La cinquantenne (non più) invisibile

La cinquantenne (non più) invisibile

Paola Casella, già autrice del saggio Cinema: femminile, plurale, analizza il rinnovato interesse della Settima Arte nei confronti della donna cinquantenne, e del suo potenziale drammaturgico.

Da qualche tempo il cinema internazionale sembra essersi accorto del potenziale drammaturgico delle cinquantenni. In buona parte è una conseguenza dell’aumentata presenza di registe e sceneggiatrici – alcune delle quali over 50 – interessate a raccontare tutte le stagioni della vita di una donna. Ma ci sono anche registi uomini disposti a mettere al centro una figura femminile non connotata principalmente dalla sua giovanile avvenenza.
Negli anni Trenta-Quaranta, epoca d’oro del cinema hollywoodiano, lo star system vedeva fiorire attrici di carattere come Katharine Hepburn, Bette Davis, Joan Crawford o Barbara Stanwick, ma raccontava anche una cinquantaduenne Gloria Swanson sul Viale del tramonto e una Greta Garbo che, raggiunta la soglia dei trentacinque anni, si ritirava dalle scene per non far assistere il pubblico al suo “decadimento”. Negli anni Ottanta Sigourney Weaver, Jessica Lange o Diane Keaton proponevano ritratti cinematografici di donne forti, ma anche per loro il giro di boa al mezzo secolo ha comportato un rallentamento dell’attività: ricordiamo il documentario Searching Debra Winger, diretto dall’ingenua poi rottamata da Hollywood Rosanna Arquette, che illustrava come una delle interpreti più ricercate dal cinema americano anni Ottanta fosse scomparsa dal grande schermo allo scoccare del quarantesimo compleanno. Fra le eccezioni illustri Glenn Close, Meryl Streep e Helen Mirren, e soprattutto la Susan Sarandon protagonista de Il cliente: un interessante archetipo di femminilità pugnace alle soglie del mezzo secolo. Forse il ritratto più interessante di cinquantenne anni Ottanta resta però la Gloria di John Cassavetes: ma è solo l’ultimo in una galleria di personaggi femminili non stereotipati nella carriera anomala di Cassavetes e Gena Rowlands, due pionieri nel raccontare il femminile al cinema nella sua complessità.

Se la sessualità della cinquantenne non rassegnata è stata per decenni cinematograficamente collegata all’archetipo predatorio di Mrs Robinson ne Il laureato (peraltro interpretata dalla trentaseienne Anne Bancroft, poiché la quarantacinquenne Ava Gardner, che si era proposta per il ruolo, fu scartata come “troppo vecchia”), oggi nuovi modelli mostrano il sano erotismo di protagoniste che hanno superato l’età procreativa ma non quella del desiderio. La capolista, quanto a espressione di una sessualità libera, è Michéle, interpretata da Isabelle Huppert (già over-60, ma apparentemente più giovanile) in Elle di Paul Verhoeven. Michéle è in pieno controllo della propria vita, rifiuta il ruolo di vittima, seduce senza (com)piacere, si esprime senza filtri: una rappresentazione radicale della femminilità matura al di fuori degli stereotipi. Meno radicale, ma altrettanto sfaccettata, è la stessa Huppert nel ruolo di Nathalie, protagonista di Le cose che verranno: questa volta alla sceneggiatura e alla regia c’è una donna, la trentenne Mia Hansen-Love, e le sfumature sono più sottili, così come è più dettagliata la descrizione di una fase particolare dell’esistenza femminile – quella della transizione fra i ruoli tradizionali di moglie e madre e il nido vuoto – che spinge ad un ritorno alla propria individualità.

Ma non è necessario essere stata moglie e madre per affrontare un periodo di passaggio alla soglia del mezzo secolo: ne parla con delicatezza e umorismo Laura Morante nel suo debutto alla regia, Ciliegine, che racconta Amanda (nomen est omen), una cinquantenne alle prese con le proprie scelte sentimentali improntate all’estrema esigenza. Amanda sta bene da sola e sa ciò che non vuole, ma il bisogno di esercitare un controllo totale sulla scelta del partner finisce per impedirle un abbandono vitale, non solo all’interno della coppia.
Le protagoniste de L’amore secondo Isabelle e 50 primavere mettono al centro l’aspetto erotico e sentimentale delle loro vite, ed entrambi i film sono scritti e diretti da donne (rispettivamente Claire Denis e Agnes Jaoui): il che comporta una rappresentazione della sessualità matura autoironica e lontana dalla triade cinematografica mogli e madri devote, casalinghe disperate o zitelle rancorose. Anche in Mai stata meglio di Dolores Payas la protagonista, Isabelle (Victoria Abril), affrontava l’arrivo della menopausa e i tradimenti del marito cogliendo l’opportunità di cambiare vita; e se in Tutto può succedere la regista e sceneggiatrice Nancy Meyers cuciva addosso alla cinquantasettenne Diane Keaton una donna vitale in grado di convincere l’infantile Jack Nicholson a raggiungerla nella maturità consapevole, in È complicato raccontava una Meryl Streep cinquantanovenne alle prese con un ex marito tornato all’attacco, che finiva per rifiutare la “minestra riscaldata” favorendole un rapporto adulto con un coetaneo illuminato.

Oggi una nuova ondata di attrici hollywoodiane intorno ai 50 anni chiede e ottiene la stessa centralità e complessità anche in ruoli non strettamente legati alla sfera romantica: da Sandra Bullock a Cate Blanchett, da Nicole Kidman a Jennifer Aniston, da Melissa McCarthy ad Allison Janney. Julianne Moore ha da poco interpretato un’altra Gloria, Gloria Bell, nel remake nordamericano del film cileno omonimo di Sebastian Lelio con protagonista Paulina Garcia, per raccontare un personaggio femminile che affronta l’età matura con dignità e consapevolezza. E Meryl Streep ha interpretato due ruoli di (tardo) cinquantenne irriducibile: la rocker Riki di Dove eravamo rimasti? e l’ex sessantottina Donna di Mamma Mia!, entrambe fedeli alla propria indole ribelle. Una ribellione assai più morbida era invece quella (quasi vent’anni fa!) di Rosalba, la protagonista di Pane e tulipani che, dimenticata da marito e figli in un autogrill, ritrovava la propria indipendenza e la propria vocazione artistica.
Le più rare, sul grande schermo come nella vita, sono le cinquantenni di effettivo potere al centro della vicenda narrata: che siano regine (da Elizabeth a La favorita), politiche (The Iron Lady, The Lady – giacché una donna, anche potente, dev’essere sempre ladylike….), magistrati (Isabelle Huppert ne La commedia del potere, Emma Thompson ne Il verdetto) o direttrici di magazine (Il diavolo veste Prada). Per molte di loro l’ascesa ad un ruolo apicale si traduce al cinema in una rinuncia alla vita sentimentale, o alla genitorialità, o alla leggerezza concessa alle loro controparti maschili. Anche in questo caso – speriamo – sarà la vita a fornire esempi più frequenti, e al grande schermo non resterà che darne testimonianza.