Ken Loach e la politica dello sguardo

Ken Loach e la politica dello sguardo

Ken Loach torna in concorso al Festival di Cannes con Sorry We Missed You, e dimostra la sua totale estraneità alle forme di rappresentazione del politico nel cinema di oggi.

Se ci si ferma a guardare ai grandi numeri appare evidente come il mondo della critica cinematografica non ami Ken Loach. Non l’abbia mai davvero amato, se si esclude quel pugno di anni, compresi tra L’agenda nascosta (1990) e Terra e libertà (1995) in cui – complice probabilmente la caduta del Muro di Berlino – la sua opera venne rivalutata e considerata, orribile aggettivo, importante. Sono trascorsi quasi venticinque anni dall’uscita in sala di Terra e libertà, che portò con sé anche una fertile polemica a cui contribuì anche il regista sulle pagine de Il Manifesto, una polemica tutta interna alle spaccature del socialismo internazionalista, tra trotskischi e accuse di frazionismo. E questi venticinque anni hanno portato un deterioramento sia delle politiche del lavoro in occidente sia del rapporto tra Loach e chi il cinema lo deve o dovrebbe analizzare. La sovraesposizione festivaliera del cineasta britannico forse ha contribuito a mal disporre i critici: se si considera che dal 1996 a oggi, da La canzone di Carla a Sorry We Missed You, Loach ha preso parte con i suoi film a dieci concorsi di Cannes (vincendone finora due), tre concorsi di Venezia e uno di Berlino, appare difficile trovare corrispettivi possibile da porre come paragone. Ma è davvero tutto qui? Ovviamente no. A Ken Loach viene “rimproverato” di costruire le sue narrazioni non partendo mai dalle immagini ma dalle situazioni su cui intende focalizzare l’attenzione, e che riguardano quasi sempre problematiche relative al mondo del lavoro, dello sfruttamento del proletariato, dell’iniquità del sistema capitalista. Quando allarga la visuale in una prospettiva internazionalista, poi, Loach si lascia spesso sopraffare da un afflato retorico che imbolsisce ulteriormente la narrazione: in tal senso non è un caso che uno dei nadir della sua filmografia risulti La canzone di Carla, puntuale nel concetrare l’attenzione sulla vita quotidiana di un autista di autobus a Glasgow e del tutto inadeguato una volta che la macchina da presa oltrepassa l’oceano per riprendere la lotta sandinista in Nicaragua.

Eppure, al di là di tutto questo, sembra evidente come nel corso degli ultimi anni Loach abbia riposizionato il mirino e aggiustato la mira: Io, Daniel Blake era uno straziante spaccato del mondo nell’impossibilità di ottenere la pensione, e Sorry We Missed You, visto ieri qui a Cannes e accolto con l’oramai consueta freddezza, è un altrettanto doloroso scandaglio di un’umanità ai margini per quanto ancora in grado di lavorare. Sarà banale, ma l’impressione è che il tema venga visto da buona parte della critica come un ricatto, se non come un nemico contro cui scagliarsi quando il film non è accompagnato da una messa in scena forte, d’impatto, risolutiva già di suo. Loach non è mai stato un autore dalla regia rivoluzionaria, e non è nel dinamismo che si può rintracciare la sua cifra stilitistica: ha al contrario sempre lavorato di sottrazione, cercando di mettersi a servizio non solo di una storia, ma del motivo politico per cui quella storia deve essere raccontata. In tal senso non è erroneo indicare nei parti più riusciti il ruolo svolto dalle sceneggiature per lui firmate da Paul Laverty, con cui collabora assiduamente proprio dai tempi de La canzone di Carla (fa eccezione il solo Paul, Mick e gli altri, incentrato sugli operai delle ferrovie nel periodo della privatizzazione delle stesse e scritto da Rob Dawber). Non è certo casuale che Sorry We Missed You sia rinforzato dalla bella descrizione dei personaggi principali e dagli acuti dettagli con cui vengono descritti i secondari.
Un lavoro di fino, ovviamente poco appariscente e per questo – ma non è una scusante – poco notato. Loach fa una scelta chiara, mettendo il concetto di narrazione per immagini a servizio della didattica, intesa nel senso più alto e nobile del termine. Non è rosselliniano, ma considera lo stile solo un modo per raggiungere il proprio obiettivo, che è strettamente politico. La rivoluzione dell’esistente, che è mostruoso – e descrivere una coppia di lavoratori che, nonostante il lavoro, non riesce ad arrivare a fine mese e deve spaccarsi la schiena perché i diritti sono stati legalmente soppressi non è cosa a cui il cinema di oggi è abituato – può essere raggiunta solo se il popolo è edotto. Ecco perché i film di Loach appaiono così semplici, perfino basici, ed ecco perché parlano la stessa lingua dei suoi protagonisti, sottoproletari dei sobborghi di Londra, Manchester o, come in questo caso, Newcastle.

Nel rifiuto aprioristico che parte consistente della critica ha nei confronti dell’approccio di Loach rischia di esserci anche un ristagno di snobismo intellettuale, di negazione del popolare a favore di una stratificazione del pensiero che può essere elogiata, ma non è dovuta o esclusiva. Nel suo lavorare sul soggetto con sguardo piano Loach non lo semplifica né tantomeno lo svilisce. La sua messa in scena è poverissima, ma lo è esattamente come la vita di coloro che si trovano davanti alla macchina da presa. Al di là del singolo valore di ogni film (Sorry We Missed You è uno dei suoi parti più potenti, ma la filmografia è abbastanza ondivaga) l’etica dello sguardo di Ken Loach andrebbe studiata con maggiore attenzione, analizzata nel profondo, colta nel suo divenire politica nel momento stesso in cui l’immagine appare sullo schermo. Così non è, nella stragrande maggioranza dei casi. Purtroppo.