Non buttiamoci giù un film di

Nick Hornby è uno scrittore inglese amato dal cinema. Dai suoi romanzi, infatti, sono stati tratti film di buon successo. È il caso di Alta fedeltà (2000), interpretato da John Cusack per la regia di Stephen Frears, e di About a Boy – Un ragazzo (2002), con Hugh Grant diretto dai fratelli Weitz. Era ovvio che anche Non buttiamoci giù ottenesse lo stesso interesse dai produttori e che divenisse un film, anche se il progetto è rimasto fermo per vario tempo, con rinnovo dell’opzione sui diritti cinematografici prima di decidere se realizzare il lungometraggio tratto dal romanzo pubblicato da Hornby nel 2005.

Il tema è difficile: parlare di suicidi è apparentemente poco adatto per una commedia e, tutto sommato, ha messo in imbarazzo lo sceneggiatore Jack Thorne, le cui esperienze sono prevalentemente televisive. Ha tentato una mediazione tra comico e drammatico che a volte rischia di sfociare nel melò. Soprattutto i personaggi collaterali portano la vicenda a una lettura poco distensiva. Le due anime della storia, che nel romanzo si compenetravano in maniera perfetta, qui sono spesso staccate e creano un disagio emotivo perché dialoghi brillanti si alternano a momenti di particolare tensione, forse non realmente cercati dai realizzatori.

I quattro sconosciuti che si incontrano sul terrazzo del più alto grattacielo di Londra per suicidarsi durante la notte di San Silvestro hanno caratteristiche interessanti, racchiudono in loro situazioni di vita differenti e motivazioni per porre fine ai propri giorni, tutte con una ragione d’essere ma, apparentemente, non tutte della stessa valenza.
Il ragazzo americano che consegna le pizze ma che è un musicista fallito sembra il meno convinto di questa scelta eppure diviene il più determinato a portarla avanti; la ragazza dark, figlia di un politico, sembra solo una ricca viziata ma non accetta una vita fatta di assenza d’amore da parte del padre e di tutti quelli che incontra; la donna di mezza età con il figlio affetto da gravi handicap non si vuole togliere la vita per quel dolore ma per un’esistenza che non le appartiene. L’unico che ha una ragione immediatamente comprensibile è l’ex famosissimo anchorman che ha perso il lavoro, la famiglia, il gradimento del suo pubblico perché si era accompagnato con una quindicenne. È deciso a uccidersi dopo una scelta razionale e dopo precisi preparativi atti a spettacolarizzare questo suo gesto, ma viene interrotto dall’arrivo della donna di mezza età. Questo personaggio è il più cinico, quello che cerca di sfruttare la casualità di quell’incontro per risalire la china, per ottenere nuovamente lavoro e notorietà positiva.

La prima difficoltà per lo sceneggiatore è stata trasformare la struttura del libro scritto in forma di diario, con ogni personaggio che narra la propria esperienza in prima persona, in un racconto a quattro voci dove nessuno prevalesse sugli altri. La questione era creare un approfondimento per ognuno ma anche far vivere ogni singolo come parte del gruppo.  Ma, sia per la presenza del sapientemente gigionesco Pierce Brossnan che per l’appetibilità del personaggio, l’equilibrio non esiste e spesso si ha l’impressione che l’unica cosa che interessi sia di preparare bene le entrate in scena del personaggio del giornalista.

La prima scena, quella sul tetto della Casa dei suicidi londinesi, è stata proposta come l’aveva scritta in originale Nick Hornby, per il resto lo sceneggiatore ha rielaborato come meglio riteneva. I problemi, forse, sono nati quando è stata ufficializzata la scelta del regista Pascal Chaumeil. Thorne aveva già fatto diverse stesure della sceneggiatura ma l’ultima l’ha completamente riscritta riadattandola tenendo presente i suggerimenti del direttore francese che ha spostato alcune scene chiave. In questa fase lo script ha probabilmente perso coesione e parte del suo interesse.
Chaumeil, noto soprattutto per Il truffacuori (2010) interpretato da Vanessa Paradis, si era autocandidato alla regia della trasposizione del romanzo. Scelto quasi subito, ha imposto il suo modo di vedere la vicenda creando un ibrido di poco interesse. Nel film c’è lo scritto di Nick Hornby, la sceneggiatura di Jack Thorne e la sua direzione: tre realtà che spesso non dialogano tra loro.

Il Martin di Pierce Brosnan è andato a letto con una ragazza di 15 anni che ne dimostrava di più, ma chiaramente è qualcosa che non avrebbe dovuto fare anche fosse stata maggiorenne dal momento che è sposato e con figli. L’attore irlandese tratteggia con professionalità il personaggio ma senza vederne le potenzialità drammatiche. È sempre al centro della storia ma non sempre con merito.
Toni Collette è la donna di mezza età che ha rinunciato alla sua vita per accudire il figlio gravemente disabile. L’attrice australiana offre un’ottima prova senza mai cercare di imporre il suo personaggio ma, proprio per questo, rendendolo credibile e umano.

La Jess di Imogen Poots è fin troppo urlata, resa come una ragazza che la vita ha deluso e che vuole vendicarsi di tutti col suicidio.
Mancano i mezzi toni, la capacità di raccontare qualcosa del intimo di una persona che potrebbe avere tutto per essere felice ma che vive solo il proprio disagio. Dalla sua interpretazione poco si evince di questi drammi.

Lo statunitense Aaron Paul è quello che ha meglio saputo vivere il suo personaggio rendendolo interessante e facile da amare. Probabilmente la sceneggiatura l’ha aiutato ma il musicista che cerca di realizzare i suoi sogni, e la sua vita, abbandonando gli Stati Uniti per rincorrere amore e gloria in Inghilterra in lui ha un interprete perfetto.

Presentato con poco successo in anteprima mondiale al Festival di Berlino, questa commedia allegra nei toni recitativi che si scontra con la drammaticità dello script non riesce mai a convincere. Si ha la sensazione che Pascal Chaumeil abbia perso la lievità dimostrata nei suoi film precedenti per raccontare malamente una storia non nelle sue corde.

TRAMA

Quattro sconosciuti durante la notte di Capodanno si incontrano in cima al grattacielo più alto di Londra con l’intenzione di porre fine alla propria vita. Questa coincidenza toglie molto del loro desiderio di farla finita ma decidono di stringere un patto che li legherà fino alla morte (solo rimandata): nessuno dei quattro si suiciderà fino alla notte di San Valentino quando si ritroveranno sullo stesso grattacielo per fare il punto della situazione delle loro vite. Intanto traspare la notizia, vengono coinvolti in talk show, intervistati dai giornali, divengono un evento mediatico da seguire. Per allontanarsi da quel clamore vanno assieme in vacanza al mare e questo cementerà la loro amicizia.