Paterson un film di

Alzi la mano chi sia in grado non solo di localizzare su una mappa la cittadina americana di Paterson senza ricorrere a Google Maps, ma soprattutto di elencare una serie di valide ragioni storiche e culturali per cui questo centro meriti di essere citato o addirittura (come nel caso presente) di diventare il titolo di un film interamente ambientato all’interno del proprio abitato.

Chiamata così sulla scorta del cognome del governatore del New Jersey che a fine ‘700 fu tra i firmatari della Costituzione degli Stati Uniti e situata a meno di quaranta minuti di macchina da Manhattan, Paterson vanta un illustre passato industriale oggi ormai pura memoria storica all’interno del quale si colloca un’importante parentesi nel campo della produzione della seta (al punto da essere stata nota anche come «silk city»).

Ma le ragioni per cui questo centro sono spesso ricordate vanno ricondotte alle personalità che vi sono nate o che vi hanno soggiornato in determinate fasi delle proprie esistenze. Primo fra tutti il poeta William Carlos Williams che a Paterson esercitò la professione di pediatra (avendo tra i suoi piccoli pazienti anche il futuro guru della beat generation Allen Ginsberg) ma che alla città dedicò l’omonimo poema epico incentrato sull’esaltazione dell’ordinaria quotidianità elevata a celebrazione poetica.

Ma a Paterson vissero o passarono anche Samuel Colt (che dal 1835 vi iniziò a fabbricare le note pistole), il pugile di colore Rubin Carter, meglio conosciuto come Hurricane e celebrato da Bob Dylan in una sua struggente ballata, l’attore comico Lou Costello (il Pinotto che faceva coppia con Gianni ma che per gli americani costituiva il duo formato da Abbot & Costello), e addirittura il cantante rock Iggy Pop.

Per gli italiani questo piccolo centro nel New Jersey è invece famoso per il fatto che a fine ‘800 vi si stabilì l’anarchico Gaetano Bresci, il quale emigrò dal nostro paese negli USA insieme a milioni di connazionali e si andò a unire alla popolosa colonia di immigrati impiegati nell’industria locale che agli inizi del XX secolo superava quasi le ventimila unità. Fu da Paterson che Bresci partì a fine primavera dell’anno 1900 deciso a uccidere il re d’Italia Umberto I (progetto poi portato a termine con successo) come vendetta per le ottanta vittime lasciate nelle strade di Milano dal generale Bava Beccaris nella feroce repressione dei tumulti di piazza scoppiati per protesta contro l’aumento del prezzo del pane.

A scegliere Paterson per ambientarci un film decisamente controcorrente è stato Jim Jarmusch, uno degli autori più innovativi e a tratti rivoluzionari del cinema USA degli ultimi trent’anni e qui deciso a spiazzare i moltissimi cinefili che ne adorano la filmografia con un lungometraggio diversissimo da ogni suo lavoro del passato, pur conservando talune costanti tematiche nonché ossessioni tipiche rintracciabili in ogni pellicola da lui scritta e diretta.

Al centro di Paterson c’è un trentenne il cui cognome è identico al nome della città in cui è nato e vissuto. Metodica e ripetitiva fino all’ossessione, la vita di Paterson è fatta di piccoli rituali che si ripetono identici ogni singolo giorno: il risveglio tutto carezze e tenerezza accanto alla bella moglie Laura (donna bellissima ma un po’ picchiatella che passa il tempo dividendosi tra creatività ai fornelli e design d’ambienti faidate), la breve passeggiata verso la rimessa degli autobus, la giornata alla guida del suo mezzo per le strade della cittadina durante la quale carpisce frammenti di conversazione tra i passeggeri, la cenetta romantica in casa a fine turno, la passeggiata serale col cane Marvin e infine la fermata obbligata sempre nello stesso bar a bere la stessa birra circondato dalla varia umanità che popola il quartiere.

Un rituale maniacale cui fa da contraltare inatteso un aspetto del tutto creativo e solo in apparente contrasto con una vita tanto organizzata a tavolino: negli intervalli di tempo che il lavoro gli concede e mentre aspetta che la moglie gli prepari la cena (tanto perigliosamente creativa quanto lo sono i suoi slanci estrosi nella sfera del design di interni), Paterson compone a mano su un taccuino versi di spiazzante semplicità che — come nel caso dell’universo lirico del da lui venerato William Carlos Williams — elevano a sublime celebrazione la materialità più triviale del quotidiano.

Se letto in maniera superficiale, quest’ultimo lavoro dell’autore di Stranger than Paradise, Daunbailò e Broken flowers potrebbe forse sembrare un’involuzione nella poetica di un cineasta complesso. O, se non altro, un ugualmente inatteso e incongruo inno minimalista a ritrovare nella ripetitività routinaria del nostro quotidiano quella poesia segreta che la reiterazione di gesti e abitudini seppellisce sotto spessi strati di noia.

Come spesso accade nel cinema di Jim Jarmusch, le cose però non stanno affatto così perché la superficie delle cose è solo una pellicola ingannevole che nasconde realtà immensamente più complesse che lo spettatore è chiamato a scoprire immergendosi nel tessuto profondo della sceneggiatura in una specie di gioco di matriosche da aprire per capire cosa nascondano al proprio interno.

E per spingere il pubblico a lasciarsi trascinare in questo percorso di scoperta progressiva di livelli sovrapposti di lettura del testo Jarmusch dissemina il suo script di indizi da cogliere al volo per imboccare la strada giusta verso la lettura più autentica del senso riposto che sta dietro la facciata spoglia di una vicenda di ordinaria quotidianità in cui non accade mai nulla di clamoroso.

La vita di Paterson (ma di tutti i Paterson che sono in ciascuno di noi) viene raccontata nel suo svolgersi ordinato e composto nell’arco di una settimana, con didascalie che indicano il succedersi dei giorni da un lunedì mattina alla mattina del lunedì successivo. Ma l’imprevisto è sempre in agguato, pronto a scompaginare lo spartito dimostrando che il Caso è padrone degli eventi e che non c’è razionalità al mondo capace di opporsi all’azione improvvisa della Sorte.

Gli indizi sono molti: dalla cassetta delle lettere che ogni sera Paterson trova puntualmente spostata (e lo spettatore capirà chi sia il responsabile di questo scarto) rimettendola a posto con pazienza, al guasto del suo autobus che un giorno sconvolge la routine di sempre; dalle sorprese che la moglie Laura — interpretata dalla bellissima attrice iraniana Golshifteh Farahani già ammirata in About Ely di Asghar Farhadi e Pollo alle prugne di Marjane Satrapi — gli prepara al rientro a casa fino al quaderno segreto con tutte le sue liriche (che in realtà sono opera del poeta Ron Paggot e che lo spettatore vede scorrere in sovrimpressione sullo schermo) fatto a pezzi in una scena chiave nel pre-finale del film, senza che il suo autore le possa recuperare non avendone mai fatta una copia.

La Vita e le sue svolte imprevedibili sono la quintessenza di quella componente irrazionale che lo stesso Jarmusch definisce a buon diritto «punk», rivendicandone così la forza e la presenza stessa come una cifra d’autore mai passata in secondo piano in quasi quarant’anni di carriera e sempre presente nel suo cinema (non solo come mero espediente per trovate teatrali, ma più che altro motore immobile che impedisce all’uomo di essere padrone della propria esistenza).

Una cifra questa confermata dalla presenza ossessionante di coppie di gemelli di cui Paterson pullula dall’inizio alla fine: se la mattina del primo lunedì mostrato sullo schermo la moglie Laura si risveglia raccontando di aver sognato di essere a spasso col marito con due bambini gemelli, per tutto il resto del film il protagonista non fa che vedere per strada e sul proprio autobus coppie di persone identiche. La vita è quella che si vede, sembra dire Jarmusch, ma accanto all’immagine che ci appare c’è sempre un universo parallelo, apparentemente identico a quello in cui organizziamo la nostra composta routine ma forse del tutto dissimile pur nella sua strabiliante somiglianza.

Se poi non bastassero i gemelli che pullulano ovunque in città, Jarmusch ribadisce il concetto creando altre coppie minime di simillimi che confermano questo livello di lettura profonda: la moglie Laura è lo specchio della Laura cantata da Petrarca e ricordata da Paterson, che a sua volta nella meravigliosa sequenza di chiusura del film incontra un proprio «doppio» giapponese nel quale si specchia come in qualcosa di identico a sé pur se profondamente diverso. Così come forse non può essere solo un caso che il cognome dell’attore che interpreta Paterson («Driver») ne indichi in inglese la professione di autista.

Presentato a Cannes lo scorso maggio (dove il bulldog inglese che interpreta il cane Marvin di Paterson — in realtà una femmina spacciata per maschio — ha ricevuto la Palmdog per la migliore interpretazione canina sulla Croisette) e sospeso tra atmosfere da innamorati di Peynet e ritratti di desolazione metropolitana alla Edward Hopper conditi dal minimalismo di Raymond Carver, quest’ultimo lavoro di Jim Jarmusch è però anche un grido di educata protesta contro il cinismo galoppante che divora il nostro oggi e insieme la pretesa di voler ridurre i rapporti a frigidi messaggi virtuali affidati ai social media.

Come il regista ha confessato più volte, anche il suo personaggio di Paterson (interpretato da un monumentale Adam Driver, ormai sempre più abile a barcamenarsi tra produzioni mainstream tipo la serie TV Girls o il blockbuster Star Wars. Episodio VII — Il risveglio della forza e cinema d’autore del livello di A proposito di Davies dei fratelli Cohen e Hungry Hearts del nostro Costanzo) non possiede un computer né accetta di volersi piegare alla tirannide del cellulare.

La Vita vera è dentro di noi. E anche se nel suo film si vede un mondo in cui tutto funziona alla perfezione e non ci sono tracce né di conflitti sociali né della crisi economica che invece ha letteralmente messo in ginocchio piccole realtà industriali come quella di Paterson cancellandone la middle class bianca che ne era il vero motore sociale, è da lì che si deve partire se si vuole rifondare un vero umanesimo che ridia dignità e decenza a tutti.

Trama

Il trentenne Paterson lavora come autista di autobus a Paterson nel New Jersey, città di cui condivide il nome. La sua vita è fatta di rituali fissi ai limite del maniacale: il risveglio affettuoso accanto alla bella moglie Laura (casalinga estrosa che passa il tempo dividendosi tra creatività ai fornelli e design d’ambienti faidate), la breve passeggiata verso la rimessa degli autobus, la giornata alla guida del suo mezzo per le strade della cittadina con l’orecchio teso alle conversazioni dei passeggeri, la cenetta in casa a fine turno, la passeggiata serale col cane Marvin e infine la fermata obbligata sempre nello stesso bar a bere la stessa birra circondato da un’umanità variamente bislacca. Il tutto condito da poesie che scrive a mano nei ritagli di tempo. Un quadretto da idillio, su cui grava però minaccioso e inatteso l’imprevisto pronto a scompaginare l’ordine costituito degli eventi.