Mon roi – Il mio re un film di

Un uomo e una donna s’incontrano per caso in un night club parigino. Lei avvocatessa quarantenne divorziata, più bruttina quasi stagionata che attraente bocconcino su cui mettere gli occhi (e le mani). Lui coetaneo super fascinoso con quello charme stropicciato che soltanto una vita spericolata e la faccia di Vincent Cassel potrebbero convertire in un cocktail pericoloso per ogni donna con le difese sentimentali basse. Che cosa succederà mai? Sorpresona: è subito colpo di fulmine. E da ambo le parti.

Ma dopo l’impennata iniziale di un amore totale (siamo in Francia e quindi si dovrebbe a buon diritto parlare di amour fou) di quelli quasi adolescenziali che bruciano la pelle e riscaldano il cuore anche di chi, come la protagonista, l’ha tenuto troppo a lungo nel freezer, tra i due inizia la fase della noia dovuta a routine alla quale fa seguito inevitabilmente quella dei tradimenti (di lui) e delle scenate isteriche (di lei). Con culmine finale in un divorzio da «rivolemose bene» che, invece di separare per sempre, sembra ridare brio alla coppia scoppiatissima aprendo futuri scenari di riavvicinamento che per fortuna lo spettatore può solo immaginare in un brutto sogno a occhi aperti.

Detto così il soggetto di questa commedia patinata e irritante oltre ogni limite sembrerebbe l’ennesima rifrittura del tema più abusato al mondo cui il cinema non smette di fare ricorso pur avendolo ormai spremuto da anni come un limone moscio dal quale spera di cavare ancora qualche stitica goccia di succo. Ma il fatto che a scrivere e a dirigere il film fosse l’enfant prodige del cinema francese Maiwenn Le Besco (anche se lei ama farsi chiamare semplicemente Maïwenn) poteva indurre a sperare che il più trito e liso dei feuilleton si convertisse in una feroce autopsia della vita di coppia dissacrandone riti e miti in maniera irriguardosa.

Invece non accade nulla di tutto ciò. Chi avesse apprezzato la scarna essenzialità messa in mostra dalla giovane regista e attrice francese nel suo apprezzato Polisse (che quattro anni fa si portò via il premio della giuria a Cannes impressionando anche chi era molto scettico in partenza) faticherà a credere che si tratti della stessa autrice che ha firmato la sceneggiatura e diretto questo centone di melensaggini pensato come una summa sul sentimento principe che lega gli esseri umani ma che di fatto finisce per non essere molto di più di una puntata troppo dilatata di una soap opera per borghesi blasé chiamati a rivedere se stessi nei personaggi fasulli al centro della storia d’amore.

Nel film della Le Besco tutto è troppo: troppo lunga la durata (soprattutto se si considera che i fatti narrati si potrebbero ridurre di almeno 40 minuti buoni); troppo rozzo l’approccio al tema centrale che lascia tutto in superficie senza mai azzardare uno scavo; troppo belli e patinati sia gli esterni di lusso in cui i due personaggi si muovono che gli interni delle loro anime solo suppostamente in subbuglio; troppo lunghi e snervanti i dialoghi nella miglior tradizione di quel tipo di cinema francese in cui la logorrea patologica viene spacciata per logomachia costruttiva del carattere; troppo asfittica la sceneggiatura che ruota per il 95% intorno a due personaggi eccessivamente stereotipati per essere anche solo lontanamente intriganti; troppo esile e telefonata la metafora della rieducazione del ginocchio della protagonista cui corrisponde il suo tentativo di ricostruzione interiore dopo il decennio di tormenti con la fascinosa canaglia che le ha piagato l’anima e il corpo.

Le intenzioni erano forse delle migliori. E non è escluso che la bella Maïwenn — ex fotomodella e personaggio molto chiacchierato per le sue burrascose relazioni con qualche superstar del mondo del cinema, primo fra tutti l’ex marito Luc Besson che la lasciò per Milla Jovovich durante la lavorazione de Il quinto elemento — dopo l’autobiografico Pardonnez-moi del 2009 abbia pescato a piene mani proprio in una delle tormentate storie di malamore vissute sulla pelle per convertirla in vicenda esemplare in cui tanti hipster con ricchi conti in banca potessero riconoscersi ripercorrendo la parabola dei propri amori andati a male.

E a poco serve che i due personaggi principali abbiano il volto di due star transalpine scelte apposta per rendere memorabili dei caratteri disegnati dalla regista per diventare archetipi imperituri del Maschio e della Femmina visti nel trionfo parallelo di vizi e virtù che ne caratterizzano da sempre l’agire (piacione e fascinoso lui nella sua irresponsabile leggerezza di bambino incapace di crescere pur col passare degli anni, solida e sensibile lei anche se incapace di far valere un secolo di lotte per l’emancipazione della donna e vittima masochistica del maschio dominante pur volendoglisi ribellare).

Da una parte la regista, attrice e sceneggiatrice Emanuelle Bercot (anche compagna di affari di Maïwenn con la quale nel 2008 ha fondato la compagnia di produzione MAI) che con questa performance molto gridata e sempre sull’orlo di una crisi di nervi ha comunque vinto il premio come migliore attrice a Cannes di quest’anno ex aequo con Rooney Mara; dall’altra un invecchiato e sciupato Vincent Cassel che gigioneggia molto a suo agio nei panni del fascinoso seduttore seriale Georgio, disegnandone i contorni umani con tratti sempre all’insegna dell’esagerazione e dell’eccesso di autocompiacimento. Al punto da diventare irritante già dopo poche scene.

Inno presunto alla forza che le donne avrebbero nel saper trovare il bandolo della matassa emotiva anche in una relazione in cui rischiano di farsi trascinare dove il cuore le vorrebbe portare, Mon roi finisce invece con l’essere soltanto l’ennesimo esempio di un cinema vanesio che ha la presunzione di far reggere 128 interminabili minuti di pellicola sulle fibrillazioni interiori di una coppia di radical chic scollegati dal resto del mondo e incollati sugli scenari di lussuosa cartapesta del proprio microcosmo alto borghese come se quelle fossero il solo vero grido d’allarme di una società sull’orlo dell’abisso.

Trama

Ricoverata in un centro per la riabilitazione a seguito di una brutta caduta sugli sci che le ha provocato danni gravissimi al menisco, la quarantenne Tony sfrutta le cinque settimane di fisioterapia per riflettere sul tormentato rapporto che l’ha legata per dieci anni a Georgio, sciupafemmine fascinoso col quale ha avuto un figlio vivendo con lui una storia piena di alti e bassi che le hanno piagato l’anima senza però piegarla del tutto nell’intimo.