Allargare lo sguardo, aprire l’occhio

In questi giorni è impazzata sui social network la polemica per le prese di posizione di Martin Scorsese e Francis Ford Coppola nei confronti delle produzioni Marvel; ma mentre si accusavano i due cineasti di essere “vecchi” e “invidiosi”, si perdeva di vista il grido d’allarme lanciato nei confronti dell’omologazione dell’immaginario hollywoodiano.

L’occhio, così diceva Alberto Grifi, è per così dire l’evoluzione biologica di una lagrima. Lo sguardo ne rappresenta il passaggio ulteriore, successivo. L’occhio non può bastare, laddove sia privo di sguardo, e lo sguardo non può esistere senza l’occhio, e quindi senza la lagrima da cui proviene. Lo sguardo, in uno scarto ancora seguente, è poi il decriptante dell’immaginario, e delle evoluzioni contrazioni e involuzioni. Uno schema che non rientra nelle facoltà di gestione dell’umano, ma lo sovrasta. Come lo schermo imperante di un cinema, almeno un tempo. In questi giorni sta impazzando, tanto nel sistema mediatico quanto nel tam tam riecheggiante dei social network, la polemica scaturita da un paio di dichiarazioni fornite da Martin Scorsese, impegnato nel tour de force di presentazione di The Irishman, che raggiungerà “sale selezionate” nei primi giorni di novembre per poi approdare sulla piattaforma Netflix, che ha dopotutto fornito le coperture necessarie affinché il film terminasse l’iter produttivo. Scorsese avrebbe (l’utilizzo del condizionale non è casuale, e sarà chiaro poco più avanti) preso di mira i film prodotti dalla Marvel, i cosiddetti “cinecomic”, affermando: «Onestamente, la cosa più vicina cui riesco a pensare, per quanto siano ben fatti e con gli attori che facciano del loro meglio in queste circostanze, sono i parchi a tema». Su questo intervento, cui ne ha fatto seguito un altro di pochi giorni successivo, si è scatenata una prima tempesta di proteste da parte di chi i cinecomic li ama, li segue, li analizza. In seconda battuta è intervenuto anche Francis Ford Coppola, dando man forte al collega e amico e ribadendo il proprio disinteresse verso questa tipologia produttiva e narrativa. Dato l’utilizzo di un aggettivo (che potrebbe essere tradotto con “spregevole”) all’interno del suo discorso, anche il regista di Apocalypse Now si è trasformato in un bersaglio mobile molto gradito, con lunghi e continuati rimbalzi d’insulti sul web. Ci ha poi pensato James Gunn, il regista della saga de I guardiani della galassia (ma con una provenienza da un universo ben più laterale come quello della Troma), a dar loro dei “vecchietti”, in definitiva puntando l’accento su un aspetto della polemica che non ha nulla a che vedere con il cuore pulsante del discorso. Un cuore pulsante che molti critici o sedicenti tali hanno fatto finta – si spera almeno che si tratti di questo – di non vedere. Questa polemica è stata infatti descritta come un problema di “gusto” e di “età”. A questi due mostri sacri del cinema statunitense non piacciono i film Marvel, e se non gli piacciono è solo perché sono troppo anziani per capirli. C’è anche chi, denotando una scarsa conoscenza della storia del cinema – anche di quella più facile da studiare – si è spinto fino a ipotizzare che Scorsese e Coppola fossero mossi da un misto di invidia (un po’ per la qualità, un po’ per le potenzialità commerciali) nei confronti del gigante produttivo. Dimenticando, forse, che un film come The Wolf of Wall Street, non certo di largo consumo – per tematiche, stile e storia – quanto gli Avengers, incassò a livello mondiale quasi 400 milioni di dollari. Insomma, si è ridotto tutto a una meschina storia di invidie e gusti da barbogi incapaci di comprendere l’oggi. Ma appunto, si è preferito chiudere gli occhi per non focalizzare il centro del discorso. A nulla è valso anche l’intervento di Bret Easton Ellis, il romanziere – ma anche autore della sceneggiatura di The Canyons di Paul Schrader – statunitense che ha cercato di allargare il discorso, e la visuale. «Credo che a Coppola non piacciano i film della Marvel perché hanno brutalmente interrotto il suo sogno di una collettività artistica hollywoodiana, in netto contrasto con l’ideale capitalista. Criticare questi film può sembrare snob. In fin dei conti, se piacciono così tanto al pubblico, ci sarà un motivo» ha detto durante il suo intervento alla Festa del Cinema di Roma, aggiungendo poi «A me non piacciono assolutamente, sono blandi e molto conservatori. Film che parlano di gente ricca che comanda il mondo. Non è arte ma un prodotto di un’azienda. Mi piacerebbe vedere altri film ma ormai la Disney possiede tutto, anche la Marvel. Il cinema si sta marvelizzando e questa cosa mi preoccupa». In questa dichiarazione ci sono almeno tre passaggi che i polemisti di professione – molti dei quali parte del sistema mediatico e culturale italiano, il ché dovrebbe far sorgere degli interrogativi – hanno preferito scansare aprioristicamente, fermandosi alla questione del gusto, ben più facile da gestire. Il primo passaggio è quello relativo al crollo dell’ideale della New Hollywood, quello di riuscire a rifondare il cinema statunitense dalle fondamenta smarcandosi dal concetto di puro profitto che è alla base dell’industria; il secondo passaggio riguarda il dominio disneyano (che, è il caso di ricordarlo, ha anche acquistato la Fox, detenendo di fatto il 40% della produzione hollywoodiana, a un passo dallo smuovere l’interesse dell’Antitrust), e quella che Ellis chiama “marvellizzazione del cinema”; il terzo passaggio, infine, è racchiuso in quella frase sibillina “ In fin dei conti, se piacciono così tanto al pubblico, ci sarà un motivo”. Una frase che con un eccesso di faciloneria ha spinto alcuni a dire che lo scrittore stesse dando dello snob al regista. Un po’ comodo.

Il punto, al di là dell’essere o meno appassionati alle avventure di Iron Man, Captain Marvel, Capitan America, Spider-Man e via discorrendo, sta nella necessità di riscoprire lo sguardo, e allargarlo. Quello di Coppola e Scorsese più che un attacco nei confronti di un colosso che, dall’alto dei suoi incassi, può benissimo fare spallucce nei confronti di qualsivoglia posizione contraria, è da intendere come un grido d’allarme. Certo, loro due appartengono a una generazione che si approssima alla pensione, e perfino alla morte, ma la preoccupazione è che rischi di venir meno una modalità produttiva e distributiva di immagini basata sul pluralismo su cui, volenti o nolenti, si è costruito il principale modello artistico e culturale dell’ultimo secolo. Invece di perdersi in baruffe sciocche e pretestuose contro due persone che non “capirebbero” (questa è bella) il cinema contemporaneo, varrebbe la pena cercar di comprendere in quale direzione ci si stia muovendo, anche per scoprire forse che il passo ulteriore è stato già fatto, ed è quasi impossibile tornare indietro. La macchina hollywoodiana è stata, dalla supposta rivoluzione di fine anni Sessanta fino al crollo delle Torri Gemelle – e la scelta delle due date simboliche non è casuale – aperta, pur nei limiti di un’industria che si muove in un sistema capitalista, alle suggestioni più disparate. Il box office del 1979 vedeva uno accanto all’altro Alien e The Muppet Movie, Kramer contro Kramer e Rocky 2, mentre Il cacciatore e 10 si ergevano oltre i 50 milioni di incasso solo negli Stati Uniti e Manhattan sfiorava i 40. Un’altra epoca, si dirà, e non c’è dubbio sia così. Ma nel 1992 Coppola poteva ancora sperimentare le tecniche del cinema degli albori in Dracula contando su oltre duecento milioni di dollari di incasso a livello mondiale. Poco più di dieci anni dopo Sam Raimi, pur potendo contare su tre incassi stratosferici per i suoi film sull’Uomo Ragno (complessivamente oltre 2 miliardi e mezzo di dollari), verrà di fatto ostracizzato non appena si allontanerà dalla mammella dell’industria o incapperà in un titolo meno fortunato – economicamente parlando – come Il grande e potente Oz.
E oggi? Gli incassi statunitensi del 2019 parlano chiaro. Primo Endgame, secondo Il re leone, terzo Toy Story 4, quarto Captain Marvel, quinto Spider-Man: Far from Home, sesto Aladdin, settimo Joker. Cinque titoli Buena Vista su sette, per di più. Ma soprattutto un’idea di cinema asfittica, che passa dal cinecomic alla riedizione di classici d’animazione – o ulteriori capitoli di una saga – rinverdendo sempre lo stesso canone, senza condotti d’aria, senza possibilità di trovare spazio ad altro. Se si eccettua Noi di Jordan Peele – in ogni caso un horror – per trovare il primo film in grado di uscire da uno schema predefinito bisogna arrivare alla sedicesima posizione occupata da Quentin Tarantino e da C’era una volta a Hollywood. “Se piacciono così tanto al pubblico, ci sarà un motivo”, le parole di Ellis riecheggiano nella testa. Non c’è dubbio. Il punto è che nessuno sta cercando di interrogarsi su quale sia il motivo, lo stesso che probabilmente ha reso tutta la lettura e l’analisi della vita e della politica in occidente qualcosa di puramente epidermico, superficiale, privo di stratificazioni e complessità. I film Marvel sono perfetti per un’epoca che deprivatasi dello sguardo si può aggrappare ai dilemmi archetipici, a facili distinzioni tra bene e male. Un’epoca in cui si può leggere Captain Marvel come un elogio femminista solo perché la protagonista picchia meglio dei suoi avversari maschi, o in cui Black Panther diventa un monolite nella riappropriazione dell’identità culturale afrodiscendente dimenticando per strada il fatto che (come ne Il re leone) si sta mettendo in scena un mondo in cui al trono si accede per diritto di nascita, e non per qualità morali, etiche e politiche personali. E dove chi sgarra da quest’ordine prima viene espulso, e quindi direttamente soppresso.

L’omogeneità dell’immaginario è la morte stessa del cinema come oggetto d’arte. Oggetto d’arte che potrebbe ancora essere di consumo, come è stato solo fino a pochi decenni fa, prima che si scegliesse un’altra via, lastricata d’oro e priva di curve e anse. In una fase storica in cui il termine blockbuster è sinonimo solo e in forma esclusiva di effetti speciali, mostri, supereroi, nani&giganti, stereoscopia e giochi di prestigio, come si può pretendere che le giovani generazioni scoprano le multiformi potenzialità del cinema? Più facile, quasi scontato, che si crei una frattura e una distanza sempre più netta e vasta tra chi aderisce al sistema, senza ovviamente metterlo in dubbio, e chi lo combatte nella nicchia dell’indipendenza o dell’arthouse, giocando un gioco impari, autoghettizzandosi per mancanza di possibilità altre. Un cinema di fatto piccolo (produttivamente, e quindi come risorse) che giustificherà ancora di più la vulgata – pericolosa come l’elogio di chi detiene il potere in forma pressoché egemonica – che vuole inutile vedere i film sul grande schermo, preferendo piattaforme come Netflix. Da un lato dunque l’omogeneità dello sguardo, l’impossibilità di muoversi fuori dalle coordinate di Disney/Marvel, di ambire a una vastità del racconto che esuli dai patimenti di supereroi e villain (e così addio al western, troppo naturalmente epico per piacere a chi trova soddisfazione solo nell’oggetto digitale), e dall’altro per tutta risposta la contrazione dello sguardo, costretto allo schermo del televisore e del computer o, quando se ne hanno le capacità e gli spazi, a una videoproiezione casalinga.
Ed è l’immaginario su cui falangi di cinefili in fieri costruiranno il loro percorso, allontanandosi sempre di più dalle esperienze che hanno reso la Settima Arte l’epicentro culturale del Ventesimo Secolo. Uno sguardo più piccolo, con orizzonti più stretti e chiaroscuri sempre meno accentuati. L’occhio, l’evoluzione della lacrima, lacerato come l’incipit di Un chien andalou, che a novant’anni dalla sua realizzazione sembra provenire dall’iperspazio. Anzi, no, da lì provengono Kree e Skrull. Come non detto.