spenta con uno schiocco di dita, è perché i tre amici sono su un tetto, e possono effettivamente godere di uno sguardo superiore.

Ne Les Misérables non è così. Ly utilizza da prima il drone come stratagemma narrativo: un ragazzino appassionato di elettronica si diletta con un drone e lo fa volare sul quartiere, incappando suo malgrado in un abuso di potere della polizia nei confronti di alcuni suoi coetanei. I poliziotti se ne accorgono, e il drone diventa l’escamotage per far procedere l’azione. Riusciranno i gendarmi a mettere le mani su quel video compromettente prima che qualcuno lo diffonda? Le riprese dall’alto diventano dunque un elemento della narrazione, perfino centrale in fase di sceneggiatura. Quando però il drone viene rintracciato – pur senza card all’interno, e quindi di fatto inutile – e distrutto, lanciato contro un muro, Ly non rinuncia a una lunga inquadratura dall’alto dei cieli. Un’inquadratura a piombo che scompagina il punto di vista dello spettatore, ma non trova giustificazioni. Che senso ha allora utilizzarla?
Ly, che rispetto a Kassovitz opera all’inverso, partendo da una situazione di fatto intima per far scatenare una rabbia collettiva – speculare all’esultanza di un’intera nazione per la vittoria del mondiale di calcio da parte della Francia – comprende i patimenti dei suoi protagonisti ma decide di non viverli completamente con loro. Si innalza. Se ne va là dove questi ragazzini non potranno essere mai. Se questo non inficia nei fatti il valore intrinseco del film, che nonostante debolezze strutturali cerca almeno di interrogarsi sul conflitto in atto in Francia e che con tanta faciloneria viene trattato dai media locali e internazionali, di certo lascia dubbi sull’idea di messa in scena di Ladj Ly – al primo lungometraggio di finzione, ma con una certa esperienza nel campo del documentario – e sul concetto di rappresentazione della lotta, della prevaricazione, dell’ingiustizia. È ingiusta la distanza del drone. Non paritaria. Esce dall’agone come gli dei che si sedevano sull’Olimpo a osservare le dispute degli umani che avevano creato. Così facendo tra estetica e politica rischia di vincere solo la prima, svuotando il senso della propria e altrui rabbia.