Rachel

“E’ lei?”, “Non è lei.”, “E se non è lei chi può essere stato?”: gli interrogativi sono i classici di un giallo, ma questo Rachel, riduzione cinematografica di “Mia cugina Rachele” di Daphne Du Maurier, diretta da Roger Michell, mette tra le pagine del libro anche motivi contemporanei legati all’evoluzione della figura femminile. Insomma un intrigo in costume di primo Ottocento con umori psicologici ma anche con brividi freudiani.

Non sorprende dunque, vista l’abilità caleidoscopica del libro, che Mia cugina Rachele, il primo adattamento del romanzo, firmato da Henry Kostner, sia posteriore di solo un anno (1952) all’uscita in libreria e ne abbia riproposto il fascino grazie ai due interpreti: la superba Olivia De Havilland e il giovane Richard Burton (Golden Globe per il migliore esordio maschile). Storia baciata dalla fortuna, questa di Rachele, perché un anno dopo diventa un radiodramma con la stessa De Havilland e alla fine del decennio un teleromanzo diretto sempre da Kostner.

Antologizzata tradizionalmente tra gli esponenti della “romantic novel” novecentesca, la Du Maurier, scrittrice   spesso adattata sullo schermo (“suoi” gli hitchcockiani Taverna della Giamaica, Rebecca e Gli uccelli),
in realtà ha dimostrato con le sue opere di appartenere più coerentemente alla fertile tradizione britannica del romanzo gotico. Scrive storie in cui alla ricchezza del plot narrativo si accompagna una finissima indagine psicologica dei personaggi. Come nell’antecedente e più famoso “Rebecca, la prima moglie”, anche in “Mia cugina Rachele” la grande abilità dell’autrice sta nell’aver creato personaggi culturalmente e anagraficamente lontani (almeno per l’epoca) e governati da impulsi differenti eppure simili. Entrambi vogliono qualcosa, ma i mezzi per raggiungere i loro fini sono diametralmente opposti.

la regia gioca d’astuzia tra il detto e non detto

“Donna o strega?”, “Madonna o assassina?”: la regia gioca d’astuzia tra il detto e non detto. Michell, noto fin qui soprattutto per Notting Hill, imbroglia le carte  anche grazie all’ottima prova di Rachel Weisz che appare tardi nel film, dopo aver dato adito a ogni sospetto, illuminata progressivamente dalle candele che va accendendo nella camera da letto del suo primo incontro con Philip. L’interrogativo di fondo sul personaggio femminile, sospettata della misteriosa morte del coniuge, si dirada non appena il giovane conosce Rachel, ma ricompare nella seconda parte del film quando Philip rimane soggiogato dal fascino della cugina, la nomina sua erede, la chiede in sposa e infine teme di venire avvelenato con le stesse tisane che la donna somministrava al marito prima che morisse.

Sorta di “Rebecca” al contrario, e non solo per lo scambio di ruoli nella coppia, questa storia intreccia gli elementi del sospetto, della passione, del tormento psicologico con quelli del lutto e del fantasmatico (il “padre” Ambrose, la madre persa troppo presto, reificata nell’eredità dei suoi gioielli), e con il romanzo di formazione. E non basta: la storia di un uomo che cerca di possedere una donna e di una donna determinata a rimanere libera fa di Rachel un film femminista. La cugina vedova che il regista non giudica mai interamente innocente né colpevole della morte del marito, è misteriosa come la Gioconda e contemporanea come un’immagine di Instagram. Sembra un personaggio post-freudiano, creato a metà del XX secolo, ma collocato oltre un secolo prima in un mondo patriarcale avido di denaro a cui la donna si rifiuta di appartenere.

Ed è questa polemica che rende attuale il soggetto. Rachel Weisz, la protagonista, spiazza  lo spettatore ad ogni angolo, oscillando tra quieta innocenza e spudorata astuzia in mezzo a una tempesta di lettere segrete, testamenti non firmati, preziose collane restituite il giorno dopo, testamenti non firmati e una presenza scenica ridotta al minimo. La fotografia di Mike Eley scopre più di una volta lo sguardo di cerbiatta di Rachel, ma più spesso deve limitarsi a vederla dietro il diaframma della veletta di un cappello. I costumi disegnati da Dinah Collin compongono un guardaroba modesto di abiti neri da lutto ma conferiscono alla protagonista un aspetto forte e misterioso.

Più debole e incompiuto il protagonista maschile. Philip è un immaturo Sam Claflin, troppo contemporaneo per presenza scenica e verità drammatica, mal rasato come il testimonial di un profumo maschile, banale nei suoi eccessi. Attorno a lui si scava un incompiuto romanzo di formazione. Il giovane, alla morte del cugino tutore e entrando in possesso dell’eredità paterna, si ritrova improvvisamente uomo e si ubriaca di vita e di fiducia in se stesso. E’tutto istinto e sentimento, vive l’amore con un totale senso di abbandono. In breve è un giovanotto ingenuo e sprovveduto che rimane subito imbrigliato tra i presunti artifizi della cugina.

Le  sue domande non si impongono all’attenzione dello spettatore. Sono prevedibili e banali. Ambrose, il cugino che aveva preso il posto del padre morto, era lucido, nella sua richiesta d’aiuto affidata alle sempre più rare lettere, o la sua mente era offuscata dalla malattia? E, più in generale, Philip scruta la realtà o vede solo quello che vuole vedere? Chi è il buono e chi il cattivo? Il film non lo dice. Si limita a rappresentare il connubio, torbido e avvincente, tra romanzo d’appendice, thriller, amour fou e desiderio con momenti figurativi affidati alle distese verdeggianti della Cornovaglia e agli squarci di una Toscana declassata a quinta esotica.