Re della terra selvaggia un film di

Piccola, grande opera filmica che emoziona come poche con uno sviluppo narrativo semplice e funzionale basato su di una storia di grande umanità che ci aiuta a conoscere una parte della società statunitense dimenticata da tutti. L’emozione che si ha mentre si guarda cosa accade sullo schermo è totale. Non siamo di fronte solo a un film ma a un’esperienza vissuta in maniera completa come se fossimo presenti all’interno della vicenda e non seduti in platea, è un mix di gioia e dolore, di coraggio e incoscienza, di colori cupi e di musica folk, della poesia dei sentimenti e della prosa della vita vissuta.

L’ambientazione è all’interno delle inospitali paludi della Louisiana dove convivono personaggi di confine che hanno storie di emarginazione che li accomuna nella loro pur differente identità. Tutti si rispettano, è una comunità in cui ognuno è degno di vivere e di essere rispettato indipendentemente da quello che è il suo vissuto.

Si impara a vivere spostandosi con rudimentali barche da una parte all’altra, a considerare anche i caimani come elementi che devono essere rispettati, a considerare ricchezza gli animali da cortile che hanno gli stessi diritti degli uomini perché poi li alimentano. Vi è la scuola tenuta da improbabile insegnante che insegna più come sopravvivere che come scrivere od esprimersi in un buon inglese.

Siamo nel Bathtub (La Grande Vasca), zona paludosa prigioniera di se stessa che è separata dalla vita ‘civile’ da una diga che simboleggia anche il passaggio dalla vita vera a quella di uomini inscatolati in loculi di cemento chiamati appartamenti. Per chi ha tradito il loro mondo ed è andato di là c’è disprezzo, a tratti pietà. Chiunque viva in questa comunità di bianchi, creoli, neri ha il rispetto assoluto e la sicurezza che nessuno farà mai troppe domande su chi erano prima di giungere lì.

Wink è un uomo sui quarant’anni, alto, forte e invincibile fino a quando non scopre di essere destinato a sicura e imminente morte a causa di una malattia del sangue. Vive con la figlia di sei anni a cui cerca di insegnare tutto della vita, di quella natura da amare nonostante spesso porti a loro distruzione e morte a causa degli uragani e delle terribili inondazioni. Gli abitanti guardano con timore ma rassegnazione il graduale decadimento del fragile ecosistema che potrà portare alla distruzione del loro mondo, i ragazzini osservano con occhi felici quello che li attornia considerandolo un dono senza pari.

Hushpuppy è la figlia dell’uomo e vive con lui seguendo regole semplici ma dure che la dovrebbero aiutare a sopravvivere anche dopo la morte del genitore. Le manca molto la madre che forse è morta, forse è andata a cercare una vita più facile abbandonandoli.

Dopo un ennesimo uragano, vengono ‘catturati’ dai soccorritori che li costringono ad andare in luogo più sicuro ma lontano culturalmente dal loro mondo fatto solo di natura. Da qui fuggono tutti per ritrovare la libertà, salvo Wink che, sentendosi vicino alla morte, preferisce che la figlia se lo ricordi vigoroso ed invincibile. In questo finale alcune delle scene più belle di tutto il film, con il contatto di queste persone inselvatichite da una vita lontano dalla ‘civiltà’ che hanno modo di imparare a conoscere quelli che loro considerano nemici della propria libertà ma dai quali non si lasciano contaminare.

Hushpuppy, abbandonati i pantaloncini con cui veste quando è se stessa col padre, si ritrova vestita da bimba con gonna, calzini bianchi, scarpe immacolate, il viso pulito ed i capelli raccolti in treccine: il suo volto esprime disagio, timore, rifiuto di un mondo che conosce negativamente solo attraverso le parole dei suoi amici, del padre.

Un’altra scena da ricordare è quando i ragazzini si buttano in acqua per raggiungere la libertà, per tornare in quel ventre naturale in cui si sentono sicuri e in cui l’acqua è il materno liquido amniotico. Vengono caricati da fatiscente imbarcazione che li porta in una delle tante squallide case di piacere di cui il Louisiana è ricco. Una cameriera prende in braccio la bimba che in quel momento, solo in quel momento, sente di non essere adulta, di amare un abbraccio negatogli dalla madre fuggitiva e che il padre non era in grado di donarle. E lo ammette, con un pudore violato solo per un attimo.

Il finale è “magico”, con gli Aurochs, animali preistorici da cui si pensa siano derivati il bestiame dei giorni nostri, che escono dalla terra per riconquistare questo mondo che la stupidità dell’uomo rischia di distruggere per sempre. È una fiaba in cui il dramma convive con la serenità, in cui si racconta come in pochi l’iniziazione alla vita con la trasformazione forzosa da bimba ad adulta, in cui il cinema dimostra la sua forza privandosi di artifizi visivi per donare autentica emozione.

Il trentenne della Louisiana Benh Zeitlin, volto da ragazzino e determinazione da uomo d’esperienza, proviene dal mondo dei corti e, per realizzare questa opera prima che interessava anche ad una major, ha preferito la libertà datagli da un budget ridicolo rinunciando ad una produzione milionaria in cui sarebbero stati troppi i limiti alla sua creatività, al suo desiderio di raccontare la sua terra senza censure.

Ha curato con amore ogni particolare tanto da avere addestrato dei maialini vietnaminiti fino dalla nascita per poi trasformarli in Aurochs, ha voluto raccontare la natura che ama con uno stile quasi documentaristico in cui ogni elemento ha pari valore ed importanza, ha ridotto al minimo l’uso di rudimentali effetti speciali, ha voluto interpreti rigorosamente non professionisti per non perdere la freschezza e la credibilità data a tutti i personaggi con immediatezza senza imporre a loro il modo di renderli più credibili.

Alcune parti della sceneggiatura sono state adattate seguendo i consigli e le esigenze della grintosissima e volitiva giovane protagonista che ha proposto, all’interno del gioco in cui si era così bene inserita, situazioni per rendere più vero il suo personaggio (l’idea del filo che, tirato, è il segnale del padre che la vuole a casa, è sua).

Quvenzhané Wallis è figlia di un’insegnante e di un camionista, non vive nella zona dove è ambientato il film ma in una casetta di legno in tranquilla zona di campagna, è stata scelta dopo un casting che ha coinvolto circa 4000 bimbe dai sei anni in su: per partecipare alla selezione la madre ha mentito sulla vera età della figlia, a quei tempi cinque anni.

Grazie alla sua interpretazione ha vinto molteplici premi, ora ha la nomination all’Oscar come attrice protagonista (la più giovane candidata della storia del premio) e reciterà nel prossimo film di Steve McQueen’s 12 Years a Slave al fianco di Michael Fassbender, Brad Pitt e Benedict Cumberbatch. La speranza è che non si trasformi in una delle tante bimbe prodigio che nel cinema hanno fatto sognare e nella vita ‘vera’ sono state bruciate e ridotte a persone con problemi esistenziali.

Il film è basato sull’atto unico Beasts of the Southern Wild scritto da Lucy Alibar. La storia ispirata alla sua vita col padre, gravemente malato e poverissimo, che lei amava e considerava il suo re. Molte battute e situazioni sono prese di peso dalla sua vita vera. Quando ha saputo che il Sundance Institute’s Screenwriting Lab aveva selezionato la commedia e che a dirigerla sarebbe stato il suo amico d’infanzia Benh Zeitlin (si conoscono dall’età di dodici anni), ha finalmente pensato di avere qualche chance come scrittrice: fino ad allora lo considerava un piacere come lo yoga, ma la sua vita era fatta di piccoli lavoretti come vendere T-Shirt ai concerti, fare la baby sitter…

TRAMA

Bimba vive col padre gravemente malato in zona paludosa del Louisiana. L’uomo, abbandonato dalla moglie, cerca di essere anche madre per la figlia che ben presto dovrà cavarsela da sola. Intanto un ulteriore uragano mette a dura prova tutta la comunità di emarginati che li vivono ed accelera l’evolversi degli eventi.