Questi giorni un film di

Ci sono notevoli momenti di verità, di forza e bellezza in Questi giorni. Il poco ma intenso tempo trascorso con il fratello prete di una delle protagoniste, l’incontro con i ragazzi serbi in un campeggio del Montenegro, le risate in tenda con la lettura di Maupassant, le reazioni di una madre solo apparentemente immatura (l’eccellente Margherita Buy) di fronte a una notizia drammatica che riguarda la figlia. In questi momenti il film si accende di una luce malinconica e vitale insieme, che tocca lo spettatore e lo coinvolge profondamente nelle vicende di quattro ragazze alle prese con i fatti della vita, le incombenze quotidiane e la disillusione.

Dispiace perciò che il film di Giuseppe Piccioni, appena presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, non riesca però a mantenere una sua coerenza complessiva e finisca spesso per disperdersi fra scivoloni nella convenzionalità e una certa intellettualistica rarefazione. Peccato davvero perché Questi giorni è film dalle grandi potenzialità, ha un nucleo forte, un cuore pulsante che viene messo troppo spesso a tacere, messo per così dire nelle condizioni di “implodere”. I difetti principali sono l’imperfetta messa a fuoco dei quattro personaggi femminili e la scarsa empatia che si crea fra questi e il pubblico. Soprattutto le due protagoniste principali, Caterina (Maria Gastini) e Liliana (Maria Roveran) appaiono troppo spesso francamente antipatiche, specialmente la prima, che in preda a gelosie e questioni sulla propria identità sessuale infligge a tutti gli altri personaggi – e a chi guarda il film – un comportamento sempre indisponente. E dietro a questo risultato ci sono certamente le scelte registiche (e prima ancora, di sceneggiatura) più che le capacità interpretative delle attrici. Più credibili e autentiche appaiono le altre due ragazze, l’ingenua e “normale” Anna (Caterina Le Caselle) e Angela (Laura Adriani) finta cinica che soffre per amore e cerca di decifrare il futuro nella luce tremolante delle candele.

Questi giorni è un film diseguale, a tratti ombroso, a tratti solare e comunicativo. In alcune parti sfiora l’effetto “Sex & the City” con le quattro ragazze tanto diverse (la dura, la perfetta, l’ingenua, la misteriosa). In altre può ricordare invece un bel film di Alfonso Cuaron, “Y tu mama tambien”, dove è ugualmente il presente il tema del viaggio insieme a quello della malattia. In ogni caso, l’opera di Giuseppe Piccioni non lascia indifferenti. Ci consegna il rimpianto per ciò che il film avrebbe potuto diventare con una sceneggiatura più solida e alcune scelte registiche meno pretenziose, ma ci lascia anche il ricordo di un’avventura giovanile dolce e amara, di un tentativo non del tutto riuscito ma generoso e vitale di raccontare quattro ragazze di oggi (o di sempre).

Margherita Buy è totalmente a suo agio in un ruolo per lei insolito, una parrucchiera un po’ superficiale che sa tirare fuori grinta e acume senza tante parole quando è il momento giusto. Filippo Timi è bravo (e autoironico nel giocare con la sua autentica balbuzie) nella parte del professore timido innamorato di Liliana. Azzeccato, anche se un poco fuori contesto, il cammeo di Sergio Rubini che interpreta il padre di Angela. Bravi anche gli attori serbi, indovinata e intrigante l’ambientazione fra Gaeta, Montenegro e Belgrado.

TRAMA

Quattro giovani amiche, molto diverse fra loro, partono verso Belgrado, dove una di loro comincerà un lavoro in un albergo. Ognuna porta con sé segreti anche dolorosi, inquietudini, speranze, interrogativi sul proprio futuro. Durante il viaggio molto verrà a galla, fra incontri amorosi, risate, contrasti, lacrime e prese di coscienza. E niente sarà più come prima.