On the Road un film di

Il brasiliano Walter Salles, con la benedizione di Francis Ford Coppola e della sua Zoetrope, affronta con determinazione la trasposizione del più noto dei romanzi di Jack Kerouac, ma il risultato finale non è dei migliori. Perfetto nella ricostruzione di un periodo a cavallo tra il 1948 ed i primi anni ’50, interessante ma demagogico nella scelta del colore antichizzato, si perde nella ricerca del particolare dimenticandosi a tratti di narrare, di trasfondere quanto presente nella pagina stampata in immagini con linguaggio cinematografico.

Kerouac si definì poeta Jazz, per lo stile Bebop della sua prosa, fu cantore dell’amore carnale e affermò che il militarismo era assolutamente inutile. I suoi scritti sono veri precursori dello stile degli Hippy, che messe in discussione la società americana nelle sue certezze e fu sicuramente ispiratore dei movimenti pacifisti, ‘padre’ della contestazione alla guerra del Vietnam ma anche dei movimenti ideologici del maggio del ’68.

Il libro dello scrittore americano, identificato spesso un tutt’uno con la corrente filosofica della Beat Generation, è spesso considerato testo basilare per meglio capire quel periodo così importante per la società non solo statunitense. Le vicende di questi giovani con il loro assoluto rifiuto dei comuni valori borghesi della società che abbandono tutto per sposare uno stile di vita basato sulle emozioni e mai realmente pianificato a lungo termine, sono raccontate nel libro con una prosa spontanea in cui poco importa la struttura grammaticale: vive proprio di questo continuo irridere alle regole letterarie comuni a molti libri. Ne guadagna il ritmo e usando quella frammentarietà narrativa crea maggiore attesa nel lettore. Tra i tanti personaggi più o meno noti riconoscibili sotto mentite spoglie, ci sono anche due altri nomi di spicco di quella corrente, William S. Burroughs e Allen Ginsberg. Questo per quanto concerne quanto scritto da Kerouac che non necessariamente è quanto sia riuscito a fare il cinema.

Nella sceneggiatura, varie volte rimaneggiata, si è tentato di raccogliere queste emozioni ma l’incapacità di eliminare passaggi forse non fondamentali ha portato alla costruzione di un film di oltre due ore (l’edizione internazionale ha già subito un taglio di 14 minuti) in cui spesso l’attenzione tende ad offuscarsi, lo sguardo cade spesso sull’immobilità del tempo confermata dal frequente sguardo al proprio orologio.

Non sappiamo se si tratti di un errore nei titoli di coda italiani, ma risulterebbe una coproduzione solo franco brasiliana dove scompare l’apporto statunitense ed inglese: di certo, Coppola non ha amato il film che pure ha voluto prepotentemente tanto da contestarne il realizzatore, ma non tanto da disconoscerlo. Sicuramente, le intenzioni erano migliori di quanto dimostri il prodotto finale.

Tema principale anche del film risulta essere il viaggio, inteso come mezzo per conoscere nuove realtà, per avere un distacco da un’esistenza che non piace, per fare cose che nella città in cui si vive sono molto più difficili (ad esempio rubare la benzina ed alimentari vari). Quindi, non viaggio fisico, ma in se stessi. I protagonisti lo affrontano con candore autentico, col desiderio positivo di trovare una nuova dimensione, con la speranza di trovare una nuova e vera dimensione in cui vivere.

A parte la ricorrente Denver, questo percorso psicologico ed esistenziale tocca varie città caratterizzate da incontri formativi. La fine del viaggio è Città del Messico vista come luogo in cui tutto è permesso, compreso l’uso sfrenato della droga. Questo salto nel Sud che non conoscevano per loro è la fine di un’avventura, l’inizio di una nuova esistenza, la certezza che dovranno abbandonare uno stile di vita per accettarne un altro. Non a caso, nel finale si vede un Sal in giacca e cravatta che incontra Dean, forse ancora sognatore, ma che è felice di ricongiungersi con la sua unica famiglia composta da Camille e dalle due loro figlie.

Sulla carta, Walter Salles era il nome giusto a cui affidare questo pretenzioso progetto. Autore collaudato di cui ricordiamo film quali Central do Brasil e I diari della motocicletta, due buoni esempi di cinema on the road, ha offerto professionalità ma non originalità, bel cinema ma non buon cinema. Forse intimorito dal forte budget, non ha avuto il coraggio di osare, di proporre se stesso. In questa maniera ci lascia un ottimo esempio di occasione sprecata di un cinema senza fantasia che firma la sua lenta condanna a morte.

Gli interpreti sono tutti accettabili, scelti bene e si impegnano aldilà di una sceneggiatura non felice. Sam Riley fornisce buona credibilità al suo Sal ma è nettamente sopravanzato da Garrett Hedlund che dona a Dean il fascino dell’uomo ‘maledetto’ pieno di carisma. Nel settore maschile la palma del più bravo la merita Steve Buscemi nel cammeo dello squallido guidatore che propone di dividere le spese di un viaggio ma che in realtà vuole avere, ed ottiene, rapporti omosessuali.

Kristen Stewart, eroina della saga di Twilight, offre una buona prova nel ruolo più difficile, quello della ingenua ma disinibita Marylou; di mestiere l’interpretazione di Kirsten Dunst nel ruolo di Camille, la paziente seconda moglie di Dean.

Protagonista da non dimenticare, nel bene e nel male, è il jazz. Musica scelta molto bene, buona l’interpretazione dei brani ma terribile la ricostruzione dei locali dove la si suonava: sicuramente è bello vedere persone che idolatrano i musicisti in luoghi allegramente chiassosi ma la realtà parlava di sfolgoranti teatri per Duke Ellington e pochi altri, club fumosi e spesso tristi per tutti gli altri.

TRAMA

Sal è un giovanissimo newyorkese con aspirazioni letterarie come il suo amico Carl che incontra grazie a quest’ultimo Dean Moriarty, giovane dal grande carisma e dalla fedina penale sporca, sposato con la disinibita e seducente Marylou. Per Sal, che ha appena perso il padre, l’incontro con questo uomo così diverso da lui è importante. Subito amici, iniziano un viaggio per tentare di trovare la libertà e per conoscere meglio se stessi.