Ready Player One un film di

Nel 2045 la vita sul pianeta Terra non sarà affatto un idillio. Schiacciati dal sovrappopolamento e soffocati da un cocktail indigeribile di povertà, inquinamento atmosferico e profonde sperequazioni socioeconomiche, gli esseri umani vivono pigiati come sardine in agglomerati di hangar e roulotte (chiamati appunto «le Cataste») impilati uno sull’altro in baraccopoli che fanno sembrare resort di lusso le favelas dei giorni nostri.

Non deve quindi stupire che tutti abdichino al rapporto col reale rifugiandosi nell’universo virtuale di OASIS, un mondo parallelo nel quale basta indossare un visore e dei guanti aptici per trasformarsi in quel che si vuole (senza alcun limite alla fantasia nell’invenzione dell’avatar col quale ci si presenta in quel teatro immaginifico) per vivere ogni giorni avventure mirabolanti che sono il solo antidoto disponibile contro l’angoscia costante della Vita vera.

A creare questo mondo è stato James Halliday, programmatore sospeso tra il solipsismo del nerd patologico e la creatività genuina del genio (qui con la faccia dell’attore scozzese Mark Rylance, feticcio spielberghiano già ammirato sia ne Il ponte delle spie che nel Grande Gigante Gentile). Prima di morire, Halliday si è congedato dai milioni di utenti della propria creatura lanciando una sfida che è insieme anche un ultimo tocco beffardo per costringere l’umanità intera a dipendere sempre di più dalle fughe nella virtualità del mondo da lui inventato: colui che troverà l’«Easter Egg» nascosto nelle pieghe infinite di

OASIS, ne diverrà il padrone, trasformandosi così in controllore dell’umanità e allo stesso tempo in multimilionario come lo stesso Halliday era.

La caccia si scatena. Non solo perché tutti sono solleticati dalla febbre da videopatia che li affligge come un virus ormai inestirpabile e dal sogno di poter diventare ricchi, ma anche perché il rischio che a controllare l’universo virtuale in cui la gente ormai di fatto vive siano i sinistri figuri della IOI, la classica multinazionale di villain da film di spionaggio che ha mezzi potentissimi e un numero infinito di scherani pronti a immolarsi per liberarsi dalla condizione di schiavitù in cui sono ridotti per i debiti accumulati giocando all’interno di OASIS.

A trionfare a sorpresa sarà l’eroe della storia, il diciassettenne Wade Watt (interpretato da Tye Sheridan, l’ex ragazzino di Mud visto poi anche in X-Men: Apocalypse e con un’involontaria ma impressionante somiglianza somatica con Steven Spielberg alla stessa età), aiutato nell’impresa da quattro coraggiosi compagni di ventura che da avatar virtuali si trasformano col passare dei minuti in veri alleati in carne e ossa capaci di sconfiggere le forze del Male e il resto della concorrenza col ricorso alle proprie risorse di umani in carne e ossa più che agli artifici della realtà aumentata dalla tecnologia. 

Spielberg è il demiurgo possente che costruisce questa cavalcata stordente che in due ore e venti di fantasmagorie virtuali passa in rassegna tutto l’immaginario di trent’anni di creatività ludica

Come l’Halliday del film, Spielberg è il demiurgo possente che costruisce questa cavalcata stordente che in due ore e venti di fantasmagorie virtuali passa in rassegna tutto l’immaginario di trent’anni di creatività ludica (con particolare attenzione al pop sgargiante degli anni ’80), ma anche di ogni forma di medium visuale venuto alla luce in quel lasso di tempo. Il tutto in perfetta linea con la poetica e l’estetica di un autore che da quarant’anni non smette di ricordare al proprio pubblico che il cinema è la sola forza capace di far mantenere vivo il Peter Pan eterno che vive nascosto dentro le pieghe della nostra maturità presunta.

Partendo dal romanzo di culto di Ernst Cline Ready Player One (Cline qui anche co-autore della sceneggiatura), Spielberg chiama lo spettatore a contorcersi in una capriola cerebrale ancora più azzardata di quanto già non accada nel libro: non pago di travolgere chi guarda in un continuo rimbalzo di situazioni dalla scintillante ma fasulla illusione della virtualità di OASIS al teatro grigiore della vita quotidiana nelle catapecchie delle «Cataste», Spielberg lo trascina in un vortice folle di citazioni che diventa una specie di bignami virtuale non solo di tutto quel che è stato la cultura degli anni ’80, ma anche della cinefilia onnivora che da sempre alimenta l’ispirazione del suo autore.

Ed è così che dalla televisione (con ammiccamenti a serie «basse» quali McGyver e TJ Hooker ma anche a passaggi a momenti «alti» quali gli sberleffi dei Monty Python) si passa all’universo dei manga e dei videogame (coi giochi Atari in stile Tetris e reperti della memoria del calibro di Gundam, Pac-Man e Mechagodzilla) sotto una raffica di citazioni di film di ogni epoca a loro volta innaffiate da brani musicali che hanno caratterizzato l’immaginario acustico della generazione in cui nerd e yuppie rappresentavano le due facce della stessa rutilante medaglia. 

Se i Duran Duran di Hungry like the wolf vanno a braccetto col Billy Idol di Dancing with Myself, lo stesso si può dire di Sweet Dreams degli Eyrtmics e di Everybody wants to rule the world dei Tears for Fears, mentre ovviamente non potevano mancare icone pop di quell’era quali George Michael (Faith), Bruce Springsteen (Stand on it), gli Alan Parsons Project (Mammagamma), i Van Halen (Dance with the night away) e addirittura l’ex porno star Blondie qui impegnata in una versione di One way or another. Ma la ciliegina cult nel cult di questo trip musicale è innegabilmente Stayin’ alive dei Bee Gees, suonata in una discoteca fluttuante di OASIS dove si balla con gli zombie ma si può anche fare il verso a Tony Manero su piste sospese nell’etere del nulla virtuale.

Questo frullato di riferimenti dotti (che corrobora la convinzione tipica di Spielberg di un cinema che è prima di tutto gioco e puro intrattenimento senza eccessive complicazioni intellettuali) ha però il suo vero trionfo nelle decine di citazioni di film disseminate praticamente in ogni scena, senza che ci si stanchi mai di rincorrere un’allusione e quasi non si abbia il tempo di interrogarsi su un titolo prima del subentrarne repentino di un altro.

In un crescendo pirotecnico in cui il vero gioco degli «Easter egg» per il pubblico è la caccia al titolo, si alternano lo Zemeckis della trilogia di Ritorno al futuro (qui richiamata ovunque a partire dalla DeLorean guidata dal giovane protagonista per arrivare al cubo di Rubik convertito in «Cubo di Zemeckis») al cinema dei mostri con King Kong e l’autocitazione di Jurassic Park, passando per quello dei più piccoli (Il gigante di ferro e anche Akira) per giungere col fiato corto fino al momento più alto della cavalcata.

Ovvero qualcosa di più che una mera citazione, visto che il gruppo dei buoni del film a un certo punto finisce materialmente «dentro» un titolo di culto quale Shining di Kubrick e interagisce direttamente coi personaggi di quel capolavoro inarrivabile. Là dove Spielberg sembra voler ricordare a tutti che il cinema è sì magia immaginifica nata per farci sognare, ma anche arte allo stato puro capace di toccare vertici inarrivabili.

Ready Player One (che era il mantra con cui si aprivano molti videogame nella preistoria di quel mondo) è un inno nostalgico a un passato non ancora divenuto remoto nella memoria di chi l’ha vissuto e di chi l’ha soltanto immaginato e insieme uno sguardo vagamente preoccupato su un futuro che incombe minaccioso dietro l’angolo e che rischia di fagocitarci tutti.

Cullandoci in questa dicotomia tra angosce reali e paure del domani, un autore che coi ritorni al futuro ha già dimostrato di avere molta dimestichezza (basti ricordare A.I. Intelligenza artificiale, Minority Report e La guerra dei mondi) sembra volerci ammonire sui rischi che corriamo nell’abbracciare con eccessivo entusiasmo i ritrovati della tecnologia, illudendoci di poter trovare altrove una qualche forma di consolazione virtuale alla precarietà più che tangibile del vivere qui.