Parla con lei

Parla con lei (Hable con ella) un film di

Parla con leiPresentato come un evento mediatico (fenomeno peraltro detestabile) Parla con lei è un “almodrama” strutturalmente basato sul principio di simmetria. E’ utile inoltre ricordare che già Marco Ferreri in molte sue opere, annunciava la fine della supremazia dell’uomo nella civiltà contemporanea, descrivendone la decadenza e il venir meno della sua funzione all’interno della coppia. Ben più radicale, la visione di Ferreri è il risultato di un pensiero logico, più che di un’affinità elettiva.

C’è una sequenza in Parla con lei dove in un finto film muto un uomo, ridotto ad un essere minuscolo dopo aver bevuto una pozione misteriosa, cammina attonito su un “gigantesco corpo femminile”, finendo per esplorarne le nascoste cavità. E il tema conseguente del desiderio di regressione protettiva nel corpo-donna materno è pure presente in un racconto di Charles Bukowski di Storie di ordinaria follia e ripreso con drammatica poeticità dallo stesso Ferreri nel film omonimo (1981).

Ormai le provocazioni almodovariane sono entrate in una fase di ripensamento della sua intera poetica aperta, secondo le sue stesse parole, ai grandi temi ontologici dell’uomo: il dolore, ad esempio, o, quello che, per vezzo intellettuale, viene definito oggi elaborazione del lutto. Dunque il dolore per una morte nel trattamento almodovariano diventa un teorema della vita come soggettività, come artificio narrativo la cui funzione è di puro avvicinamento, ossia di riduzione della distanza fisica e psicologica fra l’io e la morte come assoluto relativo.
Se in Tutto su mia madre essa viene raggiunta solo attraverso la logica delle illogiche coincidenze, in Parla con lei invece è concepita mediante il duplice artificio della casualità e dell’eccezione, per cui l’autore dovrà ricorrere perfino al supporto della cronaca, da cui proviene l’episodio della violenza carnale sulla ragazza in coma, ossia l’elemento di rottura della simmetria (il più interessante poiché in grado di attribuire al personaggio di Benigno un autentico spessore tragico che ci riconduce nei territori non totalmente rimossi del realismo). Si tratta di uno scarto di senso rispetto all’opera precedente, dallo sviluppo più coerente, in cui tuttavia anche l’elemento o il dettaglio più crudo (l’AIDS, ad esempio) veniva, per così dire, reso strumentale (dunque annullato) nella rigidità dello schema drammaturgico.

L’apertura e la chiusura di Parla con lei, che avvengono con un spettacolo di Pina Bausch, spiegano non solo la circolarità del racconto, ma chiariscono ulteriormente il principio dell’interdipendenza fra lo spettacolo della realtà e quello della finzione.
Almodóvar costruisce immagine dopo immagine con grande sapienza illustrativa, coniugando primi piani dei personaggi, aperture su paesaggi solenni, dopo essere stato per molto tempo regista eminentemente urbano. Il suo è diventato un cinema fortemente a tesi, laddove al flusso del racconto realistico, con personalissime connotazioni di costume e di critica sociale, egli sostituisce un semplice enunciato cui dà una forma di rappresentazione melodrammatica per cui, un giorno, forse, il suo cinema potrà tranquillamente svolgersi in un solo spazio “teatrale. Per il momento il regista spagnolo riesce a dare ancora un peso al paesaggio e al movimento, stabilendo raccordi visivi che però non si discostano troppo dalla funzione di fondale al movimento dei personaggi. In quanto a quest’ultimo, è evidente lo sforzo di definizione della simmetria narrativa a scapito della caratterizzazione dei personaggi, che appaiono strumentali a trame sempre più fittizie come può dirsi la “costruzione” della storia d’amore tra il giornalista Marco e la torera Lydia, descritta senza particolare convinzione, facendo ricorso, specialmente nei microepisodi, ad una serie di luoghi comuni, ad una comicità involontaria e finanche ad un abuso retorico della colonna musicale.

Al contrario, la storia di Benigno riflette la tipica ossessione almodovariana dell’amour fou nella forma patologica dell’impossessamento (già presente in Legami, sia pure con modalità differenti), ossia l’amore che “parla per entrambi i soggetti una sola lingua”. Almodóvar ne definisce il logos trapiantandolo in una situazione limite. Le parole e le immagini del racconto del film muto visto al cinema, trasmesse alla donna in coma, sono il fulcro di un dialogo mancato, i brandelli di un discorso già udito altrove. In altre parole un fantasma. In realtà il protagonista “parlando con lei” finisce col parlare con la propria immagine riflessa.

Marco prova orrore della morte, rifiutandosi perfino di toccare Lydia; Benigno invece coltiva la morte quasi come una sua creazione. Nel primo avviene la separazione, nel secondo l’unione totale (violenza carnale) come crimine morale e al contempo come rigenerazione. E’ su tale ambiguità che riaffiora la poetica almodovariana della verità delle passioni umane. La violenza compiuta da Benigno estremizza il logos del binomio vita-morte; nell’atto sessuale Almodóvar introduce la condanna morale (il carcere) come legge degli uomini, pur tuttavia accompagnando benevolmente il protagonista verso la propria morte che avviene (come in un perfetto melodramma rovesciato) col suicidio, senza emettere giudizio, appassionandosi ad un personaggio che a buon diritto appartiene ai cosiddetti “maudits” almodovariani, non per vocazione, ma per necessità “sentimentale”.

Note critiche
di Piero Spila

I film di Almodòvar sono sempre un labirinto e un gioco di specchi: lo spettatore, da una parte, insegue e perde le tracce di storie e personaggi che sembrano svilupparsi solo per le combinazioni del caso o a forza di colpi di scena, dall’altra crede di vedere una cosa che, invece, è la sua ombra o la caricatura grottesca. Film allegri e feroci, pieni di vita anche quando parlano di dolore e di morte, dove ci si sorprende e si ride, e all’improvviso ci si ritrova con le lacrime agli occhi.

Parla con lei, ultimo film di Almodòvar, è coerente con questo disegno, lo porta solo alle estreme conseguenze. E’ certamente un film sull’amore, ma anche sulla patologia, la metafisica e il delirio d’amore. In Parla con lei sulla scena c’è l’amore non corrisposto, laterale, fatto di equivoci e anche di mostruosità. Le parole d’amore instancabilmente pronunciate dai protagonisti maschili del film per le loro donne sono il mezzo migliore per entrare in contatto con le persone amate ma anche la via di fuga per allontanarsene e continuare a credere ai miracoli.

L’infermiere Benigno ama sinceramente la ragazza in coma affidata alle sue cure, anzi l’ama a tal punto che arriva a violarla e metterla incinta. Agli occhi della società civile è un mostro, visto dallo sguardo amoroso e anarchico del cinema di Almodòvar, Benigno è una specie di santo martire che si immola, il cui gesto mostruoso – appunto l’amore portato fino al delirio – genera la vita, il risveglio, il miracolo. Gesto d’amore estremo, parallelo a quello compiuto nel delizioso piccolo film muto in bianco e nero, girato da Almodòvar alla maniera del cinema di fantascienza anni Cinquanta. Per il protagonista, regredito alle dimensioni di un lillipuziano, c’è solo una possibilità per amare la sua donna: penetrare nel suo sesso e morire.

All’ombra del mélò, e con accenti mai così realistici (si pensi ai gesti quotidiani e quasi rituali compiuti dagli infermieri), il film di Almodòvar per una volta non urla con i toni e i colori del grottesco ma cerca il sottotono delle parole sussurrate, delle intese segrete con corpi assopiti nel coma ma che continuano a reagire e a vivere (i cicli mestruali di Alicia), degli sguardi immalinconiti di chi non si aspetta sorprese ma miracoli.
Nella lettera di addio che Benigno lascia al suo amico Marco, c’è l’ultimo e più significativo insegnamento: «Dovunque mi portino vieni a trovarmi. E parla con me. Raccontami tutto e non tacere». L’importante, sembra dire, non è aspettarsi risposte. Anche questo è amore.

Piero Spila