Sacro GRA. 70a Mostra del Cinema di Venezia un film di

Se L’Intrepido di Amelio ci ha mostrato una nuova e un po’ mostruosa Milano, cresciuta quasi all’improvviso e in verticale, con i suoi glaciali e incombenti grattacieli, la Roma di Gianfranco Rosi è una città che puoi solo immaginare, forse ormai invisibile, centro sempre più piccolo e lontano di una spirale che continuamente si sfrangia ed espande in orizzontale, che la avvolge come  serpente o anguilla e la fagocita come gli avidi insetti col punteruolo fanno con la palma. Questa striscia, anch’essa un po’ mostruosa o almeno inquietante come corpo alieno (“che circonda la città di Roma come un anello di Saturno”, avverte del resto a didascalia iniziale) è il GRA-Grande raccordo anulare, con i suoi 70 km la più lunga autostrada urbana d’Italia. Gianfranco Rosi vi ambienta  Sacro Gra, un altro dei suoi viaggi che prima di diventare film sono coagulo di lunghe esperienze di vita e che è dunque sempre più riduttivo (in primo luogo per lo stesso autore) chiamare documentari. Resta il fatto che per la prima volta un (cosiddetto) documentario italiano viene ammesso a Venezia nel concorso principale (insieme al film di Errol Morris su Rumsfield; c’è da sperare che la scelta coraggiosa di Barbera e dei selezionatori non finisca per nuocere al cammino del film, che comunque  sbarca in sala il prossimo 26 settembre, grazie a Officine Ubu).

Per il regista italiano che da tempo vive negli USA dove ha studiato cinema da “autore totale”, ogni film richiede un iter creativo e produttivo complesso, e, soprattutto, un grande investimento di tempo. Non a caso per i suoi film precedenti era anche il produttore di se stesso  (mentre questo, dopo i numerosi  riconoscimenti internazionali, è prodotto da DocLab e ha il sostegno  di Rai Cinema). Ma i bravi documentaristi lo sanno (gli esempi non mancano anche in Italia, pensiamo solo a  Massimo D’Anolfi e Martina Parenti). Esplorare nuove strade, cercare le crepe del sistema o ciò che esso rimuove o nasconde, richiede tempo, curiosità, intuito, coraggio e tanta ostinazione. Doti e capacità che sono al cuore di un progetto come questo:  ispirato e dedicato a Renato Nicolini che aveva studiato il GRA come esempio di “macchina celibe” che nasconde le contraddizioni di una metropoli come Roma; cresciuto grazie alle idee e alle lente esplorazioni a piedi del raccordo dell’urbanista Nicolò Bassetti, poi  sviluppate insieme al regista in  tre anni di sopralluoghi e frequentazioni, a cercare le storie e le persone, a guadagnare la loro fiducia prima di poter  puntare loro addosso un obiettivo. Un lavoro che solo a posteriori, al tavolo di montaggio, può trovare poi una forma, un costrutto,  un  “senso” razionali.

Sacro GRA prosegue nel solco della poetica autoriale ma anche con elementi differenti. In primo luogo, s’intende, per i diversi set e per le diverse necessità drammaturgiche, ma non solo. A nostro avviso le sue ultime intense opere muovevano come “in profondità”: nello  scandaglio delle pulsioni violente di un solo individuo, il serial killer spietato de El sicario – room 164 (2010); o nelle angosce della comunità chiusa di Below Sea Level (che aveva vinto “Orizzonti” a Venezia 2008; in quell’occasione Rosi aveva condiviso 4 anni di vita con un folto gruppo  comunità di homeless più o meno volontari nel deserto californiano, a quaranta metri sotto il livello del mare…).

Qua Rosi procede più per frammenti, isolando tranches de vie, lasciando che le persone del cui passato non sappiamo nulla, ci offrano delle tracce, degli indizi del loro passato. Anche in Below Sea Level le persone coltivavano diversi interessi, ma costituivano  una comunità in qualche modo coesa, con ancora delle “rivendicazioni” verso l’esterno. Gli uomini e le donne di Sacro GRA hanno ben poco da rivendicare. Hanno anch’essi un forte radicamento al territorio, ma sono come dei sopravvissuti (a una catastrofe sociale ed antropologica di cui forse non ci siamo ancora resi conto); si muovono come monadi, fuoriuscite da tempo dai circuiti produttivi ufficiali, che si aggrappano solo alla propria forza interiore che li porta a resistere o a cercare un senso alla propria vita: con il volontariato nelle ambulanze di notte, coltivando anguille a km zero, curando le palme dal punteruolo rosso, affittando location molto kitsch per improbabili fotoromanzi (ma i tipi umani del film sono davvero assai vari e tutti straordinari); o aspettando qualche miracolo (come nelle sequenze abbacinate di una grande riunione mistico-religiosa).  Però, alcuni di essi finiscono per diventare anche “personaggi”, un po’ troppo “esibiti” e “raccontati”.

A parte questa personale riserva, nel cercare e rivelare  il sacro e il profano (ad esempio tanta prostituzione vecchia e nuova) di questo paese, Sacro GRA resta un’opera forte, che ci invita e ci guida a scoprire altro che la “grande bellezza”. Semmai, una infinita bruttezza, dove però ancora accadono  tanti piccoli, quotidiani, miracolosi gesti di bellezza e di solidarietà.