58° Pesaro Film Festival: i film del concorso – prima parte

STAGING DEATH
di Jan Soldat
Durata: 8′
Anno: 2022
Produzione: Austria


Pena la disumanizzazione del rapporto con lo spettatore o il rischio di accademismo, si può pensare che ci sia almeno una categoria di film che necessitano l’ironia. Sono quei film che rappresentano gli aspetti più ripetitivi del cinema, astratti o macchinici che siano. Film che evidenziano, attraverso la giustapposizione di inquadrature o scene provenienti da opere audiovisive diverse, operata dal montaggio, quanto sia frequente nella pratica quotidiana del set la riproposizione di (situ)azioni, cliché e dialoghi simili. «Come un istante déjà vu», cantava qualcuno. È questa la materia prima più onirica, ricorrente fino a rischiare il luogo comune, messa in forma dal linguaggio cinematografico. E l’ironia infatti non manca in Staging Death di Jan Soldat, fa capolino tra un momento e l’altro, o sembra irrigare sotterraneamente la struttura del film stesso. Se l’unico modo per esorcizzare la morte fosse la compulsione della sua messa in scena? Una reiterazione che sconfina nel nonsense. Non sappiamo se Udo Kier sia l’attore che è morto più volte sul grande schermo, e poco importa, i numeri per vincere la gara ce li ha. Ma di sicuro diverte il suo compiacimento mentre lo si vede schiattare in tutte le guise, con lo sguardo spiritato che accompagna l’ultimo respiro, il sangue che schizza da tutte le parti, le poche linee di dialogo estrapolate dal contesto.

A WEAVE OF LIGHT
di Bram Ruiter
Durata: 10′
Anno: 2021
Produzione: Paesi Bassi


Un aspetto emerge guardando alcuni dei corti di Bram Ruiter, compreso questo A Weave of Light: non è che non gli interessino gli esseri umani, ma preferisce che nel suo cinema la loro presenza sia “mediata”, trasfigurata, tangenziale. Non sorprende: è un cinema dell’astrazione, del dispositivo. Ma è anche un cinema che passa con nonchalance dalla sottocultura dei machinima realizzati con il motore grafico di Grand Theft Auto (i corti Perpetual Spawning e Endless Sea, visibili sul profilo Vimeo di Ruiter) alle suggestioni personali, quasi mute, generate dalle immagini filmate durante un lungo viaggio, prevalentemente effettuato in treno. Fino a A Weave of Light, in cui Ruiter scopre il Super 8. Come lo utilizza? In modo bizzarro: per chiedere a sei conoscenti, vari per età e sesso, di immaginare il contenuto di una misteriosa cartuccia di pellicola Kodak, non sviluppata, recuperata dal regista presso il negozio di oggetti usati dei nonni e rimasta sulla sua scrivania per anni. Coerentemente con la poetica tutt’altro che tradizionalmente umanista di Ruiter, delle sei persone coinvolte apprendiamo poco e nulla: ne possiamo sentire la voce, ma gli stacchi di montaggio interrompono i loro discorsi troppo precocemente. Le voci, così, si fanno puro suono, un accompagnamento straniante per le immagini del desiderio, o meglio dei desideri, trasformati dalla cinepresa in materia tanto concreta quanto oscura. E nel finale tagli, forme, colori, macchie d’inchiostro, strati di film dipinti fotogramma per fotogramma, grazie all’intervento diretto sul corpo della pellicola, delineano un universo eterogeneo, che si espande «verso l’infinito e oltre».

FESTINA LENTE
di Baya Medhaffar
Durata: 21′
Anno: 2021
Produzione: Francia/Tunisia

Abbiamo conosciuto la tunisina Baya Medhaffar come attrice nel 2015, nel film di Leyla Bouzid Appena apro gli occhi – Canto per la libertà. La ritroviamo adesso, come regista esordiente e montatrice, nel bel corto Festina lente, di sapore godardiano. Medhaffar, infatti, come il grande JLG, crede che dallo scontro tra immagini, suoni, parole possano nascere nuovi significati. Dunque crede ancora nel cinema, anche se ha dichiarato che preferirebbe dedicarsi alla musica, da ora in poi (è anche cantante ed è proprio dal montaggio del suono e della musica che ha iniziato il film). Speriamo invece che continui a fare cinema, il talento lo abbiamo notato. Come pure abbiamo notato, in questo film, riconoscendola con piacere, l’applicazione al cinema della pratica situazionista del détournement, della decontestualizzazione, nell’uso del materiale d’archivio che Medhaffar fa. Un materiale che mescola, per libere associazioni, con la disinvoltura che hanno i nati dopo la caduta del muro di Berlino, cioè i figli della “fine della storia”, repertorio e diario, brani di vecchi film e riprese casalinghe, voce over e didascalie, colore e bianco e nero, auto e treni, cani e pecore, bambini, giovani e vecchi. Mettendo tutto su uno stesso piano, come in una democrazia dell’immagine, dove l’occhio si perde, in cerca di una direzione, ma ritrova sempre la strada, perché il personale è politico.

LA NAVE
di Carlos Maria Romero
Durata: 52′
Anno: 2021
Produzione: Colombia

La nave è un film pirata. Sembra “rubare” le sue immagini, senza rinunciare a cercare il bello. Girato clandestinamente nella metropoli colombiana di Barranquilla, durante il Carnevale, il film ha trasgredito le regole di distanziamento e isolamento imposte a causa del Covid. Che lo sguardo di Carlos Maria Romero, dalla formazione e dall’attitudine multidisciplinare, esordiente nel lungometraggio proprio con questo film dedicato alla sua città natale, alterni una forma di fascinazione per i personaggi rappresentati a una certa intimità, una vicinanza confidenziale con questo mondo, è evidente. In questo equilibrio delicato sta uno dei meriti del film, che inizia con lunghe riprese in camera-car per le strade della città. Capiamo subito che la strada sarà protagonista, com’è giusto che sia per un film dedicato al carnevale. Non si tratta, però, di un documentario classico, didascalico, ma di un film in cui la componente antropologica si fonde con un’estetica raffinata. L’immersione nell’universo di Barranquilla è graduale. Il contrasto fra antichità e modernità è solo apparentemente fortissimo, ma in realtà nel film tempo presente e tempo passato si susseguono senza soluzione di continuità. Da un lato, ci sono performer “indigenas” che suonano strumenti tradizionali come il flauto di canne di miglio e il tamburo, nei boschi. Dall’altro, nello spazio di libertà del Carnevale, la mentalità repressiva colombiana lascia il posto, seppur momentaneamente, all’espressione di identità, non soltanto sessuali, che fanno della diversità rispetto alla norma la loro bandiera. C’è Sheyla, la regina del quartiere Rebolo, che sfila con la fascia e la corona, raccontando la difficoltà di trovare un lavoro normale per le persone transgender. C’è Elvira Lavey Dracul, conosciuta anche come Hellvira, che fa del nudo il nucleo delle proprie esibizioni da performance artist, generando scandalo tra i benpensanti. Ruvén Suárez Urariyú, “la Diavolessa”, che spiega come i giorni del Carnevale siano gli unici immuni dall’omofobia in tutto l’anno solare. E poi Ramón Cardona Reyes, fondatore e proprietario del club KZ Son Palenque, aperto a tutti, dove l’ascolto della musica africana diventa uno schiaffo al razzismo. La stessa musica al centro di un programma condotto dallo stesso Ramón in una radio chiusa dai militari. Il rapporto tra la cultura africana e i Caraibi colombiani si manifesta anche a livello linguistico, con l’utilizzo di parole come “champeta”, a indicare un genere di musica e di danza che ha spopolato in Colombia negli ultimi decenni. Nel piano sequenza finale, ritroviamo, come in una danza di spettri, tutti i protagonisti del film esibirsi insieme. Quando la cinepresa si capovolge, li vediamo a testa in giù: mai rappresentazione del rovesciamento carnascialesco della realtà fu più esplicita.

LES IMAGES QUI VONT SUIVRE N’ONT JAMAIS EXISTÉ
di Noé Grenier
Durata: 7′
Anno: 2022
Produzione: Francia

Il 20 maggio 1996, nel Can-View Drive-In di Fonthill, il più grande dell’Ontario, una proiezione del film Twister fu annullata a causa dell’arrivo di un tornado. Cinema e realtà, ciò che è o dovrebbe essere sullo schermo (il film di Jan de Bont sui tornado) e ciò che invece gli sta davanti o intorno (gli spettatori e il vero tornado), si mescolano nel ricordo di quest’evento singolare, un ricordo che i partecipanti tendono a riscrivere, giungendo perfino a descrivere nei dettagli la proiezione mai avvenuta. Da questo spunto, il francese Noé Grenier ha ricavato un corto che dichiara sin dal titolo, Les images qui vont suivre n’ont jamais existé, il suo intento teorico. Realizzato in 16 mm a partire dal trailer in 35 mm di Twister, il film si sviluppa, fra tripartizione dello schermo, frequente nei lavori di Grenier, e “film nel film” (Shelley Duvall, coltello in mano, nella scena di Shining, cioè il film che in Twister si sta proiettando in un drive-in mentre arriva il tornado), su una dialettica tra idea e materia. L’idea è quella di mostrare al pubblico delle immagini appartenenti al mondo fallace della memoria, mentre la materia è quella della pellicola, che Grenier, nella tradizione del found footage, manipola fisicamente. La differenza con il corto che il regista ha realizzato nel 2018, Flight Memory, dal trailer di Flightplan – Mistero in volo, è che ora Grenier agisce sull’immagine in movimento e non più sul fotogramma fisso. La morale è questa: non c’è bisogno di una proiezione, bastano i falsi ricordi per far sì che la materia filmica “esista”.

LANGUAGE OF BIRDS
di Érik Bullot
Durata: 54′
Anno: 2022
Produzione: Francia


Language of Birds di Érik Bullot (Langue des oiseaux il titolo originale, che tiene conto della definizione di “langue” di Ferdinand de Saussure) è un film affascinante e spiritoso. Dietro la cura dei particolari, tipica del teorico del cinema e del docente qual è Bullot, il regista, tra un fotogramma e l’altro dei quattro appassionanti capitoli (più un epilogo), nasconde una sottile ironia, senza la quale tutto l’impianto favolistico sarebbe meno efficace. Bullot, appassionato di dadaismo e dei poeti dell’onomatopea, cerca la poesia e l’estetica nella lingua degli uccelli, sin dal principio, in cui una voce over di donna – la Florence Delay di Sans soleil – introduce questa storia di “prima”. Ma prima di cosa? Della sesta estinzione degli animali, di un’epoca di distruzione che il film dà per scontato sia già avvenuta, sfiorando così il mockumentary ucronico, dove la realtà delle esibizioni musicali si alterna a finzioni ben mascherate, e quindi è possibile che un ornitologo ungherese sia interpretato da un attore. Il film, allora, sulla base di questa impostazione iniziale del racconto, ricostruisce i tentativi compiuti da un gruppo di prodi per decifrare e comprendere i versi dei volatili. Una sfida persa in partenza, ma che nel mondo parallelo del film di Bullot ha portato i membri del circolo dei traduttori a utilizzare tutta una serie di metodi, quantomeno bizzarri, tra cui spicca la mediazione della musica. Se non fosse che musicisti e cantanti non hanno i mezzi per avvicinarsi alle performance degli uccelli, neanche con i richiami, ogni sistema di trascrizione lascia il tempo che trova, la vasta bibliografia in materia arriva dove può. Poco male: nessuna pretesa di autorevolezza scientifica, né per fortuna di autoritarismo dell’immagine.

G
di Ignazio Fabio Mazzola
Durata: 18′
Anno: 2022
Produzione: Italia

Girato in MiniDv, come per riportare le immagini indietro nel tempo, agli anni Novanta in cui questa tecnologia iniziava a diffondersi, ma anche per un gusto tutto personale del regista Ignazio Fabio Mazzola per le immagini lo-fi e non patinate, G si differenzia da molti dei lavori precedenti dell’autore, che spesso in pochissimi minuti di bruciante bellezza sintetizzavano l’interesse di Mazzola, architetto di formazione, per gli spazi “vivi”, coltivando un’estetica del frammento, del taglio di montaggio. Qui invece allo spettatore si richiede una predisposizione alla contemplazione: il film di Mazzola, che non può fare a meno dello schermo grande e del buio della sala cinematografica, per la necessaria immersività che questo rituale novecentesco ormai desueto comporta, e per la struttura stessa del film. C’è uno spazio naturale, un luogo della memoria, che coincide con il lago di San Giuliano, a Matera, e c’è un tempo, artificiale e asincrono com’è sempre il tempo del cinema, ma disteso e orizzontale come il lago stesso, nel suo movimento appena percepito dall’occhio della camera, nell’arricciatura della trama acquea. Il gesto filmico di Mazzola si situa a metà tra queste due dimensioni, rimandanti entrambe al ricordo di un passato sempre vivo, che scorre verso il presente, così come nella trasmutazione delle luci la superficie del lago rinasce in se stessa, specchio della vita.

FRANCE
di Philip Cartelli e Mariangela Ciccarello
Durata: 6′
Anno: 2022
Produzione: Grecia/Italia/Stati Uniti

Nusquam è il nome del progetto della coppia di filmmaker formata da Philip Cartelli e Mariangela Ciccarello, con l’intenzione di rappresentare gli intrecci tra storia, ideologia e spostamenti migratori, in particolare nei Paesi mediterranei. Ne vengono fuori film che esplorano dinamiche politiche a partire da una linea narrativa predefinita. Invece, il corto in Super 8 France, nei suoi sei minuti di durata, riesce senza una sceneggiatura a disegnare un tragitto audiovisivo intorno alla forma esagonale tradizionalmente attribuita alla Francia. L’idea nasce da un soggiorno in Grecia, dove Cartelli e Ciccarello notano dei rovi esagonali e decidono, quindi, di usare il metodo del cadavre exquis, caro ai surrealisti, per montare le immagini scelte, aggiungendo il suono soltanto in un secondo momento. I due registi, poi, iniziano a cercare i nessi tra geometria e geografia, tra questa forma a sei lati, che sembra escludere, nella sua astrazione di pure linee, le colonie lontane, e il ruolo della Francia come patria del cinema, sin dalla nascita della Settima Arte. I dialoghi dei classici della storia del cinema, non solo francese, che ci vengono fatti ascoltare, dunque, non possono prescindere da I quattrocento colpi, Play Time – Tempo di divertimento, Il bandito delle 11, ma soprattutto da La battaglia di Algeri.