Miracolo a Le Havre un film di

Marcel ha lo spirito disinvolto del bohémien e il cuore grande di un uomo innamorato. Del suo passato ha abbandonato i sogni di scrittore ma non lo sguardo curioso di chi non ha mai smesso di avventurarsi  nella vita. Agli angoli delle strade e vicino alle stazioni resta in attesa dei clienti, osservandone il passo e l’andatura. Per chi, come lui, fa il lustrascarpe l’incedere può essere più eloquente di ogni parola. Un mestiere semplice e ben poco redditizio ma che gli permette di girare in libertà e mescolarsi tra la gente, nel loro ritmo quotidiano, lo stesso che scandisce la sua vita familiare: il ritorno a casa, la passeggiata con il cane, le cene frugali consumate insieme all’adorata moglie Arletty, custode non soltanto del focolare ma anche del poco ma dignitoso guadagno, messo al sicuro in una scatola di latta.

Nel microcosmo di semplice serenità di Marcel irrompe il piccolo Idrissa, in fuga da un paese dilaniato la cui rotta verso la libertà si è bloccata nel porto di Le Havre ed è l’inizio di ciò in cui nessuno sembra più credere: il miracolo.

Aki Kaurismäki, con il suo inconfodibile tocco, illumina di grazia una storia di solidarietà e fratellanza. Scegliendo, secondo lo stile che gli è proprio, la suggestione del fiabesco quotidiano, il regista finlandese racconta la difficoltà del vivere, mai come oggi così attuale, vicina, dolorosa. Non soltanto la fatica di cercare uno spazio da abitare ma anche, e soprattutto, l’affanno di guadagnarsi un’esistenza nella quale la dignità e il decoro non vengano mai meno.

I personaggi si muovono su uno sfondo che potrebbe essere quello di una qualsiasi città del mondo, perché l’universalità di un dramma – sia esso di un fuggiasco o di un malato – può essere espressa oltre i confini geografici o linguistici. Kaurismäki fotografa la realtà, cogliendola nella luce piena dei suoi contrasti – il chiaro e lo scuro, il fuori e il dentro, la cortesia e la meschinità…  – per rendere ogni dettaglio cromaticamente espressivo.

In un’atmosfera atemporale, Marcel e compagni,  mettono in movimento la genuina purezza del giornaliero, tra sogni e ricordi, speranze e rimpianti. Se Arletty, costretta in  un letto di ospedale, riesce a mentire per amore, il commissario Monet depista per aiutare e tutti, uniti da un impegno di mutuo soccorso, guardano oltre ciò che gli è proprio per concedere una possibilità ad un altro. È un Miracolo a Le Havre, appunto, ma anche più di questo. Forse l’auspicio alla riscoperta dell’unione, il miraggio di un sostengo o il desiderio di un nuovo spirito di comunanza che Kaurismäki esprime con l’autenticità di un cinema che attinge dalla limpidezza dell’immagine, dall’onestà della narrazione senza alcun intento ricattatorio, né falsamente moralistico.
Ironia e poesia si fondono in un quadro che armoniosamente mescola gli opposti, in una favola di oggi senza inutili orpelli, la cui bellezza risiede nella capacità di coglierla – oltre il banale e il consueto –  nella realtà di ogni giorno.

TRAMA

Marcel Marx, dopo una vita da bohémien, si è ritirato a vivere a Le Havre dove fa il lustrascarpe. La sua vita, fatta di semplicità quotidiana, trascorre serena tra il lavoro, gli amici del bar e il ménage domestico con la moglie Arletty. Un giorno incontra Idrissa, un piccolo profugo in fuga arrivato dall’Africa. Arletty, intanto, si ammala gravemente e Marcel deve vedersela con le difficoltà di tutti i giorni e il sostegno al suo giovane amico che tenta di aiutare, sfidando le autorità che lo ricercano.