Reflection

REFLECTION di Valentyn Vasyanovych, distribuito da Wanted Cinema, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) con la seguente motivazione:

«Anticipando il tragico momento storico che stiamo vivendo, il film analizza in modo feroce e spietato il conflitto in corso da tempo nel Donbass, attraverso un’elegia funerea del corpo, tra torture fisiche e psicologiche. Nel racconto di un odio insanabile, dimostra come l’umanità sia ancora oggi incapace di comprendere il senso della vita e della convivenza, andando continuamente a sbattere contro muri di separazione, come un piccione fa con le vetrate».

La recensione di Michele Gottardi:

Parlando di Reflection, nello scorso mese di settembre, in sede di recensione dalla Mostra del Cinema, avevo scritto che Vidblysk «esprime al meglio l’anima di una parte dell’Ucraina, stremata da una guerra e soprattutto dall’assenza di speranza di un futuro certo», in riferimento al conflitto nel Donbas (con una esse sola, nella grafia ucraina, due invece in quella russa). Oggi quel conflitto locale è diventata la guerra che sappiamo e l’Ucraina resiste, mentre l’orizzonte dal futuro incerto è diventata la stessa vecchia Europa.

Vedere quindi oggi questo film permette di andare alle origini del conflitto, con le contraddizioni di ambo le parti, con le sofferenze di ambo le parti. Origini che risalgono a otto anni fa, all’aprile del 2014, per quello che fino a qualche giorno fa era un conflitto quasi dimenticato, tra lo stato di Kiev e le repubbliche separatiste di Donec’k e Luhans’k, filorusse. Raro che se ne parlasse, più ancora che la guerra giungesse sugli schermi di un festival internazionale, com’è accaduto per Reflection del regista Valentyn Vasyanovych, in cui un chirurgo, Serhiy, decide di raggiungere il fronte, viene fatto prigioniero appena arrivato e torna a casa, scambiato con altri prigionieri, dopo qualche settimana di torture e di massacri, tra i quali anche quello di Andrii, il compagno dell’ex moglie, molto amato anche da sua figlia. Mentre è prigioniero, infatti, assiste a spaventose scene di umiliazione, violenza e indifferenza verso la vita umana. Così, la breve parentesi lo mette davanti alla precarietà dell’esistenza, alla quale cerca di dare un senso, tentando con molta fatica di tornare alla quotidianità, dedicandosi a ricostruire i rapporti con la figlia e l’ex moglie, per cercare di ritrovare l’umanità perduta assieme al suo ruolo di genitore.

Per Vasyanovych, l’umanità è fragile come un piccione, che si schianta, tradito dal riflesso, sulla finestra della casa di Serhiy, a Kiev, un palazzone molto simile a quelli che abbiamo visto smembrati dai missili russi, nei recenti telegiornali. Film rigoroso anche se a tratti micidiale, duro, esplicito, nel raccontare prigionia e tortura, ma anche le conseguenze psicologiche della guerra sulla vita del medico, Reflection non è solo una testimonianza dal fronte, non mostra solo l’assurdità e la tragedia della guerra, ma anche come le nostre vite siano spesso tratte in inganno da riflessi, parvenze, simulacri, falsi miti, in un gioco di ambiguità linguistica, che si perde tuttavia in italiano, tra riflesso e riflessione. Il regista Vasyanovych, che già aveva trattato questo tema in Atlantis, stilisticamente più rigoroso e ancora più scioccante, qui mostra un’insistenza che forse qualche mese fa poteva apparire estetizzante, ma oggi sa di drammatico realismo.

Una breve rassegna della stampa italiana sul film (a cura di Francesco Grieco):

È un film che sembra fatto apposta per dividere e suscitare reazioni opposte, Reflection, eppure di stroncature vere e proprie non se ne leggono sulla stampa italiana. Al limite, qualche perplessità, come quelle espresse da Emiliano Morreale su La Repubblica: per Morreale Vasyanovych «in questo nuovo film pare ripetersi e trasformare in limiti alcuni pregi del lavoro precedente: il rigore della messinscena sembra sopraffare il tema e si finisce col guardare le inquadrature anziché quel che c’è dentro, e i simbolismi si fanno a volte troppo smaccati (schermi trasparenti davanti ai personaggi, piccioni che si schiantano contro i vetri)». Di parere analogo Federico Gironi su Coming Soon: «la cura per l’immagine di Vasyanovych e la sua capacità di gestire lo spazio scenico e far muovere i personaggi al suo interno, sono indubbie. I dubbi nascono, però, quando il regista insiste in maniera ai limiti del voyeurismo sulla violenza; o, al contrario, quando la volontà di farsi rarefatto e ostentatamente simbolista svuotano di parole e vita quei quadri così rigorosamente e minuziosamente allestiti». Il film non entusiasma nemmeno Eddie Bertozzi su Gli Spietati: «Reflection porta avanti l’impostazione fortemente cerebrale di Atlantis e il suo iperrealismo sconfinato, ma dove nell’opera precedente i formalismi concertavano al servizio dell’urgenza cataclismatica del racconto politico, qui si incancreniscono in una gabbia che, esaurita la sorpresa, imprigiona il film fino all’asfissia».

Le scelte di regia di Vasyanovych sono chiare, al di là del giudizio sulla loro efficacia, e più di un critico vi fa riferimento nella propria recensione, di solito confrontando Reflection con Atlantis, che aveva ottenuto consensi più unanimi. Fa così anche Alice Catucci su Sentieri Selvaggi, scrivendo: «in Reflection la struttura si irrigidisce ancora di più, l’immagine si congela e diviene quadro, chiamandoci con tono perentorio ad assistere a ciò che mostra, e privandoci di possibilità di fuga. Ogni movimento è ridotto al minimo, ogni dialogo anche: è bandita l’allegria del superfluo». Luigi Locatelli su nuovocinemalocatelli.com ribadisce quanto Vasyanovych sia già un “autore” facilmente riconoscibile: «riapplica il suo modo di fare cinema, l’organizzazione minuziosa dello spazio schermico all’interno del quale gli attori si posizionano come in un tableau vivant anzi no, per niente vivo, piuttosto raggelato come uno still life, un diorama. Ancora, sempre, il feticismo dell’inquadratura frontal-simmetrica diventato già un marchio di riconoscimento». Mentre Roberto De Gaetano su Fata Morgana Web analizza con queste parole il risultato di questa forma registica: «costruire per lunghe scene il racconto di una situazione drammatica come una guerra, con le conseguenze che determina anche sulla vita quotidiana, significa inibire lo sviluppo orizzontale dell’azione, operare una de-drammatizzazione, sospendendo ogni possibile effetto catartico».

Invece Roberto Manassero su FilmTv interpreta il film di Vasyanovych alla luce del conflitto Russia-Ucraina: «È un film spaventato dal male, che il male lo mette in scena e si costringe a guardarlo, ma nel quale gli schermi – una macchina da presa, uno specchietto retrovisore, un vetro – servono a proteggere e proteggersi. Mesi fa quello di Vasyanovych poteva sembrare un eccesso di mediazione intellettuale; oggi – superato dalla Storia – appare come una forma di sopravvivenza, una reazione anticipata all’incontro con l’imponderabile, alla violenza fascista e imperialista responsabile dell’invasione di una nazione».
Salomonicamente, Giovanni Spagnoletti su Close Up definisce Vasyanovich «prigioniero del suo stile fatto di inquadrature fisse e studiate, a volte di una lunghezza che riesce a irritare persino i suoi più accesi sostenitori ma anche, viceversa, a permettere allo spettatore attento di riflettere su quanto gli si offre per effetto della macchina da presa». Ugualmente equilibrata l’opinione di Raffele Meale su Quinlan: «si può legittimamente rifiutare la visione assoluta di Vasyanovych, ed è senza dubbio vero che Reflection si “chiuda” nella sua teoria molto più del precedente Atlantis, ma si commetterebbe una grave leggerezza nel non voler cogliere il portato della narrazione che procede per blocchi unitari, e piani sequenza».

Concludiamo la rassegna riflettendo su come, pur nella lontananza dalla trasparenza del découpage classico, e dunque nella predilezione per la fissità di inquadrature che intensificano la durata e inducono alla contemplazione, il montaggio nel film di Vasyanovych sia fondamentale perché trasforma questa struttura narrativa “a blocchi” di plan in un flusso spazio-temporale di puro cinema. E infatti Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera fa notare «la sorprendente libertà con cui le sequenze si succedono le une con le altre, spiazzando ogni possibile previsione».