Neve un film di

Sin dagli esordi di quasi vent’anni fa con l’acclamato e premiatissimo Il verificatore, negli altri cinque film diretti fino a oggi il napoletano Stefano Incerti ha dimostrato sempre grande attenzione allo scavo nell’intimo dei personaggi che popolano i suoi film, alternando ritratti di varia umanità relegata ai margini della società o alla deriva di se stessa (si pensi al circo chiassoso de Il verificatore stesso e de La vita come viene o allo sparigliato protagonista di Gorbaciòf) a coraggiose parentesi di cinema di impegno e denuncia (come dimostrano L’uomo di vetro, sulle tragiche conseguenze del pentitismo e Complici del silenzio, incursione nell’asfissia della dittatura militare argentina di fine anni ’70) .

In questo suo settimo lungometraggio (nel quale, oltre che co-produttore, è anche co-autore di soggetto e sceneggiatura insieme a Patrick Fogli, romanziere specializzato in polizieschi di relativo successo presso gli appassionati), Incerti affronta una nuova scommessa artistica scegliendo di misurarsi con il thriller, genere mai affrontato prima e chiamato in causa non solo per un’effettiva attrazione nei confronti degli stilemi che ne sono la caratteristica peculiare, quanto molto più probabilmente per valutare l’adattabilità stessa di tali stilemi alle urgenze del proprio modo di fare cinema e di raccontare storie ai margini di tutto e tutti.

Il soggetto è quanto mai esile pur nella sua indubbia efficacia: un uomo (Donato, con la faccia “qualunque” di Roberto De Francesco, caratterista di lusso da troppo tempo alla ricerca di un ruolo importante come questo non ostante una lunga carriera e tanti personaggi di contorno interpretati in film anche di peso) sta percorrendo da solo in macchina una strada di montagna circondata da scenari innevati e minacciosi e diretto verso una destinazione che lo spettatore non può al momento nemmeno provare a indovinare.

All’improvviso assiste a una scena destinata a modificare il suo destino nel prosieguo del film: una donna di colore (Nora, che ha invece le fattezze di Esther Elisha, di madre bresciana e padre del Benin e che il pubblico ha avuto modo di vedere all’opera di recente in Take di Guido Lombardi e Nottetempo di Francesco Prisco) vestita in maniera assurdamente appariscente e del tutto inadeguata al freddo che sembra avvolgere ogni cosa viene scaraventata al di fuori dell’abitacolo dal guidatore di un SUV che parte sgommando dopo averla abbandonata sul ciglio della strada.

Donato, pur dando le viste di non aver tempo da perdere e di essere alla ricerca di qualcosa che deve trovare quanto prima possibile, non può fare altro che raccoglierla e offrirle un passaggio fino al paese più vicino. Ma quello che inizia come un semplice atto di cortesia, ben presto si rivela il detonatore di un incontro in cui nulla si rivelerà casuale ma dietro al quale emergeranno sconcertanti verità, mentre i giorni trascorsi accidentalmente insieme permetteranno a ciascuno dei due personaggi di rivelare a poco a poco qualche ingombrante scheletro nell’armadio ma sopratutto di far capire le ragioni del proprio misterioso agire.

A metà tra road movie asfittico perché relegato per buona parte nell’abitacolo claustrofobico della station wagon di Donato e thriller non convenzionale nel quale l’azione è ridotta all’osso a favore di semplici allusioni a qualcosa che si deve intuire da una mezza frase e da un accenno incidentale a realtà “altre” rispetto all‘hic et nunc della scarna azione mostrata, Neve si limita a sfruttare in maniera strumentale i canoni del genere cui vorrebbe fare riferimento. Un escamotage narrativo questo non a caso usato per raccontare invece la storia di due solitudini più o meno disperate che finiscono col trovare una forma di possibile convergenza di intenti nel momento in cui si mettono a nudo liberandosi delle maschere di afasia dietro le quali nascondono il proprio disagio per due terzi della pellicola e si rivelano per quello che sono veramente.

E cioè da una parte un povero diavolo (uno dei tanti “uomini di vetro” spezzati e spiazzati dalla vita che popolano il cinema di Incerti trascinandosi dietro un destino di marginalità sociale ed esistenziale) che si scopre essere vedovo e padre di una figlia di dieci anni affetta dalla stessa feroce malattia genetica che gli ha portato via la moglie, ma che allo stesso tempo alberga in se stesso un versante noir da falso cattivo da film di genere capace di ribaltare l’equilibrio narrativo degli eventi raccontanti nel momento in cui dimostra di essere in possesso di un segreto sconvolgente e foriero di remunerativi sviluppi futuri che però è bene non rivelare in questa sede.

Dall’altra parte c’è invece una bellezza provocante a metà tra la classica dark lady (non solo per il colore della pelle della afro-italiana Esther Elisha) e la pupa del gangster che fa il doppio e il triplo gioco schiacciata com’è tra la dipendenza da quella “neve” che non ha nulla a che vedere con la bianca coltre che ammanta la realtà circostante e l’ambiguo legame con un trafficante di cocaina che non lesina i metodi brutali per costringerla a scardinare il cuore del taciturno Donato al fine di carpirgli così il segreto che questi nasconde.

Ma come spesso accade nei noir d’ambiente in cui le ragioni dell’agire contano più dell’agire stesso, anche qui sia per Nora che per Donato la Vita ha in serbo uno dei suoi tiri bizzarri, destinato a rimescolare in maniera imprevedibile le carte in tavola. In un finale vagamente riparatorio sia lei che il povero cristo nelle cui braccia ha finto di finire per caso hanno la possibilità di inventarsi un inatteso riscatto, lasciando presagire che dal loro incontro casuale cementato da una serie di avventure ben aldilà dei margini della legalità – possa nascere addirittura qualcosa di molto simile all’amore.

Film di atmosfere e paesaggi sospesi (con l’asprezza di un Abruzzo disegnato e raffigurato come un pezzo di Antartide a fare da palcoscenico inospitale alle tribolazioni dei due protagonisti), Neve è tutto giocato su lunghi silenzi sostenuti da sguardi sospesi che accennano senza mai veramente “dire” quel che in sala si vorrebbe sapere. Una scelta stilistica questa che però è forse il limite più grande del film di Incerti: optando per il grado zero della comunicazione, la sua sceneggiatura affida un peso eccessivo ai lunghi mutismi che accomunano i personaggi, senza però che la loro capacità di essere veramente decisivi nella comunicazione possa compensare la quasi totale assenza di azione. Col rischio che, non appena Donato e Nora si imbarcano in una comunicazione vera e propria fatta di parole (pur se centellinate al minimo sindacale), i loro dialoghi non hanno lo stesso impatto dei loro silenzi, finendo così col dissipare l’ottima tensione creata dalle semplici atmosfere e dalle attese dell’evento destinato a cambiare il corso delle cose.

Trama

Un uomo diretto in macchina verso una destinazione ignota raccoglie una sconosciuta dopo averla vista scaraventare fuori dall’abitacolo di un altro veicolo. Per una serie di circostanze che si riveleranno non proprio fortuite i due perfetti estranei finiscono col trascorrere alcuni giorni insieme scoprendosi lentamente a vicenda uno con l’altro e rivelando col passare del tempo di avere non pochi segreti da nascondere.