Quello che non so di lei un film di

Dopo Carnage e Venere in pelliccia, con questa sua quinta collaborazione con la moglie Emmanuelle Segnier lo splendido ottantaquattrenne Roman Polanski torna a riproporre alcuni dei temi divenuti ormai topoi narrativi costanti in quasi mezzo secolo di carriera caratterizzata da grande cinema ma anche da scandali di varia natura che ne hanno trascinato il nome in àmbiti tristemente extra artistici (oltre ad averlo imposto come uno degli autori di riferimento del secolo scorso e di questi primi anni del terzo millennio).

Tratto dal bestseller omonimo D’après de une histoire vraie della francese Delphine de Vigan uscito nel 2015, Quello che non so di lei — goffo titolo imposto dalla distribuzione italiana per creare quello che voleva essere un arguto gioco di parole sul nome della coprotagonista della vicenda —, è un thriller psicologico molto di maniera che da una parte potrebbe costituire con i già menzionati Carnage e Venere in pelliccia una sorta di «trilogia della sopraffazione», mentre dall’altra un bignami forse non intenzionale di molte delle ossessioni che da sempre animano l’ispirazione di Polanski sceneggiatore.

E cioè la tipica dinamica che si instaura tra soggetti dominanti e vittime sacrificali destinate a subire la volontà di potenza di chi le sottomette sfruttando l’arte sottile della manipolazione emotiva, ma anche il rapporto ambiguo tra apparenza e realtà che nella dicotomia tra lucidità e paranoia trascina molti dei suoi personaggi a stati di allucinazione progressiva destinati a scollarli dal mondo reale per trascinarli o nei territori inesplorati della follia o in quelli dell’alterazione delle percezioni intellettive.

Un tema questo che, autentico leitmotiv di tantissima letteratura e di un’inflazionata serie di prodotti cinematografici resi piattamente simili dall’insistenza su uno stereotipo troppo liso per garantire slanci di originalità, viene qui riproposto nella sua classica dicotomia del doppio: la stressata scrittrice protagonista della vicenda che viene avvicinata da una fan (ghost writer in proprio) capace di conquistarla a poco a poco con le proprie premurose attenzioni in un momento di grande fragilità emotiva seguito al successo del suo ultimo romanzo autobiografico, trasformandosi prima in una sorta di carceriera sadica che le succhia letteralmente la vita (fino quasi a togliergliela con un avvelenamento da tallio) per poi sostituirsi in toto a lei come autrice di un nuovo bestseller spacciato come opera della donna che Lei (questo il nomen-omen della fan psicopatica) avrebbe voluto scrivere ma che non era in grado di produrre perché in crisi di ispirazione.

Il peso che nel film hanno i temi della prevaricazione tra anime inquiete che si confrontano nel tentativo spesso riuscito di confermare i propri ruoli naturali di vittime-carnefici e del doppio declinato in molte delle sue possibili varianti non è figlio però soltanto dell’ossessione di Polanski. E lo si capisce leggendo nei crediti di testa che la sceneggiatura è stata scritta a quattro mani con Olivier Assayas, i cui Sils Maria e Personal Shopper non a caso ripropongono i due temi a livello di martellante ossessione e che qui si fanno sentire come uno dei tanti fantasmi che popolano le suggestioni narrative del film.

Non è quindi esagerato affermare che Quello che non so di lei più che un semplice film possa essere a buon diritto considerato una sorta di mini-enciclopedia polanskiana che dai primordi di Repulsion e Cul-de-sac arriva fino ai due ultimi titoli della sua produzione passando attraverso Rosemary’s Baby, Luna di fiele e La nona porta. E se questo non bastasse, torna qui prepotente anche un altro tema caro al regista polacco. E cioè quello della creazione artistica e delle infinite conseguenze collaterali che questo atto di demiurgia intellettuale rischia di comportare.

Non a caso la co-protagonista della vicenda (interpretata da una algida e inespressiva Eva Green, l’attrice franco-algerina tornata a lavorare in Francia dopo 15 anni di successi oltreoceano) fa lo stesso lavoro di Ewan McGregor ne L’uomo ombra. Con però la non irrilevante differenza che qui la donna non si limita a scrivere per altri sotto falso nome, ma architetta un complesso piano di sottomissione-sottrazione col quale si vuole appropriare dell’identità della scrittrice che adora rimpiazzandola in tutto. Vita compresa.

Scrittrice che ha il volto e il corpo di una Emmanuelle Segnier (qui diretta per la quinta volta dal marito dopo Frantic, Luna di fiele, La nona porta e Venere in pelliccia) invecchiata e imbruttita ad arte per rendere credibile il suo personaggio di autrice in crisi di ispirazione dopo che il suo ultimo libro autobiografico è diventato un enorme successo causandole però non pochi guai, tra cui una serie di fastidiose lettere anonime che un fantomatico parente le invia accusandola di aver fatto soldi mettendo in piazza i panni sporchi di famiglia.

Non deve quindi stupire se guardando Quello che non so di lei — tra le tante sollecitazioni citazionistiche che si inseguono per i 100 minuti di pellicola — vengano in mente certe atmosfere di sadica claustrofobia di un classico del genere quale Misery non deve morire e analoghe vicende di appropriazione indebita d’autore come quella raccontata per esempio in The Words del 2012, ma anche frequenti strizzate d’occhi a impegnativi titoli di culto quali Eva contro Eva o Che fine ha fatto Baby Jane?

Schiacciato da una quantità eccessiva di riferimenti autoreferenziali e dall’ansia di voler riproporre tematiche troppo lise per poter essere declinate in nuove versioni, questo thriller psicologico mostra ben presto la corda (a conferma forse che anche i grandi maestri invecchiano ed è lecito attendersi fiacche riproposizioni di quanto già scritto e diretto in anni di maggiore lucidità creativa): la vicenda non riesce a scrollarsi di dosso l’idea di poggiare su personaggi bidimensionali troppo stereotipati per assurgere agli archetipi che vorrebbero essere, mentre tutto il percorso che dall’ammirazione iniziale di una fan per la sua autrice prediletta porta alla sopraffazione sadica e al finale di vera e propria sottrazione di identità poggia su snodi narrativi troppo telefonati per riuscire a dare le scosse che il genere di appartenenza presupporrebbe.